Un paio di settimane fa la nostra scuola è stata la sede di un meeting internazionale, per uno dei progetti europei dei quali mi occupo.
35 studenti e 12 professori provenienti da varie parti d’Europa sono stati da noi per una settimana. Gli studenti sono stati ospitati dai nostri ragazzi e dalle loro famiglie, mentre i professori erano in albergo.
L’organizzazione m’è costata lacrime e sangue, come si dice, per un paio di mesi.
A Febbraio, durante il meeting in Olanda, quando la professoressa finlandese mi chiese se poteva portare per lo scambio in Italia un suo studente autistico io risposi di getto di sì.
Poi arrivarono i problemi.
Non si trovava una famiglia per lui. Tutti dicevano che non avrebbero saputo come interagire con un autistico, altre, prima di dire di no, mi chiesero di farmi mandare una relazione dettagliata sulla sua situazione (sindrome di Asperger). Niente. Chiesi in giro tra le colleghe, niente. Chiesi persino ad una collega che mi era venuta a raccomandare la figlia perché fosse inclusa nel progetto e alla quale avevo risposto che la selezione sarebbe stata trasparente e uguale per tutti. La figlia non era stata presa e lei mi teneva il muso. Persino a lei chiesi, e mi rispose che in quella settimana sarebbe stata in vacanza con la famiglia. Una bugia palese, una sottile vendetta. Niente.
Io non potevo prenderlo con me perché impegnata 24 ore su 24 nell’organizzazione.
Con la morte nel cuore telefonai in albergo e prenotai una stanza per lui.
Poi, un giorno, in sala professori ne parlai ad una mia collega, una di quelle che io stimo sul serio, che già avrebbe dovuto ospitare uno studente olandese.
Neanche il tempo di finire di parlare e lei mi getta un salvagente “Ma stai scherzando? In albergo? Me lo prendo io, tranquilla. Che problemi?! Queste sono occasioni di arricchimento, altroché. Fammene parlare a mio marito, per correttezza, e ti chiamo”
Nel pomeriggio mi arriva la telefonata “Ne ho parlato con Matteo, mio marito, e neanche per lui ci sono problemi. Del resto non sarebbe mio marito”
Non riuscivo a smetterla di ringraziarla, con tutto il cuore, ricordando i mesi passati a implorare, a supplicare, a chiedere. Cercando di trovare una pezza a quella incoerenza del rifiutare un ragazzo “diverso” all’interno di un progetto che aveva come tema la discriminazione.
E poi è arrivato Marius. Anche lui si stava preparando da un anno per questa esperienza. Era la prima volta senza genitori. Per l’occasione aveva cominciato a studiare l’italiano.
Ora devo fare una piccola premessa. Quando ci sono questi scambi, all’inizio gli studenti sono sempre un po’ diffidenti. Cioè quando arriva l’autobus dall’aeroporto e scarica studenti professori e bagagli, l’incontro con l’ospite è sempre piuttosto formale tra ragazzi. Assolutamente cordiale tra professori. E’ strano, vero?
Ebbene, Marius è stato l’unico a staccarsi dal gruppo e correre a salutare il suo ospite italiano. “Te l’hanno detto che ho un problema?” gli chiede. Riccardo, il suo ospite, gli risponde “Sì, ma non fa niente. Ti piace la pizza? E la playstation?” “Oh, sì” “Beh, allora che problemi hai?”
Nel pomeriggio mi squilla il cellulare. E’ la mia collega. Mi viene una botta d’ansia, chissà che è successo.
“Kat, ti ho chiamato per dirti che qui va tutto benissimo. Marius è un ragazzo dolcissimo, pensa che parla un po’ d’italiano e vuole imparare a dire cose nuove. S’è pure mangiato due piatti di pasta , una spigola e quattro seppie ripiene. Dice che sarà la vacanza più bella della sua vita. L’olandese, invece, se ne sta in camera a chattare sul PC da quando è arrivato”
Il giorno dopo, la collega mi racconta che l’Olandese le ha vomitato per le scale dopo la serata in discoteca e Marius le passava i pezzi di panno-carta per aiutarla a pulire.
Due giorni dopo, durante il workshop in laboratorio, l’Olandese chattava su Facebook mentre Marius ha scritto un memorabile resoconto sulla conferenza del giorno prima.
Marius ama stare da solo ogni tanto e allora si allontanava per andarsi a sedere sotto all’ulivo per i fatti suoi. Oppure faceva dei giri a passo veloce intorno alla scuola. Marius ama le sue routines. Se ha deciso di sedersi su di una sedia, quella dev’essere per tutta la settimana. Se qualcun altro la usa allora lui si agita. I ragazzi hanno imparato presto ad interagire con lui e a capire e a rispettarlo.
L’ultima sera abbiamo organizzato una cena danzante in una masseria. C’era una caciara indescrivibile. I ragazzi ballavano e si divertivano.
Io sono uscita per fumarmi una sigaretta, portandomi dietro il mio calice di vino. Seduto ad un tavolino, sotto un pergolato, in un angolo solitario e silenzioso c’era Marius. S’era portato il piatto pieno di orecchiette e il suo bicchiere di vino. Mi sono sentita così simile a lui.
“Grande idea!” gli dico “Lì dentro c’è veramente chiasso”
“Già, io odio le feste”
Faccio per allontanarmi, pensando che se ha scelto di stare lì probabilmente non ha voglia neanche di fare conversazione.
Ma lui mi chiama.
“You know, questa è stata l’esperienza più bella di tutta la mia vita. Amo l’Italia, amo questo posto. Amo tutto, il cibo, la gente, il clima. Qui mi sento felice. Devo assolutamente tornare al più presto”
“Ma certo!”, commento, “magari in vacanza con i tuoi genitori”
“No, da solo” e lo dice con un’aria decisa che non ammette repliche.
“Sono felice che tu sia stato bene, sai?”
“Grazie. Non dimenticherò mai tutto questo” e guarda il pergolato, il vino, le fiaccole, l’aranceto. Accarezza tutto con lo sguardo e ho voglia di abbracciarlo ma non lo faccio. Sulla scheda c’era scritto che Marius non sa decodificare il linguaggio extraverbale e neanche le espressioni facciali.
Secondo me sono tutte balle perché quello lì mi sembra più profondo e grande di tutta quella banda di allegri scapestrati che si divertono di là. Sono tutte balle, penso, e non riesco a non stringergli leggermente un braccio. Mi fa un sorriso sbilenco e capisco che va bene così, che quello riesce a decodificarlo, che sa che vuol dire “amicizia”.
Poi lo lascio solo a finire la sua cena.
Il giorno della partenza, il suo papà italiano si trattiene dall’abbracciarlo e gli dice solo “Ciao, Marius” e lo guarda salire sul pullman. Poi si gira, e gli vedo gli occhi lucidi, proprio come a me.
A presto, Marius, sussurro tra me e me.
Ci ho lavorato per un anno, con un bambino autistico. Ero la sua insegnante di sostegno.
Me ne dava un giorno sì e un giorno no.
Certi giorni arrivavo a casa talmente stravolta da lasciare le chiavi attaccate alla porta.
Ma quello che ho ricevuto quell’anno in termini di esperienza e di bagaglio emozionale non me l’hanno dato tutti gli altri anni e tutti gli altri alunni messi assieme.
io non ho mai avuto a che fare con ragazzi particolari e questa qui è stata un’esperienza davvero insolita per me. devo dire che ho imparato e avuto tanto, umanamente parlando. certo, dipende dalle situazioni. per esempio, se mi fossi trovata davanti un tipo alla Alex di winter credo che ci sarebbe scappato il morto.
bella, prof. gli occhi lucidi ce li ho anch’io, e ho anche una gran voglia di dirti grazie.
Grazie a te, pigry, per esserti commossa con me.
Io sono quello che a vederle dall’esterno si commuove ma sarebbe molto vigliacco all’idea di viverle dall’interno. Invece di fare come la tua collega, che prende e si butta, sono di quelli che si sarebbero fatti mille problemi e forse si sarebbero sottratti, almeno senza sapere nel dettaglio che problemi ha questo ragazzo e come affrontarli.
Ho trascorso i miei 18 mesi da obbiettore come volontario in un centro socio educativo con un gruppo di ragazzi ” con un problema” , come dice Marius.
25 anni dopo posso constatare che quello che ho imparato con loro è la parte migliore di quello che sono ora . ( la parte peggiore lo imparata cercando di imitare le gesta di john belushi)
Non so cosa darei per vederti nei panni di John Belushi
l’ho
Prof, è stato molto bello da parte vostra ospitare un olandese svantaggiato che chatta tutto il giorno su fb…
E che vomita in continuazione, poverino.
Giap, famiglie intere…
Kat, vedi che non serve incazzarsi tanto per ciccione insoddisfatte? Tanto tutto torna in forme che non ti aspetti.
La cicciona deve annegare nella cacarella. Solo allora sarò soddisfatta. Comunque, hai ragione: tutto torna in forme inaspettate.
quoto sia il Gatto che il Mint.
io sarei stata onorata di ospitare Sheldon Cooper.
Sìsì, sono d’accordo anch’io. Queste storie ti toccano tantissimo e ti riempiono di partecipazione. Io speo con tutto il cuore che quel povero olandese sociopatico riesca un giorno a vincere la sua battaglia per imparare ad essere una persona vera come Marius.
Sìsì, son d’accordo anch’io. Spero tanto che il povero olandese sociopatico riesca un giorno a vincere la sua battaglia e a diventare una persona vera, come Marius.
Rita
(chettenero marius. E il primo scambio con il suo ospite italiano è da applausi!)
(EHI!!! POSSO DI NUOVO COMMENTARE SU WORDPRESS!!! POSSO DI NUOVO COMMENTARE SU WOOOOORDPREEEEEESS!!!)
Ma vieniiiiiiii!
… ma possibile che riesci sempre ad emozionarmi, ogni volta che ti leggo? Che sia per il riso, per il pianto, per la felicità o per la rabbia, sai raccontare le cose con tale semplicità e tale spontaneità che sento di conoscerti…
Continua così! Marzia
Marzia, ma sei tu? Quella Marzia che mi commentava tanto tempo fa? Che bello ritrovartiiiiiii! Scrivimi in privato e raccontami come va. Ti abbraccio forte.
… ehm… mi dispiace deluderti ma non sono “quella” Marzia: è la prima volta che commento, anche se è da un bel po’ che ti seguo. Mi fai sempre emozionare e passo volentieri a sbirciare le tue avventure di moglie, prof. e “restauratrice di trulli”. Come mi sarebbe piaciuto avere una prof. come te… e come mi piacerebbe vivere in Puglia… spero che continuerai a farci ridere e piangere come hai fatto fino ad oggi. Ciao. Marzia (…l’altra).
Ciao, Marzia “l’altra”! Allora benvenuta nel mio blog! Grazie per le tue belle parole, e grazie per essere una mia lettrice affezionata! palesati quando vuoi, mi fai piacere. ciao.
mannaggia a te…m’è scappata una lacrima…
mannaggia. be’ dai fatti due risate con gli altri post, adesso.
Ancora una volta: grande khatika e collega intelligente! sniff sniff, lacrimuccia.
grazie, anna8