Di come la vostra Katika si sia trovata sulla sponda del fiume ed abbia visto passare il cadavere della cicciona

C’erano una volta quattro professori. Questi professori insegnavano quattro lingue diverse.

C’era pure una regione del sud che, con l’aiuto della UE, si è messa a finanziare un soggiorno studio all’estero di quasi un mese per gli studenti. Ma si potevano finanziare massimo tre gruppi. Le lingue a scuola nostra sono quattro. Ergo, i quattro professori si riunirono per definire quale delle quattro lingue dovesse essere esclusa.

Tutti e 4 siamo fortemente motivati. Io faccio la punta a questo bando di concorso da un anno. Nessuno arretra di un passo. La faccenda si fa imbarazzante, non si trovano criteri. Io dico che i criteri non possono essere stabiliti dagli stessi candidati e propongo un bel sorteggio. Non viene accettato.

Mi viene detto che per la mia lingua c’è già stato un corso pomeridiano aggiuntivo per tutto l’anno (con fondi europei) e che perciò bisogna lasciare spazio alle altre lingue. Così faccio. Lascio spazio agli altri e me ne torno a farmi gli affari miei, tanto uscirà un altro bando simile tra un anno. In sostanza, gli altri tre prof. con 15 studenti al seguito ciascuno se andranno per tre settimane all’estero, gratis più o meno a settembre. Ma dovranno lavorare d’estate, perchè il progetto ha un decorso lungo e complicato e bisognerà seguirlo attentamente.

E qui succede il putiferio.

A riunione ultimata vengo raggiunta da qualcuno dalle alte sfere e mi chiede di fare qualcosa perché tra i tre professori di lingua in ballo  ce n’è uno, quello di francese, che è totalmente inaffidabile. Per i miei più fedeli lettori, è quello(link)che mi ha accompagnato in uno dei miei viaggi-distruzione. Mi chiedono, in sostanza, di ripropormi come candidata. Io dico che non spetta a me e che spetta a qualcun altro prendere in mano la situazione. Viene convocato il professore. Viene chiesta a lui ulteriore conferma di disponibilità a partire e star via in Francia per quasi un mese insieme ai ragazzi. Lui dice sì sì. Per precauzione viene chiesta la stessa cosa alla cicciona (che insegna francese pure lei), che risponde che non può muoversi per tutti quei giorni e rifiuta la proposta.

1 giorno dopo.

Qualcuno nelle alte sfere prende in mano la situazione e convoca me e il prof. Dice che l’inglese non può assolutamente essere escluso da questa storia e chiede al prof. tontolone di ritirarsi e lasciare il posto a me. Il tontolone dice sì sì ed io comincio ad attivarmi per il progetto.

2 giorni dopo

La cicciona, la stessa che ha detto che non è interessata a partire coi ragazzi,  mi aggredisce in sala professori. Mi accusa della qualunque. Urla. Strepita. Dice che abbiamo manovrato senza interpellarla. Mi accusa di essermi lavorata la dirigenza di nascosto, di aver cambiato le carte in tavola a decisione presa.

M’incazzo pure io e le rispondo dicendo che il cambio non è dipeso da me, che io non c’entro assolutamente niente. Che non si deve neanche permettere di pensare che io usi certi sistemi. Ma è incontenibile. Poi incontra la lettrice d’inglese, che non c’entra niente manco lei e aggredisce pure la poveretta. E’ sgarbata, sguaiata. La situazione a scuola è incandescente e piena di malumori.

3 giorni dopo

Dopo una notte passata a pensare, arrivo a scuola, convoco tutti e dico che non accetto il cambio. Che vada il prof. di francese a farsi lo stage. Faccio  il famoso passo indietro, quello più doloroso, perchè nel frattempo mi ero già affezionata all’idea. Ribadisco che lo faccio per la serenità di tutti e per far passare i travasi di bile alla gente. Abbandono lo studio del progetto. Ciao ciao.

4 giorni dopo

Nelle alte sfere sono sempre più preoccupati. Temono che il tontolone  combini qualche casino, come già successo in passato. Cercano di trovare un escamotage. Propongono di fare un sorteggio delle lingue. I tre professori rifiutano perché non vogliono rischiare di trovarsi fuori. A loro sta benissimo che fuori rimanga io, così come deciso quel primo pomeriggio. Che cari.

5 giorni dopo

Arrivo a scuola. Mi annunciano che il tontolone ha rinuniciato al viaggio. Si è ricordato, solo dopo tanti giorni e tante conferme sbandierate, di chiedere il permesso a sua moglie, la quale gli ha risposto col-cazzo-bello-mio.

Riesco a non fare una piega. Mi dicono che, esattamente come previsto, il tontolone si è rivelato inaffidabile e che tutto quel casino fatto dalla cicciona è servito solo a farci perdere tempo.

Arriva la cicciona. La guardo negli occhi, voglio che mi guardi in faccia. Ma indossa gli occhiali da sole e ha lo sguardo basso. Bassissimo!

Oggi, finalmente, la richiesta di finanziamento è partita. Ora si tratta solo di incrociare le dita e sperare che lo approvino.

La cicciona?  Sta ancora galleggiando a pancia all’aria. E finché non mi chiede scusa, col cazzo le rivolgerò ancora la parola.

Storia di Marius

Un paio di settimane fa la nostra scuola è stata la sede di un meeting internazionale, per uno dei progetti europei dei quali mi occupo.

35 studenti e 12 professori provenienti da varie parti d’Europa sono stati da noi per una settimana. Gli studenti sono stati ospitati dai nostri ragazzi e dalle loro famiglie, mentre i professori erano in albergo.

L’organizzazione m’è costata lacrime e sangue, come si dice, per un paio di mesi.

 

A Febbraio, durante il meeting in Olanda, quando la professoressa finlandese mi chiese se poteva portare per lo scambio in Italia un  suo studente autistico io risposi di getto di sì.

Poi arrivarono i problemi.

Non si trovava una famiglia per lui. Tutti dicevano che non avrebbero saputo come interagire con un autistico, altre, prima di dire di no, mi chiesero di farmi mandare una relazione dettagliata sulla sua situazione (sindrome di Asperger). Niente. Chiesi in giro tra le colleghe, niente. Chiesi persino ad una collega che mi era venuta a raccomandare la figlia perché fosse inclusa nel progetto e alla quale avevo risposto che la selezione sarebbe stata trasparente e uguale per tutti. La figlia non era stata presa e lei mi teneva il muso. Persino a lei chiesi, e mi rispose che in quella settimana sarebbe stata in vacanza con la famiglia. Una bugia palese, una sottile vendetta. Niente.

Io non potevo prenderlo con me perché impegnata 24 ore su 24 nell’organizzazione.

Con la morte nel cuore telefonai in albergo e prenotai una stanza per lui.

Poi, un giorno, in sala professori ne parlai ad una mia collega, una di quelle che io stimo sul serio, che già avrebbe dovuto ospitare uno studente olandese.

Neanche il tempo di finire di parlare e lei mi getta un salvagente “Ma stai scherzando? In albergo? Me lo prendo io, tranquilla. Che problemi?! Queste sono occasioni di arricchimento, altroché. Fammene parlare a mio marito, per correttezza, e ti chiamo”

 

Nel pomeriggio mi arriva la telefonata “Ne ho parlato con Matteo, mio marito, e neanche per lui ci sono problemi. Del resto non sarebbe mio marito”

Non riuscivo a smetterla di ringraziarla, con tutto il cuore, ricordando i mesi passati a implorare, a supplicare, a chiedere. Cercando di trovare una pezza a quella incoerenza del rifiutare un ragazzo “diverso” all’interno di un progetto che aveva come tema la discriminazione.

 

E poi è arrivato Marius. Anche lui si stava preparando da un anno per questa esperienza. Era la prima volta senza genitori. Per l’occasione aveva cominciato a studiare l’italiano.

 

Ora devo fare una piccola premessa. Quando ci sono questi scambi, all’inizio gli studenti sono sempre un po’ diffidenti. Cioè quando arriva l’autobus dall’aeroporto e scarica studenti professori e bagagli, l’incontro con l’ospite è sempre piuttosto formale tra ragazzi. Assolutamente cordiale tra professori. E’ strano, vero?

 

Ebbene, Marius è stato l’unico a staccarsi dal gruppo e correre a salutare il suo ospite italiano. “Te l’hanno detto che ho un problema?” gli chiede. Riccardo, il suo ospite, gli risponde “Sì, ma non fa niente. Ti piace la pizza? E la playstation?” “Oh, sì” “Beh, allora che problemi hai?”

 

Nel pomeriggio mi squilla il cellulare. E’ la mia collega. Mi viene una botta d’ansia, chissà che è successo.

“Kat, ti ho chiamato per dirti che qui va tutto benissimo. Marius è un ragazzo dolcissimo, pensa che parla un po’ d’italiano e vuole imparare a dire cose nuove. S’è pure mangiato due piatti di pasta , una spigola e quattro seppie ripiene. Dice che sarà la vacanza più bella della sua vita. L’olandese, invece, se ne sta in camera  a chattare sul PC da quando è arrivato”

 

Il giorno dopo, la collega mi racconta che l’Olandese le ha vomitato per le scale dopo la serata in discoteca e Marius le passava i pezzi di panno-carta per aiutarla a pulire.

 

Due giorni dopo, durante il workshop in laboratorio, l’Olandese chattava su Facebook mentre Marius ha scritto un memorabile resoconto sulla conferenza del giorno prima.

 

Marius ama stare da solo ogni tanto e allora si allontanava per andarsi a sedere sotto all’ulivo per i fatti suoi. Oppure faceva dei giri a passo veloce intorno alla scuola. Marius ama le sue routines. Se ha deciso di sedersi su di una sedia, quella dev’essere per tutta la settimana. Se qualcun altro la usa allora lui si agita. I ragazzi hanno imparato presto ad interagire con lui e a capire e a rispettarlo.

L’ultima sera abbiamo organizzato una cena danzante in una masseria. C’era una caciara indescrivibile. I ragazzi ballavano e si divertivano.

Io sono uscita per fumarmi una sigaretta, portandomi dietro il mio calice di vino. Seduto ad un tavolino, sotto un pergolato, in un angolo solitario e silenzioso c’era Marius. S’era portato il piatto pieno di orecchiette e il suo bicchiere di vino. Mi sono sentita così simile a lui.

“Grande idea!” gli dico “Lì dentro c’è veramente chiasso”

“Già, io odio le feste”

Faccio per allontanarmi, pensando che se ha scelto di stare lì probabilmente non ha voglia neanche di fare conversazione.

Ma lui mi chiama.

“You know, questa è stata l’esperienza più bella di tutta la mia vita. Amo l’Italia, amo questo posto. Amo tutto, il cibo, la gente, il clima. Qui mi sento felice. Devo assolutamente tornare al più presto”

“Ma certo!”, commento, “magari in vacanza con i tuoi genitori”

“No, da solo” e lo dice con un’aria decisa che non ammette repliche.

“Sono felice che tu sia stato bene, sai?”

“Grazie. Non dimenticherò mai tutto questo” e guarda il pergolato, il vino, le fiaccole, l’aranceto. Accarezza tutto con lo sguardo e ho voglia di abbracciarlo ma non lo faccio. Sulla scheda c’era scritto che Marius non sa decodificare il linguaggio extraverbale e neanche le espressioni facciali.

Secondo me sono tutte balle perché quello lì mi sembra più profondo e grande di tutta quella banda di allegri scapestrati che si divertono di là. Sono tutte balle, penso, e non riesco a non stringergli leggermente un braccio. Mi fa un sorriso sbilenco e capisco che va bene così, che quello riesce a decodificarlo, che sa che vuol dire “amicizia”.

Poi lo lascio solo a finire la sua cena.

Il giorno della partenza, il suo papà italiano si trattiene dall’abbracciarlo e gli dice solo “Ciao, Marius” e lo guarda salire sul pullman. Poi si gira, e gli vedo gli occhi lucidi, proprio come a me.

A presto, Marius, sussurro tra me e me.

Tu guttalax, io…

 

Torni a casa dopo una giornata del cavolo  e trovi  a tavola un piatto così e quest’altro (linguine fresche con tocchetti di pescatrice, julienne di zucchine, zafferano e curry):

 

Il Polpetta, come fa di solito quando mi vede un po’ giù, ha provveduto ad un pranzetto consolatorio, perchè lui sa come prendermi.

E capisci due cose: 1.  che hai fatto bene a sposartelo uno così; 2. che la tua vera vita non è in mezzo alle befane diarrotiche ma  è lì, da lui e in mezzo a quelle chele.

Oggi per la prima volta ho pianto

per la scuola, per il lavoro. Roba da matti.

Non sono una prof. perfetta. Però mi spacco il culo, questo sì. Lavoro molto, moltissimo. Spesso gratis, laddove i miei colleghi più furbi si fanno pagare pure l’aria che respirano. Io mi becco sempre i progetti più sfigati, quelli con pochi soldi, che però sono anche i più interessanti. Ma non m’importa. Mi sta bene così. Mai un “grazie”, mai un “brava” dall’alto. Mai.

Ma dai ragazzi e dalle famiglie sì, per fortuna. E’ questo che conta, in fondo, no?

Continuo a lavorare controcorrente, in mezzo a tanti, troppi colleghi demotivati e sfaccendati che non hanno vergogna a non fare un cazzo in classe e che mettono il 6 politico perchè hanno la coda di paglia. Ai presidi prof. così fanno comodo, in fondo. Non c’è pericolo di ricorsi con loro perché non possono permettersi di bocciare nessuno. E questo li rende sopportabili, nonostante le famiglie più accorte protestino di tanto in tanto chiedendone l’allontanamento per nullafacenza. Ma non si può, non è permesso mandarli via, no no.

Io invoco la meritocrazia nella scuola. Sono stufa. Uno studente mi fa: “prof. con quella lì non facciamo mai un cavolo. legge il giornale, ci racconta del suo fidanzato, ci fa fare quello che vogliamo. ma si rende conto che quella lì guadagna quanto lei?”

Ho sempre guardato queste cose ora con distacco ora con una punta di segreta indignazione, andando per la mia strada, cercando di mantenere rapporti cordiali con tutti, lavorando come sono stata educata a fare, da sempre.

Ma oggi il distacco dalle miserie mi è costato troppo.

Una di queste nullafacenti mi ha aggredita in modo sguaiato accusandomi di cose che non ho fatto. Ha trovato la complicità di qualche altro collega imbranato. Ha provato a tirarmi dentro a delle beghe da donnette nelle quali non voglio entrare per niente. Tanto non ci voglio entrare che ho rinunciato ad una cosa alla quale tenevo.

Ha vinto lei, in sostanza, perchè ha ottenuto quello che voleva solo per principio e che io non voglio più perché le liti da cortile le trovo degradanti.

La  preside è in congedo elettorale, altrimenti mi avrebbe difesa (forse)  e avrebbe preso in mano la situazione. Ma non c’è ed io mi sono sentita sola.

L’unico modo per far cessare quei coccodé da cortile era fare quel passo indietro. Gesto di una certa eleganza, in quel contesto becero. Questo mi raccontavo in macchina, tornando a casa.  Ma poi, dopo, ho pianto.