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Aderisco anch’io al meme autogeneratosi grazie ai contributi di mint, perla , boston e esse.
E’ una storia semplice, la mia, senza avi illustri, azioni eroiche o battute clamorose.
E’ una storia che sa di vigna e di ulivi e di gente comune.
La nonna materna era una contadina.
A furia di spaccarsi la schiena nei campi aveva messo su insieme al nonno una piccola azienda dove si allevava qualche animale e si produceva vino e olio.
Penso a lei con occhi liquidi di rimpianto. La sua assenza è tuttora per me il mio dolore più grande. A lei devo tutto quello che di buono c’è in me (se ce n’è).
Incapace di sentire il male o di produrne, mai l’ho sentita esprimere un giudizio e mai l’ho sentita parlare male di qualcuno.
Eppure la nonna ne aveva vissute di cose. Era stata traghettata dal suo mondo contadino fatto di cose semplici e di pudore antico in un pianeta moderno fatto di figli sempre di corsa e nipoti giramondo.
E lei era lì, silenziosa e sorridente. Dietro ai suoi occhi profondamente buoni guardava il mondo impazzito intorno a lei. Erano gli anni 70 e poi gli 80, quelli della mia infanzia e della mia adolescenza. Io inseguivo famelica la vita tra lo studio, gli amici, le feste, i viaggi. A casa arrivavano giovani da luoghi remoti e a lei sconosciuti, come le lingue che parlavano. Eppure non se ne faceva un cruccio, si rivolgeva a loro nell’unica lingua che sapeva, il suo dialetto, ed essi rispondevano, eccome, e riuscivano anche a stabilire dei legami di affetto profondo con lei, catturati da quel suo fare garbato. E quando era il momento di ripartire non lo facevano mai senza essere passati ad abbracciarla. Ricordo ancora le lacrime di commozione di Mark, un ragazzone tedesco.
Le volevo un mondo di bene ma ero una ragazzina stupida e sentivo molto la lontananza tra i nostri linguaggi e i nostri due mondi. Quello che per me era scontata normalità a lei bisognava spiegarlo. Ero distratta da tante cose e non mi accorgevo che mi stavo dimenticando di quanto fosse preziosa la sua esistenza.
Accoglieva i cambiamenti con saggezza e senza mai giudicare. A volte era sorpresa. Come quando vedeva la sua unica nipote partire in gita scolastica anche con i maschi. O come quando, con aria da carbonara, mi chiese: “Senti katika, io gli uominisessuali forse ho capito come fanno, ma le donnesessuali?”
Sopportò i due drammi della sua esistenza (la morte del nonno e il divorzio della sua unica figlia, mia madre) piangendo di nascosto, trattenendo la disperazione per tutto il giorno per poi liberarla di notte, che lei trascorreva a sospirare e a pregare.
Tutto il suo guardaroba era racchiuso in un piccolo armadio. Il vestito per la messa la domenica. Quelli per tutti i giorni. Quello bello per le ricorrenze.
Quelle rare volte che usciva, per tutto il tragitto in macchina incollava la faccia al finestrino per guardare la campagna. “Oh, qui hanno già potato!”, “Com’è tenuta bene questa vigna!”, “Quell’albero è malato, peccato”. Tutto il viaggio così. Cosa darei per tornare indietro ora, per darle corda, per ascoltarla veramente invece di farla parlare da sola e per prenderle quella mano ruvida come il tronco di un albero e tenerla tra le mie.
Si divertiva quando io o mio fratello le facevamo i dispetti slacciandole il grembiule o quando la prendevamo in braccio e le facevamo fare la giravolta! Faceva l’arrabbiata, ci mostrava minacciosa le sue mani grandi, dure come pietre, piene di calli, che quando ti accarezzavano ti graffiavano, ma sorrideva di nascosto.
Nei suoi ultimi anni di vita la nonna decise che si sarebbe occupata solo delle galline e di una capra. Mentre le galline a lei non facevano granché simpatia, col quadrupede invece stabilì un rapporto di vera sorellanza. Le diede un nome e cominciò a portarsela dietro ovunque. Per questo fu soprannominata dai nipoti irriverenti nonna heidi. Le piaceva una quercia, che poi ora è la mia quercia. Era facile vederla seduta su un masso lì sotto, a seguire il volo degli uccelli o l’andirivieni di qualche formica, con la capretta che brucava lì intorno.
Poi, verso il tramonto, tornavano a casa. Dalle finestre del piano di sopra, io sentivo il ticchettio del bastone con cui ormai si aiutava, e le vedevo, la nonna e la capra, tornare alle loro solitudini.
Morì in una bellissima giornata di sole di tanti anni fa, io ero con lei.
Chissà se c’è un posto dove vanno le persone dopo.
Chissà se da lì possono sentire i nostri pensieri.
Lo vorrei proprio.