PARLIAMO DI COSE SERIE, PER FAVORE

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Ragazzi, che successo in cucina oggi. Siccome mi capita di rado,  questa ve la devo proprio dare. Intendo la ricetta. Che poi sarebbe uno dei due-tre- piatti che mi vengono veramente ma veramente bene.

 

Andate in pescheria, no? Fatevi dare una vaschetta di cozze pulite e aperte a metà, cioè con ancora metà guscio.

 

Poi andate a casa e prendete una teglia da forno. Ungetela con olio extravergine d’oliva e mettete un leggero strato di cipolla tagliata a rondelle molto sottili e pomodorini. Poi adagiate uno strato di cozze, aggiungete una spruzzatina di prezzemolo, pepe e poco sale. Poi è la volta dello strato di patate tagliate a rondelle molto sottili. Dopo che avete completato con le patate spargeteci sopra un pugno di riso (se la mano è piccola pure due). Poi ricominciate daccapo a fare gli altri strati (prima cozze, poi patate e poi riso).

Concludete con uno strato di patate (mi raccomando sempre sottilissime), pomodorini e pangrattato. Aggiungete l’acqua delle cozze filtrata e mezzo bicchiere di acqua. Metteteci poi una spruzzata di pecorino e aggiungete ancora un po’ di olio.

Ricoprite la teglia con la stagnola e infornate a 200 gradi fino a quando riso e patate non saranno cotte (oggi ci sono voluti 50 minuti).

Prima di togliere la teglia dal forno, togliete la stagnola e fate gratinare per 5 minuti.

 

Come tutte le pietanze di questo tipo io di solito faccio riposare un po’ (15-20 minuti) prima di servire.

 

Fatemi sapere com’è andata, se vi volete cimentare.

OZIO PRODUTTIVO

Il Polpetta Volante ha deciso di darmi dimostrazione che il *Libricino magico del nonno funziona solo con lui.

Pertanto, dopo aver prudentemente circoscritto le mie funzioni a quelle della più bassa manovalanza (preparare le dosi, grattugiare la scorza di limone, pulire dove lui sporca e infine friggere) ha fatto i famosi krapfen ("ha fatto" un corno, perchè il lavoro sporco l’ho fatto io lasciandogli solo da impastare, che dalle mie parti, come winterina già sa, si dice "trombare").

Risultato: guardate da voi. Accidentaccio a lui, devo ammettere che non c’è paragone tra i miei krapfen (infotografabili) e i suoi.

Ecco, quindi, il prodotto nelle sue varie fasi di lavorazione:

Fase 1, detta anche La Lievitazione

krapfen 1
Fase 2, detta anche La Frittura:

krapfen 2
Fase 3, detta anche L’Orgogliosa Presentazione:

krapfen 3(inutile dirvi che quell’essere col maglioncino da checca peruviana è il cuoco).

* Il Libricino Magico del Nonno: nel lessico della Polpettafamily è il ricettario ereditato dal nonno-pasticcere-di-scuola-napoletana. Da lì la PolpettaMum ha imparato ha fare il suo impareggiabile babà e la pastiera.

PERSEVERARE E’ DAVVERO DIABOLICO?

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Tutti mi dicono che io i dolci NON LI DEVO FARE (e questo solo perché ogni tanto ne sgarro uno).

 Infatti oggi ho fatto i krapfen.

In fondo, mi dicevo, mica rientrano nella categoria dolci e/o dessert! E poi che ci vorrà? Un po’ di patate, un po’ di lievito di birra, farina. Fai delle palle, butti tutto in padella e friggi. Semplice, no?

Mi chiama  Polpetta Volante di ritorno dal lavoro:

 
“Ciaoooo, sono appena atterrato! Tra un po’ sono a casa!”

 

“Amore mio bello, luce della mia vita ecceteraeccetera, a casa c’è una sorpresa per te…vabbè, te lo dico: ti ho fatto i krapfen!”

Ora, amici miei, siatemi vicini, perché quel farabutto invece di apprezzare questa moglie (io, me, MOI) devota come una geisha, pronta ad accogliere il marito vagabondo (lui, il verme delle paludi, il fetido escremento) preparandogli con tanta cura e con inesauribile entusiasmo uno dei suoi dolci preferiti, invece di gratificarla con i dovuti apprezzamenti, è stato solo capace di produrre un prolungato e macabro silenzio dal quale è riemerso con un:

 

 “OCCAZZO!”

 

No, dico, vi sembra normale?

 

Giapatoi, tu che sei del mestiere, mi confermi che si può divorziare per moooolto meno?

PRINCIPI DI FISICA : IL RIGATONE

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Oggi a tavola col polpetta è venuta fuori una di quelle questioni che di solito ci impegnano per tutta la durata di un pranzo in  avventurose elucubrazioni pseudoscientifiche.

 Azzannando una forchettata di rigatoni al sugo, polpetta mi fa:

“Ma hai notato che la forma della pasta influisce anche sul sapore? Cioè io credo che se al posto dei rigatoni ci fossero degli spaghetti, il gusto sarebbe diverso, eppure marca e impasto sono gli stessi!”

"Sai" dico io esternando una brillante intuizione "forse non è il sapore che cambia, ma la nostra percezione di esso”

 “Sicuramente"  incalza lui, che vuole vederci chiaro "però in che modo, e perché?”

 

“’azz"  penso io "e mò?”

 

Insomma, per farla breve, alla fine dell’impegnativa conversazione le opzioni sulle quali si è ristretto il campo di indagine sono le seguenti:

 

  1. varia il tempo di permanenza in bocca e quindi varia la percezione del sapore
  2. varia la superficie esterna e la capacità o meno della stessa di trattenere il condimento
  3. è solo un fatto si simpatia per una determinata forma di pasta che influisce psicologicamente sulla nostra percezione, un po’ come quando ai bambini fai mangiare la pasta a forma di stelline o paperini.
  4. chi se ne frega, e passami la coppa ché me la finisco!

Che avrebbe fatto il suo Jeeves, Mr. Woodehouse?

Solo chi nel suo DNA ha iscritta la formula chimica del vino, solo chi è figlio di padri come il mio, che mi ha abituata a bere sin da ragazzina ma solo per aumentare la mia resistenza perchè nessuno potesse approfittare di me facendomi ubriacare ( e qui devo dire, aveva visto bene), solo chi ritiene erotizzante far girare il vino nel bicchiere giusto, assaporarne il profumo (ma che non mi rompano le balle con i profumi di rododendri al tramonto e il retrogusto dei corbezzoli di Roccacannuccia di Sotto raccolti nel plenilunio di settembre, per cortesia, che sono bizantinismi stilistici per fancazzisti, a mio modesto parere), solo persone così, dicevo, possono capire il rosicamento interiore dell’altra sera.

Ci arriva un invito a cena da un mio vecchio compagno di liceo, appartenente alla categoria "amico ricco nobile ma simpatico" per una specie di allegra rimpatriata con la comitiva di vecchie volpi di allora.

Il Polpetta naturalmente, come era pure giusto, borbotta un po’ "Ma sai che palle a treccia di mozzarella mi faccio io a passare una serata così, mentre voi ve la spassate a raccontarvi tutti i fatterelli vostri?". Alla fine, però, decide di venire comunque. E siccome quando vuole lui sa pure essere un signorino a modo, si ferma in enoteca e compra uno dei suoi vini preferiti "Il Bricco dell’Uccellone" (‘cazzo ridete, esiste veramente ed è pure un signor vino!, oh). Ora, lui rientra in macchina con la bottiglia e, sapendo del prezzo non proprio popolare di questo signorvino, io lo guardo con l’espressione "Ma sei pocopoco impazzito?". Sicchè lui se ne esce con una di quelle sue frasi fascinose che mi fanno venir voglia di stuprarlo sul cofano della macchina: "Ma dai, questa è una serata importante per te, rivedi tutti i tuoi più cari amici: è giusto festeggiare come si deve!". Comme il faut…

Peccato che tutto questo sfoggio di savoir vivre sia andato sprecato.

Il padrone di casa ha preso il vino, non lo ha degnato di uno sguardo, lo ha riposto da qualche parte in cucina e non lo hai mai tirato fuori. Per tutta la sera, peraltro comunque piacevolissima, ci  ha fatto bere del vinaccio bisolfitico, all’animaccia sua.

Al ritorno, in macchina, ho rivolto un pensiero pieno di nostalgia e rimpianto al Bricco, finito da qualche parte nella dispensa dell’amico, augurandogli con tutto il cuore di trovare, quando e se sarà mai aperto, lo stesso trepido calore, la stessa emozionata cura e lo stesso riconoscimento al valore che avrà l’altra bottiglia che il Polpetta, a seguito di brillante intuizione, aveva comprato anche per noi.  La cautela è cautela..

Anche le pulci tossiscono

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A tutti quelli che quando porto il dolce fatto da me ne corrono a comprarne subito uno al bar

A tutti queli che quando sanno che sto facendo una torta esclamano "O cazzo!"

A tutti quelli che "sì, guarda ne assaggio appena un millimetro perchè sono davvero piena" e poi si ingozzano di pandoro

A tutti quelli che mi dicono che le mie crostate sembrano dei frisbee

A tutti quelli che mi dicono che i miei krapfen se li lanci contro un muro rimbalzano

A tutti quelli che mi dicono che le castagne preferiscono suicidarsi piuttosto che finire in una mia montblanc

E a tutta la blogosfera annuncio che queste mie manine hanno prodotto il

SUPERMUFFIN!!

Lo so che la meraviglia in questione non è a fuoco ma questa ve la dovevo far vedere!

Ma secondo voi..

E uno


“Polpetta mio adorato, lo sai che ti ho fatto un cheesecake?”

“U Signur!”

 

E due


“Katika che porti stasera da Giulio?”

“Stavo pensando di fare uno strudel”

“O cazzo! Ma sei sicura?”

 

E tre

 

“Ciao katika, ciao Polpetta, benvenuti. Che c’è in questa tortiera?”

“Un tiramisù”

“Oh, grazie! E……… chi lo ha fatto?”

“Katika!”

“Ah,,,,,,,,,,,. Va bè,  non fa niente. Tanto avevo comprato io dei dolci.”

 

E quattro

 

“Allora ragazzi, com’è questa ciambella? L’ho fatta io!!”

“Ehm, beeeh, b-b-buona…. Mi passi la bottiglia? Presto presto presto!!!”

“Ma è aceto!”

“Va bene lo stesso, è che il dolce mi si è bloccato in gola come se avesse le unghie”

 

Dite che dovrei trarre qualche conclusione?

 

Il riposo della guerriera

Cosa dire? Quando hai appena trascorso una giornata frenetica, senza pause, incazzandoti per l’idraulico che ti ha bidonato per la quinta volta, fibrillando per la tua rassegna che sta per cominciare, correndo di qua e di là a fare commissioni e via dicendo, cosa c’è di meglio che sorseggiare un buon bicchiere di nero d’Avola, guardare la tua Polpetta Volante alle prese con un barbeque carico di salsicce e bistecche da paura e dimenticarsi del mondo là fuori?