C’è una dolorosa presenza in prima. Un ragazzetto tetraplegico senza coscienza e senza capacità percettive. Relazionarsi in qualche modo a lui è impossibile perché è praticamente un vegetale.
La madre, giovane, bella ed elegante, arriva la mattina, lo porta in classe su una specie di sedia a rotelle, lo piazza di traverso tra la cattedra e la prima fila di banchi e se ne va, senza neanche salutare.
L’insegnante di sostegno non sa come gestire la situazione, inoltre le mancano le competenze per affrontare il compito che le è stato calato addosso.
Lui per la maggior parte del tempo fissa il soffitto con la testa riversa all’indietro. Poi ad un tratto gorgheggia, tossisce, emette dei suoni come di chi sta per soffocare e allora fiumi di bava gli colano sui vestiti. mentre il viso si contrae nello sforzo di respirare. I suoi compagni ogni volta trasaliscono, si guardano spaventati, nessuno sa che fare. Secondo l’insegnante di sostegno questo è un caso che necessita di un’assistenza medica specifica e non del classico sostegno. Un giorno abbiamo chiamato la madre per capire cosa stesse succedendo: pensavamo che stesse per morire lì davanti a tutti. Insomma fare lezione diventa molto complicato.
La madre ha deciso di iscriverlo da noi e non in qualche istituto specializzato perché ritiene che l’ambiente sia più tranquillo. Ma non si rende conto che parcheggiarlo (perché è di questo che si tratta) per tutta una mattina a scuola e liberarsene per qualche ora pur di sopravvivere equivale ad esporre il figlio ad un’enorme umiliazione. E nessuno sa come venirne fuori, né la preside, che pur si rende conto della situazione, né le figure competenti.
E, lasciando da parte i sentimenti di umana pietà che casi del genere ovviamente suscitano, non posso fare a meno di chiedermi se sia giusto che la sventura e il dolore di un singolo si riversino su studenti giovanissimi di una classe intera, che pure avrebbero diritto ad una vita scolastica normale e serena, esattamente come tutti gli altri.