CHI HA DETTO CHE SE VUOI SAPERE COME SARA’ UNA DONNA DA VECCHIA DEVI VEDERE SUA MADRE?

La mia mamma sta accusando i colpi del tempo che passa e allora mi sta diventando un po’ svanita con le parole, nel senso che non le vengono mai in mente quelle che le servono sul momento. E allora tutto si trasforma in un eterno, e a volte estenuante, indovinello:
 
“Vieni a pranzo oggi? Sai ho fatto quelle cose lì”
“Quali cose, mamma?”
“Mmmmhhh… dunque  … aspe’ che mo’ mi viene eh? Mmmhhh, insomma quella roba lì, col ripieno”
“Ma quali cose ripiene? Carciofi?
“Ma nooooo!”
“Melanzane?
“Ma perché mi devi fare agitare? Non è la stagione per le melanzane ripiene”
“Seppie?”
“Ma uffa, quante ne vuoi sapere! Quando vieni vedi, ora non mi viene in mente come si chiamano”
(erano i tortellini)
 
“Kat, mi presti per favore la cosa, lì, quella che l’altro giorno era su quell’altra cosa più grande?”
“Mamma, chiarisci il pensiero!”
“Quella che vibra,  col coso rosso e grosso  in cima all’affare! ”
“Mamma, sono persa nelle nebbie!”
“Ma che ti sei rimbambita?  O mi stai provocando per farmi incazzare? E’ quella cosa dove  pigi il pulsante ed esce il succo del limone! E quanto ci vuole a capirlo!”
(era lo spremiagrumi)
 
Ma il bello è stato oggi:
“Kat guarda che hai dimenticato da me il libretto d’istruzioni del gatto”
(era il libretto delle vaccinazioni)

Che dite, mi devo preoccupare?

VIVA LA VIDA

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Finalmente è arrivata la nostra figlia adottiva.

Si sa, una casa è vuota senza un frugoletto che ti corre incontro quando rientri, la vita non ha un perché senza quel senso di continuità che solo una giovane creatura ti può dare e poi è pure necessario aprirsi all’altro, uscire dal bozzolo chiuso e abitudinario della coppia felice e autoreferenziale, provare a pensare per tre e non più solo e sempre per due, tu ed io, io e tu. Eh!

L’iniziativa è stata mia. Il polpetta mi ha dato l’ok molto di buon grado.


Sarà perché l’adottata è un’australiana di 18 anni di nome Natasha?

OZIO PRODUTTIVO

Il Polpetta Volante ha deciso di darmi dimostrazione che il *Libricino magico del nonno funziona solo con lui.

Pertanto, dopo aver prudentemente circoscritto le mie funzioni a quelle della più bassa manovalanza (preparare le dosi, grattugiare la scorza di limone, pulire dove lui sporca e infine friggere) ha fatto i famosi krapfen ("ha fatto" un corno, perchè il lavoro sporco l’ho fatto io lasciandogli solo da impastare, che dalle mie parti, come winterina già sa, si dice "trombare").

Risultato: guardate da voi. Accidentaccio a lui, devo ammettere che non c’è paragone tra i miei krapfen (infotografabili) e i suoi.

Ecco, quindi, il prodotto nelle sue varie fasi di lavorazione:

Fase 1, detta anche La Lievitazione

krapfen 1
Fase 2, detta anche La Frittura:

krapfen 2
Fase 3, detta anche L’Orgogliosa Presentazione:

krapfen 3(inutile dirvi che quell’essere col maglioncino da checca peruviana è il cuoco).

* Il Libricino Magico del Nonno: nel lessico della Polpettafamily è il ricettario ereditato dal nonno-pasticcere-di-scuola-napoletana. Da lì la PolpettaMum ha imparato ha fare il suo impareggiabile babà e la pastiera.

Clark-Dog-Kent

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Quando è a casa, il Polpetta dopo il pranzo ha l’abitudine di farsi un giro per i campi con i cani.

 E’ appena tornato, chiamandomi a gran voce, tutto sudaticcio e pieno di terra.
 
“Katika abbiamo dei cani eroici!” mi annuncia
 
Erano lì, a passeggiare per la campagna quando ad un certo punto sono stati caricati da due rotweiler sbucati da qualche masseria nei paraggi. Polpetta ha capito che per lui era finita. Però ha deciso di morire combattendo e si è chinato a prendere una pietra, deciso a vendere cara la pelle.

I rotweiler si avvicinavano sempre di più, correndo e sbavando. Polpetta nel frattempo prendeva la mira.

Ma non è stata necessaria nessun’azione. Il nostro Peppino, un purissimo bastardo di media taglia, che non si è mai distinto per coraggio e ferocia, anzi, che ha paura dei temporali e dei gatti, ha tirato fuori i superpoteri e si è trasformato in un Supercane. Ha eroicamente attaccato i due mostri mettendoli in fuga. E quando dico attaccare intendo proprio appiccicare, perché il nostro eroico supercane ha addentato il didietro del più grosso e ci è rimasto infilzato tipo banderilla per tutto il tempo della fuga.

Grande, eroico Peppino, se non ci fossi stato tu, oggi del Polpetta mi sarebbero rimasti dei brandelli da ricomporre come un puzzle.

Nonna Filomena

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Aderisco anch’io al meme autogeneratosi grazie ai contributi di mint, perla , boston e esse.

E’ una storia semplice, la mia, senza avi illustri, azioni eroiche o battute clamorose.

E’ una storia che sa di vigna e di ulivi e di gente comune.

La nonna materna era una contadina.

A furia di spaccarsi la schiena nei campi aveva messo su insieme al nonno una piccola azienda dove si allevava qualche animale e si produceva vino e olio.

Penso a lei con occhi liquidi di rimpianto. La sua assenza è tuttora per me il mio dolore più grande. A lei devo tutto quello che di buono c’è in me (se ce n’è).

Incapace di sentire il male o di produrne, mai l’ho sentita esprimere un giudizio e mai l’ho sentita parlare male di qualcuno.

Eppure la nonna ne aveva vissute di cose. Era stata traghettata dal suo mondo contadino fatto di cose semplici e di pudore antico in un pianeta moderno fatto di figli sempre di corsa e nipoti giramondo.

E lei era lì, silenziosa e sorridente. Dietro ai suoi occhi profondamente buoni guardava il mondo impazzito intorno a lei. Erano gli anni 70 e poi gli 80, quelli della mia infanzia e della mia adolescenza. Io inseguivo famelica la vita tra lo studio, gli amici, le feste, i viaggi. A casa arrivavano giovani da luoghi remoti e a lei sconosciuti, come le lingue che parlavano. Eppure non se ne faceva un cruccio, si rivolgeva a loro nell’unica lingua che sapeva, il suo dialetto, ed essi rispondevano, eccome, e riuscivano anche a stabilire dei legami di affetto profondo con lei, catturati da quel suo fare garbato. E quando era il momento di ripartire non lo facevano mai senza essere passati ad abbracciarla. Ricordo ancora le lacrime di commozione di Mark, un ragazzone tedesco.

Le volevo un mondo di bene ma ero una ragazzina stupida e sentivo molto la lontananza tra i nostri linguaggi e i nostri due mondi. Quello che per me era scontata normalità a lei bisognava spiegarlo. Ero distratta da tante cose e non mi accorgevo che mi stavo dimenticando di quanto fosse preziosa la sua esistenza.

Accoglieva i cambiamenti con saggezza e senza mai giudicare. A volte era sorpresa. Come quando vedeva la sua unica nipote partire in gita scolastica anche con i maschi. O come quando, con aria da carbonara, mi chiese: “Senti katika, io gli uominisessuali forse ho capito come fanno, ma le donnesessuali?”

Sopportò i due drammi della sua esistenza (la morte del nonno e il divorzio della sua unica figlia, mia madre) piangendo di nascosto, trattenendo la disperazione per tutto il giorno per poi liberarla di notte, che lei trascorreva a sospirare e a pregare.

Tutto il suo guardaroba era racchiuso in un piccolo armadio. Il vestito per la messa la domenica. Quelli per tutti i giorni. Quello bello per le ricorrenze.

Quelle rare volte che usciva, per tutto il tragitto in macchina incollava la faccia  al finestrino per guardare la campagna. “Oh, qui hanno già potato!”, “Com’è tenuta bene questa vigna!”, “Quell’albero è malato, peccato”. Tutto il viaggio così. Cosa darei per tornare indietro ora, per darle corda, per ascoltarla veramente invece di farla parlare da sola e per prenderle quella mano ruvida come il tronco di un albero e tenerla tra le mie.

Si divertiva quando io o mio fratello le facevamo i dispetti slacciandole il grembiule o quando la prendevamo in braccio e le facevamo fare la giravolta! Faceva l’arrabbiata, ci mostrava minacciosa le sue mani grandi, dure come pietre, piene di calli, che quando ti accarezzavano ti graffiavano, ma sorrideva di nascosto.

Nei suoi ultimi anni di vita la nonna decise che si sarebbe occupata solo delle galline e di una capra. Mentre le galline a lei non facevano granché simpatia, col quadrupede invece stabilì un rapporto di vera sorellanza. Le diede un nome e cominciò a portarsela dietro ovunque. Per questo fu soprannominata dai nipoti irriverenti nonna heidi. Le piaceva una quercia, che poi ora è la mia quercia. Era facile vederla seduta su un masso lì sotto, a seguire il volo degli uccelli o l’andirivieni di qualche formica, con la capretta che brucava lì intorno.

Poi, verso il tramonto, tornavano a casa. Dalle finestre del piano di sopra, io sentivo il ticchettio del bastone con cui ormai si aiutava, e le vedevo, la nonna e la capra, tornare alle loro solitudini.

Morì in una bellissima giornata di sole di tanti anni fa, io ero con lei.

Chissà se c’è un posto dove vanno le persone dopo.

Chissà se da lì possono sentire i nostri pensieri.

 

Lo vorrei proprio.

fredooooom!

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Dopo aver salutato gli altri pazienti affacciandosi nelle stanze come il papa in vena di benedizioni urbi et orbi, dopo una allegra serata trascorsa a raccontare barzellette agli infermieri di notte, dopo aver regalato il pigiama nuovo e tutto quello che aveva lì al paziente curdo, suo poverissimo e affamato compagno di stanza, dopo averci informati che gli hanno detto di non stressarsi e insistito sulla fondatezza medica della sua richiesta di non importunarlo più col divieto di bere e fumare (che, a suo dire, gli procura stati d’ansia intollerabili), il  Releone è si cambiato per uscire finalmente dall’ospedale. E’ emerso dal rito della vestizione abbigliato nel seguente modo: jeans a zompafosso da cui facevano capolino calzettoni a righe, camicia scozzese, bretelle, gilet milletasche, gigantesca cravatta-foulard azzurra a pallini, coppola di cachemire beige e scarpe dall’aria molto ma molto vissuta.

Accendendosi il sigaro è uscito baldanzoso in cortile gridando a tutti quelli che incontrava “Che bella la libertà!”, arrotando la sua eccentrica erre moscia e strizzando l’occhio alla dolcissima Tettasfregiata, che prendeva servizio in quel momento.

AAAAHHHHGGGG!

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Io non so come ho fatto a crescere normale (vabbé, più o meno, dai) con un padre così sfacciatamente irresponsabile e cazzone.

L’altro giorno lo ricoverano per una trombosi all’aorta oculare.  Accorriamo tutti quanti al suo capezzale e apprendiamo dai medici che gli è andata veramente di culo e potrà tornare sano come prima. Il problema è convincere un leone che è sempre scoppiato di salute, che ancora lavora in studio dall’alba fino a tarda sera, che non si è mai fatto una puntura in vita sua e che sviene ogni volta che vede il sangue  a sopportare qualche giorno di ospedale senza farne una tragedia  da  fine del mondo.

Lui però alla sua sopravvivenza ci ha pensato da solo.

Infatti, il giorno dopo il ricovero e il grande spavento, si è fatto beccare dal primario a fumare il sigaro giù in cortile. Naturalmente è stato cazziato  con il controcanto da tutta la famiglia.

Ma non è finita qui. Sempre il primo giorno, al momento della cena gli arriva il vassoio con della brodaglia e la mela cotta. Guarda profondamente addolorato il rancio e per consolarsi  produce dal comodino una bottiglia di negramaro e una fiaschetta di grappa,  recuperati chissà come e prontamente sequestrati dalla figlia stronza, cioè io.

Anche lì si è beccato la paternale (che in questo caso si dovrebbe chiamare una filiale).

Stasera, poi, il menù prevedeva riso bollito e scondito, una scatoletta di tonno “paulos” e carotine bollite. Vi giuro che la vista di quella robaccia ha fatto venire la malinconia pure a me. Ma il vecchio leone stranamente non si scompone, non stramaledice tutti gli ospedali d’italia ma, come se nulla fosse, tira fuori dal famoso armadietto polpette di contrabbando e persino delle melanzane ripiene, manco fosse un superboss in regime di carcere duro. Non manca la solita fiaschetta, questa volta di aglianico del vulture. Gli ho lasciato mangiare le polpette e, per il suo bene, gliene ho fregate tre con la scusa di assaggiarle.

Nel frattempo è diventato il re della foresta, giustamente. Nel giro di due giorni ha ridotto in stato di semischiavitù e sottoposto alla sua tirannia le infermiere dell’ospedale, blandite dal suo modo di fare ruffiano e allo stesso tempo autoritario. Sono in due ad avvicendarsi al suo “letto di dolore”. La sua preferita è “Tettasfregiata” da lui soprannominata così a causa di una cicatrice che ha intravisto sbirciando nella scollatura mentre gli mette le flebo. L’altra, invece, non la sopporta perché, a suo dire, gli fa male quando gli fa le punture e poi è acidissima. Pertanto, in virtù della sua personalissima teoria secondo la quale l’acidità di una donna è inversamente proporzionale alla sua attività sessuale, la poverina è stata battezzata col simpatico nick di “Aviopriva”.

La comitiva degli infermieri, oltre a Tettasfregiata e Aviopriva, è composta dall’infermiere che gli porta il vassoio con la cena. Lui viene sempre accolto da un gagliardissimo "Amicomiooooo!!!".

Ah, se Amicomio sapesse che quella non è contentezza ma solo una grande presa per i fondelli al pensiero delle polpette nascoste nell’armadietto!

AUGURI!

Il Polpetta anche quest’anno a Natale lavora (per non perdere l’abitudine)

Io lo seguo. Base: Mar Rosso.

Che volete, vado a fare la brava mogliettina e a tenere la manina a quell’animadiddio per rendergli più lieve la fatica e regalargli la sensazione di un certo calore di famiglia. Che so, magari  mi porto un pò di festoni natalizi e gli addobbo il cockpit, o gli appendo le palle  (che avete capito, manigoldi, quelle  di natale!!) in giro  per  l’aeroplano,  mi posso  vestire  da babbanatala  e passare  con  il caffè, potrei anche cantare qualche canzoncina all’interfono "Cari passeggeri, è la moglie del comandante che vi parla. Forza, tutti in coro You’d better not shout, you’d better not cry ……… Santa Claus is coming to town!!" Qualcosa farò.

Pertanto, miei cari amici della blogosfera, vi abbandono per qualche giorno ma non senza prima augurarvi BUON NATALE con un grosso abbraccio virtuale.

A presto.

Ciao