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Lui è di là con i suoi genitori . Lei non lo ha mai visto prima.
Lui è seduto sul bordo del divano, come se scottasse, con le mani in tormento. Sa di non essere bello, ma sicuramente è un brav’uomo, saprà rispettarla e forse anche amarla.
Lei è tranquilla, sa che se vuole può dire di no.
E’ il giorno in cui il futuro può schiudersi o il presente cristallizzarsi per sempre in un’attesa.
Chissà cosa pensa quando scende per le scale. Ha l’aria dolce di chi sa che è così che dev’essere. Sente le voci in salotto. Indugia nell’ingresso, attratta dalle scarpe posate lì da quell’uomo sconosciuto che è venuto con i suoi genitori a chiederla in moglie. Sono belle scarpe provenienti da un negozio di New York. Si toglie i sandali e, non vista, indossa quelle scarpe maschili. Prova a camminarci. E’ soddisfatta. In quelle scarpe larghe ci sta bene, forse le trova comode e confortevoli. Le basta per decidere. Dirà di sì.
E’ una scena tratta dal film The Namesake (tratto dall’omonimo romanzo di Juhmpa Lahiri), la storia di una famiglia indiana trapiantata negli Stati Uniti e dell’incontro (più che scontro) tra due culture completamente diverse, raccontato con grandissima delicatezza e un’insospettata vena di ironia. Tutto ruota attorno ad un nome, Gogol, che viene dato al figlio per delle ragioni che si scopriranno solo in seguito. Il nome viene prima amato poi ripudiato a favore di un nome più “americano”, poi amato di nuovo, seguendo il processo di perdita e poi riacquisizione dell’identità culturale del protagonista. Ma questo riappropriarsi delle radici, deciso in seguito ad un evento tragico, non sarà privo di risvolti totalmente inaspettati.
Coincidenza ha voluto che mi sia imbattuta nel film proprio mentre stavo leggendo un libro della stessa autrice, Unaccustomed Earth (credo che non sia stato ancora tradotto).
Sono dei racconti il cui fil rouge è sempre l’incontro tra le culture. Anche qui troviamo dei personaggi bengalesi che arrivano negli States dopo un passaggio per Londra e si integrano a modo loro nella società americana, ma questo non avviene mai in modo totalmente indolore.
C’è la madre di famiglia che per troppa solitudine si innamora dell’unico amico maschio che circola per casa, c’è la coppia in crisi per mancanza di comunicazione e per diversità di aspettative, c’è l‘adolescente timida e inquieta che perde la testa per il figlio di amici tornati in Usa dopo 7 anni di permanenza a Bombay (Bombay li ha fatti diventare più americani degli USA, fa dire l’autrice), c’è il padre in visita alla figlia a Seattle e che non condivide la decisione della donna di lasciare il lavoro per la famiglia (a che è servito trasferirsi negli States se sua figlia ha lo stesso destino che avrebbe avuto in India?, si chiederà ad un certo punto). E poi c’è la seconda parte dedicata alla bellissima storia di una coppia i cui destini si incroceranno per due volte a distanza di anni. Quando scopriranno di amarsi il passato oramai avrà fatto i suoi danni e niente sarà come ci si aspettava.
Aggiornamento: apprendo ora che "Unaccustomed Earth" è stato tradotto. Il titolo italiano è "Una Nuova Terra".
Ha il sentore dei film di Bollywood, soltanto con una velatura più reaalistica e meno edulcorata di quei film.
Cercherò il libro.
Tres: no, non ha assolutamente niente a che fare con i film di bollywood, credimi!
Katika, non conosco questa autrice, ma mi hai fatto venire una grna voglia di cercare il libro. Credo che qui a Nairobi non sia difficile trovarlo, visto il numero di asiatici che circolano.
grazie x averlo segnalato.
Vipera Pignola
molto molto moooolto interessante!
Grazie della dritta bibliografica!
bia
Ciao! Se sei in fase (letteraria) India&dintorni, ti consiglio, oltre all’arcinoto “Il Dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, anche “Sale e zafferano” di Kamila Shamsie, pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie e da Tea. Io li ho letti entrambi qualche anno fa, e mi sono piaciuti molto entrambi. Buona lettura!
Vale
bel tema. ti ricordi monsoon wedding, film leone d’oro a venezia di qualche anno fa? da vedere.
lo stesso tema, ambientazione americano – taiwanese, per “il banchetto di nozze” di ang lee. bello.
bianci e vipera: non c’è di che.
vale: “il dio delle piccole cose” l’ho letto anni fa e ricordo che mi piacque moltissimo. ancora di più quando lo lessi in lingua originale, perché la Roy gioca con le parole come se fossero plastilina. “sale e zafferano” lo introduco nella lista dei libri da ordinare, grazie mille.
colpo. eh, sì, anche a me è piaciuto “monsoon wedding”. invece il “banchetto di nozze” non lo conosco, grazie per la dritta, vedo di trovarlo e poi ti dico.
splendido testo