Lapponia in breve

Come descrivere l'atmosfera della Lapponia Norvegese se non con delle foto?

E' tutto quello che riesco a dirvi per ora. Devo riprendermi dallo shock culturale e togliermi di dosso l'odore di merluzzo (sì, sono stata su un peschereccio a pescare) e di cacca di puffin (sì, sono sono su un isolotto dove nidificano gli uccelli con evidenti problemi di incontinenza).

Ho fotografato le renne e ne ho pure mangiata una (non potevo rrrriufiutarrre!).

Ho urlato di spavento su un gommone in mezzo al mare di Barents (incazzato).

Ho desiderato rinascere professoressa norvegese quando ho visto nella scuola norvegese a)un pianoforte nella mensa, b) il numero di macchine fotocopiatrici in sala professori, c) il solarium e la sauna in sala professori, d)una gigantesca LIM, un pc, un registratore, un videoproiettore, una stampante,  in OGNI AULA,  e) un ufficio per ogni docente.

Ho desiderato NON rinascere professoressa norvegese quando ho visto la maleducazione degli studenti norvegesi, che ho beccato perennemente al bivacco coi piedi sulla cattedra del prof. e che non si alzano  neanche quando entra la loro preside in classe.

Ho abbracciato Jens e Leena, i miei angeli custodi in quella terra lontana, stringendoli forte quando mi hanno detto "Torna presto, questa è casa tua".

memorie veliche di una ragazza di campagna

barca a vela 2010 010                                                                      la nostra barca
 

1.
La vela non è un’esperienza per tutti, questa è la verità. Per i primi due giorni ho creduto che non fosse proprio per me. Il Polpie soffriva di mal di mare ed io soffrivo di mal di terra. Quest’ultimo manco sapevo esistesse ed invece è una specie di mal di mare che ti colpisce una volta a terra. Sintomi: vertigini, sensazione di dondolìo perenne, nausea, mal di testa. Per fortuna, poi passa.
 
2.
Cucinare in barca a vela è come leggere in macchina: se non sei abituato vuol dire nausea assicurata.
 
3.
Le cucine delle barche sono basculanti. Divertente ma soprattutto intelligente.
 
4.
I bagni sono a misura di puffo. Io ci stavo bene però fare una doccia significa inondare water e lavandino.
 
5.
Diciamoci la verità: le condizioni igieniche non sono proprio da sala operatoria.  In barca si cammina, ovviamente, a piedi scalzi. Quando c’è da manovrare, quegli stessi piedi camminano  frettolosamente sui teli che hai steso per sederti o sui cuscini. C’è da risparmiare l’acqua, perciò poche docce brevi e pochi shampoo. E’ tassativamente vietato gettare carta igienica nel water: quella usata va occultata discretamente in un sacchetto da gettare quando si arriva al porto successivo. Per evitare sprechi le pentole vanno sciacquate in acqua di mare prima di ripassarle col detersivo sotto l’acqua dolce.
 
6.
Se, come abbiamo fatto noi, si dorme  spesso in rada, la spazzatura che si accumula viene riposta nel pozzetto dell’ancora.
 
7.
Se, nelle concitazioni delle manovre di attracco, lo skipper vi urla “lega quella scotta alla bitta”, o “fai una gassa d’amante”  non chiamare la neurodeliri: probabilmente si tratterà solo di fare un nodo da qualche parte. Il capitano vi guarderà con occhi colmi di gratitudine e la pace cosmica verrà ristabilita.
 
8.
Detto ciò, vedere i delfini che si affiancano alla tua barca, veleggiare intorno a isole a te care, addormentarsi sotto la luna piena in una rada protetta e solitaria e svegliarsi al mattino su un mare da sogno in cui tuffarsi prima di colazione non ha prezzo.

P.S.: sono stata una brava mozza. non ho pianto durante le boline anche perchè ce ne sono state poche, data la bonaccia perenne di questi giorni, come potete notare qui sotto.

 

LA LUPA DI MARE

Tanti anni fa due tra i miei amici di sempre, appassionati di mare ed esperti velisti, decisero di farmi il battesimo della vela. Il fatto che scelsero un giorno in pieno inverno la dice lunga sul livello di sadismo di queste due emerite facce di merda.

Io ero a digiuno di qualunque tipo di nozioni velistiche, eppure il loro piccolo briefing prima della partenza si limitò a raccomandazioni tipo: “Mettiti una giacca a vento impermeabile.” Punto.
Io ero così felice che mi bastò per sentirmi provetta marinaia e zompai allegra allegra dal molo sulla barchetta.

Ovviamente, non era mia intenzione fare la passeggera: volevo rendermi conto, imparare, collaborare. Perciò, la prima cosa che chiesi fu: “A che serve questa corda?”

Mai mai mai dare della “corda” a qualcosa appartenga ad una barca,  soprattutto in presenza di esperti navigatori. Assistereste a scene isteriche tipo “AAAAAGGGGHHHHHH! Corda  no, non si può sentire! Oddiomiooooo!”. Potete chiamarla, drizza, scotta, o come cazzo volete voi, ma non corda. L’unica cosa che può essere chiamata corda è quella della campanella ed è lunga 15 centimetri, mi spiegarono.

Dopo avermi presa per il culo per 5 minuti buoni, furono così generosi da spiegarmi il perché: ogni pezzo di “corda” ha un suo nome specifico perché  nelle manovre in mare è molto più agevole e rapido dare gli ordini.

Vabbè, insomma. Finalmente accesero i motori e lasciammo la banchina.
Non dimenticherò mai la sensazione di pace che si prova quando, usciti dal porto, i motori vengono spenti e si affida la rotta al vento. L’unico rumore, allora, è quello delle vele che sbattono contro l’aria. Che pace! Che meraviglia!

Seduta sul bordo della barca stavo appunto riflettendo sul senso di quiete e sul rapporto tra uomo e natura, quando i due disgraziati mi ordinarono: “Ora punta i piedi e afferrati bene”.
Non feci in tempo ad eseguire il comando che la barca s’inclinò di lato, talmente tanto che le vele lambivano quasi le onde.

Ovviamente, essendo dotata di spirito d’adattamento, indiscutibile coraggio e prontezza di spirito, non feci una piega. Con ineffabile understatement, mi limitai soltanto a far notare ai miei compagni l’evento in corso:
“AIUTO!!! CHE CAZZO STA SUCCEDENDO! STIAMO AFFONDANDO!  STIAMO AFFONDANDO! MADONNA SANTA BENEDETTA. NON VOGLIO MORIREEEEEEE! AIUTOOOOOOO! MAMMAAAAAA!”.
Al primo barlume di lucidità mi girai a guardare i Grandi Bastardi. Ridevano talmente tanto da non riuscire a parlare.
Quella fu la mia prima bolina.

Nonostante l’esordio non proprio degno, devo dire che il resto della giornata andò molto meglio. Ad un certo punto cominciai persino a divertirmi.  
Da allora, a parte qualche uscita sui laserini in qualche villaggio turistico, non mi è più capitato di andare in barca a vela.
 
Ci riprovo domani, per una decina di giorni di crociera tra le isole greche. L’amico skipper e sua moglie alle manovre, Polpie in cambusa o al fiocco. Io non ho trovato ancora un ruolo ma, da alcuni segnali che ho percepito, ho il vago sospetto che mi faranno fare il mozzo,  sempre che non sia impegnata a piangere alla prima bolina.
 
Che il cielo m’assista.

molto felicemente tornata

Jeddah, sera della patenza. Siamo finalmente in aereo.
Io leggo, mentre siamo in fase di rullaggio. E' un bel po' che si rulla. Alzo lo sguardo e chiedo al polpie, ma quanto cavolo è lungo il giro prima della pista? Lui mi fa notare che siamo assolutamente fermi. Il leggero sballottolìo che avverto è quello della tempesta di sabbia. Incredula, guardo dal finestrino. Sabbia, tuoni e fulmini. Cioè, un vero temporale ma al posto della pioggia c'è la sabbia. La tempesta è così forte che riesce a muovere un Boeing 747.

Non chiedo al Polpie cosa succede ai motori in casi del genere. Preferisco non sapere.

Dopo più di un'ora fermi sulla pista, finalmente decolliamo.

A Ryiadh, dove abbiamo due ore di sosta, apprendiamo che l'equipaggio del volo successivo è rimasto bloccato dalla tempesta di sabbia a Jeddah. Le ore di sosta diventano quattro.

Ripartiamo da Riyadh che è ormai l'alba. Una volta a Milano, abbiamo conferma che la nostra coincidenza è persa, però ci dicono c'è un volo per Roma che parte dopo 40 minuti, se ci va bene lo stesso…

Facciamo di corsa i biglietti e andiamo a Roma (del resto, sempre più vicina a casa di Milano è). Fortunatamente da Roma riusciamo a trovare un volo per Bari dopo un'ora.

In macchina, mentre torniamo a casa, penso "appena mi butto sul divano lo stupro (il divano)", tanto sono stanca.

Vedo il paesaggio farsi senpre più familiare e conto i minuti che mi separano da casa mia, dalle mie bestioline, dalla bella dormita che mi farò.

Finalmente arriva il momento di infilare la chiave nella toppa. Ma c'è qualcosa che non va. L'odore. Il tanfo di morte.
Apro la porta e i miasmi pestiferi c'invadono polmoni, occhi e gola.

Faccio una rapida conta dei miei gatti. Ok, sono tutti fuori. Provo ad accendere la luce e la verità mi si dischiude in tutto il suo orrore: è scattato il salvavita, probabilmente appena sono partita, e tutto quello che era in freezer (carne, pesce, sughi,funghi ecc.) si è letteralmente decomposto. Abbiamo passato due ore con le bandane sul naso per cercare di pulire tutto, sforzandoci di cacciare indietro i conati e annusando ogni tanto  l'aceto per non svenire.

Impressionante. Credo che il frigo non lo recupereremo più, non siamo riusciti ancora a mandar via quell'odore terribile.

Nonostante ciò, è bello essere a casa.

LAST DAY IN JEDDAH

Tanto per darvi uno spaccato della vita quotidiana al seguito di un pilota.

Gli ultimi due giorni sono stati di fuoco. Alì polpett è affetto da un mal di denti che non lo fa dormire da due giorni.

Ieri notte sveglia (si fa per dire) alle 3 di mattina. Non accende le luci per non svegliami e prende per errore il mio passaporto, che io avevo sventatamente appoggiato sul suo, nel suo cassetto. Prende servizio, consegna il passaporto all'addetto ai timbri. Costui va a farlo timbrare per l'uscita dal paese. Lo riporta al Polpie. Polpie controlla e si accorge che il passaporto è il mio. Esce dall'aeroporto a torna di corsa a casa a prendere il suo. Torna in aeroporto, allerta i controlli per far annullare il mio timbro d'uscita e prende servizio regolarmente.

Stanotte, sveglia alle 2,30 del mattino, per fare l'ultimo volo prima di andare in ferie. Arriva ad Alessandria d'Egitto. Pista avvolta dalla nebbia così fitta da imporre ben due riattaccate. Purtroppo, lo affianca un primo ufficiale saudita, simpaticamente detto  "Andy" (da handicap) per le sue alte capacità di imbranarsi, e che non gli è stato per niente d'aiuto. Prima del terzo tentativo, il Polpie prende in mano i comandi e fa un atterraggio manuale. Nel frattempo, i passeggeri e l'equipaggio erano stati avvertiti che se non si riusciva ad atterrare ad Alessandria si sarebbe atterrati al Cairo (fortunatamente il polpie aveva deciso di mettere più carburante del solito). Appena atterrati, il capocabina, disorientato per i lunghi giri intorno alla pista avvolta dalla nebbia, chiede al Polpie "Comandante ma dove siamo?", prima di fare l'annuncio. Il tempo di far salire i passeggeri per il volo di ritorno e via di nuovo a Jeddah.

Ora il Polpie è stravaccato sul divano, a cercare di riposare.

Direi che è proprio ora di andare in ferie. Alè.

THE BRIDE OF THE RED SEA – updated with pictures!

In questo paese ci sono due Arabie: l’Arabia di Jeddah e quella di Ryiad. Se qualcosa cambierà sicuramente è da Jeddah che partirà, dalla Sposa del Mar Rosso, come la chiamano qui.

 Come per tutte le città di mare, l'atmosfera  è molto meno opprimente. Anzi, c’è un fermento che si percepisce a pelle, soprattutto nei giovanissimi. C’è voglia di divertimento, ma solo quella: la voglia. Ieri sera eravamo a cena in un posto bellissimo sul mare e dalla terrazza dove stavamo cenando abbiamo visto passare due motoscafi: uno pieno di ragazzi e l’altro pieno di ragazze che si agitavano al suono di musica occidentale sparata a tutto volume.  Altrove è normale, ma qui è una sfida all’ordine costituito.

Chi sta sfidando sul serio il conservatorismo è una nuova categoria professionale che è nata qui a Jeddah: gli stilisti di Abaye. Prima c’erano i sarti che facevano sempre lo stesso modello. Qui cominciano a comparire abaye in tutte le varianti possibili, con orli ricamati con colori vivaci o con decorazioni di strass, anche se continuano ad essere rigorosamente nere.

Update: oggi sono riuscita a fotografare quelle esposte in un negozio.

abaya fashion 1
abaya fashion 2
abaya fashion 3
fashion abaya 4

Le ragazze, o quelle che sembrano tali (qui non si capisce mai), le stanno adottando con entusiasmo. Ieri ne ho vista una con un’abaya con l’orlo leopardato. A Riad l’avrebbero arrestata.

Il Polpie, per stare sicuro, me ne ha presa una normale.

kat abaya

Muttawa non ce ne sono in giro, da quando due anni fa tre di loro sono stati linciati e lasciati morti sull’asfalto dalla folla incazzata ed esasperata dalle loro angherie.

I ristoranti sono sempre pieni e la notte è uno sbarluccichìo di luci, soprattutto adesso con gli addobbi per il Ramadan. Le ore di punta sono due, una alle 9:30 di sera e l’altra a mezzanotte, quando chiudono i malls. I grandi centri commerciali sono, infatti, l’unico passatempo dei sauditi e costituiscono la sola attività del dopocena.

Percorrere le moderne strade a sei corsie di Jeddah procura una sensazione strana, di sospensione prolungata. Come quando si guida, chennesò, a Los Angeles. E’ come se ci fosse un gioco di rimandi continui a qualcosa che poi non trovi. Gli spazi sono enormi, le strade vaste, guidi per decine e decine di chilometri all’interno della città, lungo queste superstrade piatte circondate dalla sabbia, dagli enormi rondò, senza mai arrivare al dunque. II concetto europeo di città, dove alla fine trovi qualcosa identificabile come “il centro” qui manca.

Ieri, per la verità, sono riuscita a vedere una specie di centro storico, ma mi è sembrato un luogo inospitale, decadente, sporco, pieno di paccottiglia Made in China e firme false,  popolato da immigrati alienati del Bangladesh o delle Filippine. Neanche un negozietto con roba araba, per dire. Niente di vero. Sono stradine semisfaltate che si dipanano intorno alla inquietante “Chop chop square”.

Nel complesso, in questa città  sembra quasi che sia possibile vivere tranquilli se impari ad adattarti, la vita sembra scorrere lieve e pigra, la maggior parte della gente è ospitale.

Ma, proprio nel momento in cui ti sei sorpreso dall’idea che questo luogo ti possa pure addirittura piacere, capita di sentire una voce più forte delle altre “Ehi, Christians, come here!”. Ti giri e vedi un paio di ceffi con un sorriso beffardo che ti invitano ad entrare nel loro stall ad ammirare le loro merce contraffatta. Ma il tono canzonatorio con cui hanno pronunciato quel “Christians” ti fa gelare il sangue nelle vene.

Pensi a quando in quel bordello totale del suk ti sei accesa una sigaretta e un gruppo di donne velate ti si è fermato davanti aggrottando le ciglia talmente tanto da poterlo capire persino dalla fessurina per gli occhi.

Pensi ai poveri francesi ammazzati un paio d'anni fa in un’imboscata sulla strada per Medina (e noi abitiamo in Medina Road).

Pensi all’attacco terroristico in un compound, quando dei pazzi  armati  sfondarono l’ingresso ed  ammazzarono tutti gli stranieri che trovavano e poi, non sazi di sangue, andarono casa per casa a stanare e massacrare la gente, intere famiglie.

Pensi all’esaminatore del Polpett, quello che si scandalizzò per il “fuck”, che è stato espulso dal paese perché sospettato di complicità con l’uomo più ricercato del mondo.

Pensi a tutto questo e capisci che non puoi lasciarti andare del tutto all'abbraccio di questa città. E speri che il tuo AlìPolpett  abbandoni questa seduttiva e inquietante Sposa del Mar Rosso per tornare da te.

Essere donna in KSA

Io ho capito una cosa: essere donna in questo regno significa, in breve, avere lo stesso status legale di un infante.
Innanzitutto, da quando nasce a quando muore, deve avere un “Mahram” o "guardiano maschio”. Di solito è il padre, o, in mancanza di quello, uno dei fratelli o uno zio o un cugino o, se è sposata, il marito. Senza il consenso scritto del mahram una donna non può fare assolutamente niente, tantomeno viaggiare. Il Ministero degli Affari Esteri saudita invia un sms al mahram ogni volta che la donna di cui è custode varca la  frontiera, anche se è già stata autorizzata e se viaggia con il resto della famiglia. Ogni volta che una donna fa un'operazione in banca, la stessa banca invia un sms di avvertimento al suo mahram. Una donna non può neanche presentarsi in un tribunale senza il suo guardiano. A volte signore autonome, laureate, idipendenti, sono costrette a dover chiedere il permesso per viaggiare al nipote scapestrato 20 anni.

Qui non c’è un limite minimo d’età perché una donna venga data in moglie, pertanto capita anche che bambine di otto anni vengano date in spose a uomini di 50, in cambio di una dote sostanziosa. Questo capita soprattutto nei ceti più bassi. In quelli più colti i matrimoni avvengono a seguito di incontri combinati, ma almeno c’è la possibilità per i due giovani di dire di no. E’ vietato sposarsi con uomini di altre nazioni, anche se sono musulmani.

La donna acquista un senso qui solo ed esclusivamente nel momento in cui si sposa e mette al mondo almeno 5 figli. Ho visto coppie giovanissime (almeno, lui lo era, lei chissà) con 6 o 7 bambini al seguito.  Il saudita in generale è un vero saudita solo se ha una famiglia numerosa. Tutto il paese sembra programmato e su misura per le famiglie. Essere singles qui è una iattura, soprattutto se si è femmine.

Come in tutte le società così strutturate, c’è il problema delle zitelle  da sistemare, che neanche Mrs Bennett in Orgoglio e Pregiudizio…. Allora dei buontemponi (ma anche no) hanno pensato bene di fondare un gruppo su face book che si chiama “We Want Them Four”, cioè “ne vogliamo quattro”, per rivendicare il diritto ad avere le 4 mogli previste dalla religione, con la scusa che così facendo rendono un favore alla società intera, liberandola da tutte queste zitelle pericolose. Ridendo e scherzando, questo gruppo del cacchio ha raggiunto più di 600 membri.

La polizia religiosa non dà tregua alle donne, inseguendole e vessandole per un nonnulla, dallo smalto ai piedi o al rimmel (vietati). Secondo le interpretazioni più soffocanti dei precetti, alle donne è vietato usare i pantaloni ma, allo stesso tempo, devono stare bene attente  non far intravedere le caviglie, altrimenti i muttawa arrivano e ti frustano sulle gambe (visto). Per fortuna qui a Jeddah di muttawa se ne vede poca, altrimenti sarebbe un delirio per me. Oggi, per esempio, c'è stata una piccola tempesta di sabbia mentre eravamo in giro, sicchè mi sono accorta che il vento mi alzava l'abaya ma non riuscivo a controllarla più di tanto perchè usavo le mani per ripararmi gli occhi. Se fossi stata a Ryiad mi avrebbero picchiata.
 La muttawa ha addirittura da ridire sulle donne che vanno palestra definendole “without manners” e stanno cercando di far chiudere le poche palestre femminili in quanto “decadent”.

Però, a guardare la TV di qua, tutto sembra diverso. Le pubblicità o le soap della televisione araba sono tutte con donne col viso scoperto, truccate che manco moiraorfei, a volte senza neanche l’hijab e con i capelli al vento. Allora io mi chiedo: per coerenza tutte queste fanciulle che pubblicizzano sapone da bucato o lo yogurt non dovrebbero indossare l’abaya? Perché per strada pure noi expat che non c’entriamo niente dobbiamo coprirci fino alle unghie mentre in tv le arabe possono mostrare il viso?
Cercare di capire fino in fondo questo paese mi sembra sempre più compito ardito.
 

people

Antonio è un napoletano trapiantato qui da un paio d’anni. Omone muscoloso e volitivo, fa il cuoco dell’hotel dove alloggiava il Polpie prima di trasferirsi nel compound. Grazie alla sua intraprendenza è diventato il tuttofare dello Sceicco proprietario dell’hotel (e di molte altre cose, ovviamente). E’ molto disponibile con Polpett, e gli ha dato delle dritte su molte cose, aiutandolo anche a trovare casa e macchina. Insomma è un uomo che ha una soluzione per ogni problema, il che costituisce una risorsa per un expat.
Sembra un personaggio dei film di Salvatores, nel senso che rappresenta un certo tipo d’italianità che ripropone se stessa dovunque essa si trovi. A volte, invece, sembra uscito da una commedia dei Vanzina (parlando con decenza), col suo anglo-napoletano improvvisato e imparato sul campo. Oggi stava cazziando il suo vice (libanese flemmatico come un bradipo) così: “iamm bell, e littel mor eshmart pliss” (su, bel giovine, un po’ più sveglio per favore). Oppure, mentre ci dava indicazioni: “occhei, non al primo randebbaut, non al secondo randebbaut, al terzo randebbaut girate a destra”.
Sposato tre volte, la sua attuale moglie è una brasiliana che vive in Brasile e che va a trovare una volta all’anno. Lei ora sta qui da tre mesi ma parte stasera perché non ne può più di questo posto, soprattutto di stare reclusa in casa. Un po’ la capisco. Sono qui da quasi una settimana e comincio ad accusare i colpi della reclusione. Essere privati di autonomia, di libertà e di spontaneità dopo un po’ pesa, per quanto uno si dica che è una situazione temporanea. Ma di questo parlerò altrove.
Spesso la mattina andiamo a prenderci un caffè nella hall del suo albergo e facciamo quattro chiacchiere con lui. Oggi ci ha detto che un funzionario dell’aeroporto (musulmano e libanese) che vive in uno dei condominii dello sceicco ha menato il contabile dell’albergo (musulmano e cingalese) residente nello stesso condominio. Il motivo? Il cingalese era da un po’ che faceva domande sulla moglie (al secondo matrimonio) del libanese e seminava commenti poco educati sulla signora, finchè la cosa non è arrivata all’orecchio del libanese che, alla prima occasione, lo ha menato senza neanche dargli il tempo di raccomandare l’anima al pr …(cavoli, la censura) quello che inizia con p e finisce con eta. Il Cingalese è andato a lamentarsi subito con lo sceicco. Antonio, che era presente in quel momento, racconta che sto cornutone spiegava il suo atteggiamento con “io non posso vivere nello stesso building di una divorziata, con una che vive in stato di peccaminoso concubinaggio”. Antonio, grande e grosso, pare sia intervenuto dicendo “iu are tellin mi ma uaif is a uor! l’anem e chitemmuort! Ma uaif tù is divorsed, stu chin e mmerd”. Non so come sia andata a finire, Antonio non l’ha detto, ma credo che lo sceicco abbia preferito non inimicarsi il suo fantastico cuoco italiano, che stasera, peraltro, gli preparerà le orecchiette col cacio ricotta che ho portato ad Antonio dalla Puglia.

Cronaca di una giornata in spiaggia saudita

Polpetta mi ha detto che la costa saudita del mar rosso è di una bellezza spettacolare, ma la si può vedere solo dall’alto, dall’aereo. Molte zone costiere sono inaccessibili, ci si arriva con delle mulattiere o attraversando l’immenso deserto saudita. I colori del mare non hanno nulla da invidiare alle Maldive. Infatti il Polpie dice che se e quando l’Arabia sarà aperta al turismo, qui si scatenerà il burdell. Ci sono centinaia e centinaia di chilometri di costa incontaminata, dove probabilmente nessuno ancora ha messo piede e sulla quale, immagino, saranno prontissimi a gettarsi imprenditori con la bava alla bocca, pronti a sfruttarne le potenzialità.

L’altro giorno abbiamo sfidato il caldo torrido e ci siamo concessi quella che è rimasta la nostra unica giornata in spiaggia. Non ce ne sono molte, sembra che i locali preferiscano le piscine. Dopo esserci informati, riusciamo ad individuare quella aperta agli occidentali.

Dobbiamo percorrere la solita strada a sei corsie per parecchi chilometri prima di trovarla. In realtà niente la distingue dal resto. Stesse mura bianche  che costeggiano la strada e poi un enorme cancello. Basta. Suoniamo il campanello e arriva il portiere che, dopo aver controllato i documenti, ci fa il biglietto per entrare. Niente fa capire che dietro questo ingresso blindato ci sia davvero una spiaggia.
Il cancello si apre sferragliando e ci ritroviamo in un immenso parcheggio vuoto, di sabbia pressata, qualche maceria qua e là, il retro di qualche costruzione.
Dopo aver camminato un po’, finalmente intravediamo il mare. I colori sono meravigliosi. Un inserviente ci accompagna al nostro ombrellone, cioè alla nostra palma.

057

Fa talmente caldo  che ci sono dei grossi ventilatori persino all’esterno. L'afa toglie il respiro e ci buttiamo subito in acqua.  Ma non vi è refrigerio neanche lì, troppo caldo anche il mare.
Nonostante questo, riusciamo a tirare fino alle 6 di pomeriggio, grazie anche agli splendidi centrifugati di frutta che fanno qui. Il "Lemon and Mint" per il Polpett è ormai una droga quotidiana: limone e menta spremuti e centrifugati insieme. Delizioso!

Intorno a noi ci sono pochi altri occidentali e un paio di famiglie saudite, che, fortunatamente, non ci fanno storie nonostante io sia in bikini e non con l’abaya da bagno (come lo chiamo io), tipo quella descritta da Perla nel suo commento precedente. Ho sempre la sensazione di essere poco rispettosa in queste circostanze, ma, del resto, questa è una spiaggia che gli stessi sauditi hanno riservato a noi expat, quindi, mi dico, probabilmente questi che sono qui hanno messo in conto di trovare donne semi ignude.

Il collega del Polpett con cui siamo venuti in spiaggia se n’è andato un paio d’ore prima di noi. Passa a riprenderci per riportarci a casa. Ci diamo appuntamento fuori dal cancello blindato, ma lui è in ritardo. Mi ritrovo in mezzo alla strada e senza abaya per 10 minuti buoni. Ma qui non siamo a Rhyiad  e nessuno, fortuna mia, ha chiamato la muttawa.