Non è colpa mia, è il mondo che ce l’ha con me

Eccomiiiiii!

Lo so, lo so, è da tanto che la vostra eroina non vi aggiorna sulle sue avventure. In sintesi, in questo tempo di assenza ho:

  1. Avuto due volte l’influenza.
  2. Avuto 15 giorni di coliche addominali la cui origine è tuttora un mistero
  3. Lanciato ogni serie di invettive contro la cultura del dolore dei nostri ospedali (non capisco perché in Italia per scoprire che cazzo c’hai all’intestino ti debbano infilare un tubo nel culo e fartelo risalire fino allo stomaco, A CRUDO, senza anestesia) (a proposito, ancora non ho avuto il coraggio, che andassero affanculo, ma non il mio, di grazia)
  4. Smesso di fumare. Lo so, lo so è la terza volta che ci provo, ma sono già due mesi che non spippetto.
  5. Cercato la dieta miracolosa per perdere i 4 kg in più dovuti all’astinenza da fumo.
  6. Fatto la mia ennesima figura di merda a scuola.

 

In questo post vi narrerò quanto successo al punto numero sei.

 

Setting: scuola semivuota, sala professori, tardo pomeriggio

Personaggi: Katika e collega simpatica di ginnastica, Ms D.

 

Le due affiatatissime colleghe sono accasciate su due sedie della sala professori in attesa che inizi il consiglio di classe di loro pertinenza, che è anche l’ultimo della giornata.  Non c’è nessun altro intorno. Le nostre voci rimbombano. Gli altri colleghi o sono ancora nel consiglio precedente o sono andati via. La sala professori in realtà non è una sala, è un pezzo di ingresso diviso dal resto da una cassettiera molto alta, che funge da separé.

 

Ms D. è una donna simpaticissima e anche un bel pezzo di gnocca. La sua bonazzaggine, però, di mattina è sempre un po’ mortificata dalla sua tenuta da lavoro (tuta e scarpe da ginnastica) mentre in occasioni come questa, quando può vestirsi come tutte noi comuni mortali, viene fuori in tutto il suo splendore.Vado molto daccordo con lei e le volte che capitiamo insieme facciamo le sceme.

K: “Ammazza, se sei bona oggi!”

Ms D: “Inutile che ci provi, tanto non te la do”

K: “Uuuhhh, che montata!”

Ms: “Uff… che palle sti consigli, adesso ci tocca pure la mamma di Alessia: quella è un’attaccabrighe. Che ora è?”

K: “Le sei e mezza”

MsD: “Uè uè, ti sei messa i tacchi? Anche tu fai la tua porca figura quando decidi di vestirti da femmina!”

K: “Ehi guarda che avevi detto che non me la davi. Stai cambiando idea?”

Passano un paio di minuti, durante i quali aggiorniamo i rispettivi registri.

Ms D. (tirando fuori il pacchetto di Marlboro Lights dalla borsetta): “Cara, ce ne facciamo una veloce? … azz… è vero, tu non più… ormai”

K (lanciando occhiate di tenera nostalgia alle sigarette e per niente consapevole del doppio senso di quanto stava per dire): “E lo so, ma vengo con te lo stesso, almeno te l’annuso un po’

 

Aggiriamo la cassettiera e ci dirigiamo verso l’uscita. La mamma di Alessia era lì, esattamente dietro alla cassettiera, in attesa del nostro stesso consiglio di classe.

 

Ci ha lanciato uno sguardo strano. Chissà che aveva.

 

che fine ha fatto katika? ovvero membre interne senza “membro interno”

Finalmente ieri si sono conclusi gli esami di stato per la mia terza classico. Io, tanto per cambiare, ero membro interno, assieme ad una collega di Storia dell’Arte simpatica, operativa, motivata, e un’altra, grandissima cazzona. Questa qui con la classe è stata in conflitto perenne e si è ritrovata, verso la fine dell’anno, al centro di una forma di protesta da parte dei ragazzi i quali, ritenendo impossibile trattare Pasolini, Calvino e Pavese nell’ultimissima settimana di scuola (come pretendeva lei solo per “terminare il programma”) hanno smesso di frequentare le lezioni in anticipo. “Non stiamo parlando di Moccia, prof.” si sfogavano con me “ma di autori troppo importanti per liquidarli con quattro puttanate in pochi giorni”. La situazione era incandescente quando gli esami sono iniziati.

La cazzona, loro prof. d’Italiano ma nominata commissario interno di Greco per gli esami, il giorno della prima prova ha preferito non venire per niente, lasciando campo libero al commissario esterno d’italiano. Il giorno della prova di Greco è venuta a fare vigilanza, ma è come se non ci fosse stata. La versione era ostica, i ragazzi erano provati dal caldo (37 gradi quel giorno) e dalla tensione. Lei si è rintanata in un’aula a cazzeggiare per i fatti suoi. Gli stessi commissari esterni erano perplessi. Si chiedevano come mai l’unica commissaria che avrebbe potuto sostenerli un po’ – come si fa di solito, dando delle piccole dritte o controllando che nessuno stia prendendo delle cantonate clamorose – fosse così disinteressata.

Solo dopo qualche sollecitazione da parte mia, ha deciso di alzare il culo e farsi una passeggiata tra i banchi. E solo mezz’ora prima della consegna s’è degnata di prendere un vocabolario e tradursi la versione. Non credo ci sia riuscita, visto che per la correzione ha utilizzato una roba scaricata da internet.

Naturalmente, quello che temevo è accaduto. La cazzona si è tolta qualche sassolino dalle scarpe, proprio in sede di correzione degli scritti, penalizzando quegli studenti che le stavano sul cazzo e favorendo i suoi pochissimi pupilli.

Risultato: una ragazza candidata al 100  (come tutti noi docenti speravamo) e che ha sostenuto il colloquio orale più brillante in assoluto, guadagnandosi i complimenti di tutta la commissione, ha preso solo 98 a causa del voto orribile messole dalla cazzona alla prova di greco. Io e l’altra interna l’abbiamo pregata in tutti i modi, cercando di farla ragionare, spiegandole che nessuno l’avrebbe potuta contestare se avesse aggiunto solo due punti alla sua valutazione, tanto il greco lo capiva solo lei.  Due punti. Solo due punti ad una ragazza che in greco è sempre stata bravissima, tra l’altro, e alla quale lei aveva messo 9 in sede di scrutinio. Niente da fare. Mai visto un commissario interno così stronzo. Naturalmente, i commissari esterni non hanno ritenuto opportuno interferire col suo giudizio.

Peccato. La ragazza è una persona meravigliosa, sia dal punto intellettuale che umano. Una che studia per curiosità e non perché deve,  che ha superato molte difficoltà  e che ne è uscita più forte, che ha molti interessi, che ama il cinema, che fa teatro, che legge tanto, che è generosa perché è nella sua natura. Una ragazza buffa e solare. Una che ha fatto un percorso stupendo nel corso degli anni. Da punteggio massimo insomma.

Eppure, per una cantonata presa nel momento sbagliato una persona così non potrà più aspirare ad un riconoscimento che meritava appieno. Se durante lo svolgimento degli scritti la cazzona – evidentemente da tempo priva di “membro interno” – avesse dato un’occhiata al suo foglio e l’avesse avvertita della strada sbagliata che stava intraprendendo  o se fosse stata meno stronza durante la correzione, le cose  sarebbero state diverse.

C’est la vie, ragazza mia, impara.

Di come la vostra Katika si sia trovata sulla sponda del fiume ed abbia visto passare il cadavere della cicciona

C’erano una volta quattro professori. Questi professori insegnavano quattro lingue diverse.

C’era pure una regione del sud che, con l’aiuto della UE, si è messa a finanziare un soggiorno studio all’estero di quasi un mese per gli studenti. Ma si potevano finanziare massimo tre gruppi. Le lingue a scuola nostra sono quattro. Ergo, i quattro professori si riunirono per definire quale delle quattro lingue dovesse essere esclusa.

Tutti e 4 siamo fortemente motivati. Io faccio la punta a questo bando di concorso da un anno. Nessuno arretra di un passo. La faccenda si fa imbarazzante, non si trovano criteri. Io dico che i criteri non possono essere stabiliti dagli stessi candidati e propongo un bel sorteggio. Non viene accettato.

Mi viene detto che per la mia lingua c’è già stato un corso pomeridiano aggiuntivo per tutto l’anno (con fondi europei) e che perciò bisogna lasciare spazio alle altre lingue. Così faccio. Lascio spazio agli altri e me ne torno a farmi gli affari miei, tanto uscirà un altro bando simile tra un anno. In sostanza, gli altri tre prof. con 15 studenti al seguito ciascuno se andranno per tre settimane all’estero, gratis più o meno a settembre. Ma dovranno lavorare d’estate, perchè il progetto ha un decorso lungo e complicato e bisognerà seguirlo attentamente.

E qui succede il putiferio.

A riunione ultimata vengo raggiunta da qualcuno dalle alte sfere e mi chiede di fare qualcosa perché tra i tre professori di lingua in ballo  ce n’è uno, quello di francese, che è totalmente inaffidabile. Per i miei più fedeli lettori, è quello(link)che mi ha accompagnato in uno dei miei viaggi-distruzione. Mi chiedono, in sostanza, di ripropormi come candidata. Io dico che non spetta a me e che spetta a qualcun altro prendere in mano la situazione. Viene convocato il professore. Viene chiesta a lui ulteriore conferma di disponibilità a partire e star via in Francia per quasi un mese insieme ai ragazzi. Lui dice sì sì. Per precauzione viene chiesta la stessa cosa alla cicciona (che insegna francese pure lei), che risponde che non può muoversi per tutti quei giorni e rifiuta la proposta.

1 giorno dopo.

Qualcuno nelle alte sfere prende in mano la situazione e convoca me e il prof. Dice che l’inglese non può assolutamente essere escluso da questa storia e chiede al prof. tontolone di ritirarsi e lasciare il posto a me. Il tontolone dice sì sì ed io comincio ad attivarmi per il progetto.

2 giorni dopo

La cicciona, la stessa che ha detto che non è interessata a partire coi ragazzi,  mi aggredisce in sala professori. Mi accusa della qualunque. Urla. Strepita. Dice che abbiamo manovrato senza interpellarla. Mi accusa di essermi lavorata la dirigenza di nascosto, di aver cambiato le carte in tavola a decisione presa.

M’incazzo pure io e le rispondo dicendo che il cambio non è dipeso da me, che io non c’entro assolutamente niente. Che non si deve neanche permettere di pensare che io usi certi sistemi. Ma è incontenibile. Poi incontra la lettrice d’inglese, che non c’entra niente manco lei e aggredisce pure la poveretta. E’ sgarbata, sguaiata. La situazione a scuola è incandescente e piena di malumori.

3 giorni dopo

Dopo una notte passata a pensare, arrivo a scuola, convoco tutti e dico che non accetto il cambio. Che vada il prof. di francese a farsi lo stage. Faccio  il famoso passo indietro, quello più doloroso, perchè nel frattempo mi ero già affezionata all’idea. Ribadisco che lo faccio per la serenità di tutti e per far passare i travasi di bile alla gente. Abbandono lo studio del progetto. Ciao ciao.

4 giorni dopo

Nelle alte sfere sono sempre più preoccupati. Temono che il tontolone  combini qualche casino, come già successo in passato. Cercano di trovare un escamotage. Propongono di fare un sorteggio delle lingue. I tre professori rifiutano perché non vogliono rischiare di trovarsi fuori. A loro sta benissimo che fuori rimanga io, così come deciso quel primo pomeriggio. Che cari.

5 giorni dopo

Arrivo a scuola. Mi annunciano che il tontolone ha rinuniciato al viaggio. Si è ricordato, solo dopo tanti giorni e tante conferme sbandierate, di chiedere il permesso a sua moglie, la quale gli ha risposto col-cazzo-bello-mio.

Riesco a non fare una piega. Mi dicono che, esattamente come previsto, il tontolone si è rivelato inaffidabile e che tutto quel casino fatto dalla cicciona è servito solo a farci perdere tempo.

Arriva la cicciona. La guardo negli occhi, voglio che mi guardi in faccia. Ma indossa gli occhiali da sole e ha lo sguardo basso. Bassissimo!

Oggi, finalmente, la richiesta di finanziamento è partita. Ora si tratta solo di incrociare le dita e sperare che lo approvino.

La cicciona?  Sta ancora galleggiando a pancia all’aria. E finché non mi chiede scusa, col cazzo le rivolgerò ancora la parola.

Oggi per la prima volta ho pianto

per la scuola, per il lavoro. Roba da matti.

Non sono una prof. perfetta. Però mi spacco il culo, questo sì. Lavoro molto, moltissimo. Spesso gratis, laddove i miei colleghi più furbi si fanno pagare pure l’aria che respirano. Io mi becco sempre i progetti più sfigati, quelli con pochi soldi, che però sono anche i più interessanti. Ma non m’importa. Mi sta bene così. Mai un “grazie”, mai un “brava” dall’alto. Mai.

Ma dai ragazzi e dalle famiglie sì, per fortuna. E’ questo che conta, in fondo, no?

Continuo a lavorare controcorrente, in mezzo a tanti, troppi colleghi demotivati e sfaccendati che non hanno vergogna a non fare un cazzo in classe e che mettono il 6 politico perchè hanno la coda di paglia. Ai presidi prof. così fanno comodo, in fondo. Non c’è pericolo di ricorsi con loro perché non possono permettersi di bocciare nessuno. E questo li rende sopportabili, nonostante le famiglie più accorte protestino di tanto in tanto chiedendone l’allontanamento per nullafacenza. Ma non si può, non è permesso mandarli via, no no.

Io invoco la meritocrazia nella scuola. Sono stufa. Uno studente mi fa: “prof. con quella lì non facciamo mai un cavolo. legge il giornale, ci racconta del suo fidanzato, ci fa fare quello che vogliamo. ma si rende conto che quella lì guadagna quanto lei?”

Ho sempre guardato queste cose ora con distacco ora con una punta di segreta indignazione, andando per la mia strada, cercando di mantenere rapporti cordiali con tutti, lavorando come sono stata educata a fare, da sempre.

Ma oggi il distacco dalle miserie mi è costato troppo.

Una di queste nullafacenti mi ha aggredita in modo sguaiato accusandomi di cose che non ho fatto. Ha trovato la complicità di qualche altro collega imbranato. Ha provato a tirarmi dentro a delle beghe da donnette nelle quali non voglio entrare per niente. Tanto non ci voglio entrare che ho rinunciato ad una cosa alla quale tenevo.

Ha vinto lei, in sostanza, perchè ha ottenuto quello che voleva solo per principio e che io non voglio più perché le liti da cortile le trovo degradanti.

La  preside è in congedo elettorale, altrimenti mi avrebbe difesa (forse)  e avrebbe preso in mano la situazione. Ma non c’è ed io mi sono sentita sola.

L’unico modo per far cessare quei coccodé da cortile era fare quel passo indietro. Gesto di una certa eleganza, in quel contesto becero. Questo mi raccontavo in macchina, tornando a casa.  Ma poi, dopo, ho pianto.

 

 

 

 

Ricevimento genitori- parte 2 – ovvero quando i genitori sono un po’ bastardi

Entra questa mamma. Mi stringe la mano. Io comincio a parlare del rendimento del figlio, Enrico, ragazzo molto educato e dal sorriso un po’ triste. Non me lo consente. E’ un fiume in piena. Ha bisogno di sfogarsi e lo deve fare adesso.

“Professoressa, lo so che mio figlio potrebbe fare di più ma è impegnato nello sport (verissimo, e pure ad alto livello) ed io non ho voce in capitolo. Ho deciso di non parlare più perché altrimenti scateno una guerra ed io ho deciso di porre fine alle guerre per il suo bene”

 

Insomma, viene fuori che c’è una situazione di conflitto tra lei ed il marito. Sono separati perché lui s’è fatto la storia con la sua migliore amica nonché mamma di un suo compagno di classe. Quando ne parla li chiama “Giulietta e Romeo”. “Quella signora (dice “signora” con lo stesso tono col quale direbbe “quel troione sfondato”) ha avuto pure il coraggio di presentarsi qui stasera. Lei, per esempio ci ha appena parlato”

“Signora, ma questo è il ricevimento genitori e quella signora è venuta come mamma di un mio alunno”

 

“Sì capisco tutto, ma io quando l’ho vista mi si è annebbiata la vista. Ma che sfacciata. Ci vuole coraggio, ‘sta z… signora!”

 

Mi dice che c’è il tribunale di mezzo, che il padre ha chiesto l’affidamento e che lei non ci pensa proprio a farsi togliere il figlio. Che lei lavora a 60 km da casa e che rientra la sera tardi ma che si spacca il culo per tenere d’occhio Enrico. Che avrebbe tanto voluto trasferirsi nella città dove lavora per fare una vita più agevole e che anche a suo figlio sarebbe tanto piaciuto trasferirsi in città e andare via da lì”

“Perché non lo fa, signora?” le chiedo.

“Perché Enrico ha paura che il padre si dimentichi di lui e che si affezioni al figlio di quell’altra”.

 

Cazzo, ma com’è possibile, penso io. Che vita è per questo ragazzo, se deve convivere con la paura di perdere l’amore di suo padre solo perché va a vivere a 60 km? Ma che minchia di uomo è uno che non riesce a trasmettere al proprio figlio la sicurezza del suo affetto incondizionato?

Mi sorge persino il dubbio che tutto quello sport e quelle gare siano un mezzo per tenersi stretto il padre, che tiene tantissimo alla carriera agonistica del figlio.

 

E mi ricordo che quella mattina Enrico  è arrivato in ritardo:

“Mi scusi prof., ma stamattina è successo un casino!”

 

Alla fine dell’ora mi avvicino a lui e me lo porto in disparte. Cosa c’è? gli chiedo.

 

“Prof. io non ce la faccio più”

 

Poi non ha più detto niente. Ma ora so.

 

Genitori bastardi.

PICCOLI PIANISTI CRESCONO, MA ANCHE NO.

Prima che l’anno scorso dessi le dimissioni da capetta di un’associazione che organizza una rassegna annuale di jazz dalle mie parti, mi è capitato di essere in giuria nel concorso per nuovi talenti che organizzavamo di tanto in tanto.
In realtà non capisco una mazza di jazz, diciamo che mi ficcavano in giuria un po’ per fare numero e un po’ come rappresentante dell’organizzazione. I giurati che veramente contavano comprendevano di solito un critico musicale, un paio di jazzisti affermati, qualche giornalista e un paio di amatori qualificati. Io facevo bassa manovalanza: preparavo schemi,  cambiavo i demo, prendevo appunti e facevo il tè. Questo per la scrematura iniziale. In quella fase mi è capitato di sentire di tutto. Dal jazzista che eseguiva improvvisazioni fintissime che si riconoscevano lontano un miglio, alle schiappe più desolanti ma anche delle cose buone.
La sera della finale, i concorrenti suonavano e poi si nominava il vincitore.
 
La settimana scorsa, ad una festa di compleanno, mi ritrovo un pianista che vinse il concorso 7 o 8 anni fa. Ciao, gli dico, ti ricordi di me? No? Ero in giuria quando hai vinto il concorso Nuovi Talenti eccetera.
 
Era già pieno di boria allora ma mi rendo immediatamente conto che la situazione è andata peggiorando, con gli anni. Mi risponde gelido facendo spallucce, alzando un sopracciglio ed emettendo uno sbuffo di fumo di sigaretta: “Ma, sai, ne ho vinti tanti”. In realtà si ricorda benissimo e si lascia scappare che ha risentito la registrazione del concerto varie volte perché, dice “ho suonato proprio bene, ci mancava pure che non vincevo”. Recito una prece ai congiuntivi dispersi e gli chiedo come se la passa. Con l'aria infastidita della divinità che deve per forza confrontarsi con i comuni mortali e per questo deve interrompere il suo magnifico e narcisistico isolamento, mi racconta che è appena tornato da NY dove ha inciso un disco con dei musicisti importanti, che tutti lo cercano che tutti lo vogliono. Gli faccio i miei complimenti e lo lascio a fumare, pensando che non lo vogliono tutti tutti, se quella sera è lì a fare piano bar, con i coglioni a girandola, in una trattoria dispersa nella murgia pugliese.

p.s.: ieri sera, però, mi sono rifatta le orecchie con un artista vero. Grande, Pat Metheny!

Non credo morirò mai di morte naturale

Ah, ma ve l’ho raccontata quella di Pasquetta? No?!
 
E’ che siamo stati in campagna a casa di amici di amici, no? E questi qui hanno due passioni: l’orto e i loro due cani. Fin qui ci siete, si?
La logistica della loro splendida casetta-trullo vuole che lo spazio vitale per queste due passioni sia unico, cioè un unico giardino, grande per carità, ma mai troppo grande per due simpatici setterini e una piccola piantagione di peperoni.

Ma, come vedrete, ci sono dei sistemi per circoscrivere la zona riservata all’una e all’altra delle due passioni.
 
“Bello, come si chiama?”, chiedo alla padrona di casa, indicando il più carino dei due cani.
“E’ femmina e si chiama Lulù” risponde la cara conoscente, prima di affrettarsi verso il barbecue.
 
Rimasta sola, naturalmente sento che devo andare ad accarezzare Lulù. La chiamo e lei arriva e si ferma poco prima di un filo colorato, quasi invisibile, tra me e lei.
 
Lulù ha un muso troppo simpatico e scodinzola, la bastarda, ma non si muove di un millimetro. Perchè lei è intelligente. Lei.

Per vincere la sua diffidenza e conquistare la sua fiducia, mi avvicino con estrema lentezza. M’inginocchio per essere all'altezza dei suoi occhi (ok ok, il primo che dice che non ce n’era bisogno lo metto sulla graticola). Stabilito il contatto visivo, allungo il braccio per toccarla e  comincio ad accarezzarla. Mentre lo faccio mi chino sempre più verso di lei. E' fatta: il contatto, che dico, l'idillio è stabilito. Per un attimo sono convinta che Lulù mi sorrida, persino. Mi avvicino ancora. Il mio busto (leggi tette) toccano il filo.
 
Era elettrificato, ça va sans dire.
 
Io urlo.

Lulù guaisce.

Per una frazione di secondo rimaniamo attaccate, io trasmetto la corrente a lei, ma in quell’istante penso che sia il contrario.
“Ma di che cazzo è fatto sto cane di merda!”, ho il tempo di pensare prima di afferrare il senso di quella scarica elettrica e decidere che sto morendo di una morte stronza e per niente eroica.
 
Accorrono tutti. La padrona del cane, ignorandomi del tutto, mi scavalca per andare a consolare Lulù (nel frattempo asserragliatasi nella cuccia), lamentando che, poverina, chissà come sarà rimasta traumatizzata e chissà quanto ci metterà prima di rimettere il naso fuori. Tutti dicono povera Lulù e nessuno si cura di me. Solo Polpetta capisce che sono davvero K.0., forse più per la sorpresa che per la scossa, e mi chiede se sto bene.
 
Ferita nella dignità, mi alzo pulendomi le gambe dalla terra e gli rispondo:

sì, certo che sapevo che c’era il filo (non m’ha creduto),
sì, sono stata sbadata (m’ha creduto),
no, che non mi sono spaventata (non m’ha creduto),
no, non mi sono fatta niente (m’ha creduto) e che,
no, che non era forte la scossa (indeciso).
 
Era forte, cazzo.

Amme i Risdiparma mi fanno un baffo

Mi portano in regalo un aggeggio carino e strano, di legno. Una cassettina scaldavivande. All’interno ci sono dei ceri che, accesi, riscaldano la piastra superiore di metallo.
La collaudo subito, visto che ho gente a cena. Funziona ed è tanto scenografica. Ad un certo punto, lo scaldavivande resta per un attimo vuoto perché tutte le coppette sono in mano ai commensali, pertanto ho la mala ventura di accorgermi che la piastra di metallo è concava. Ma un bel concavo, dalle forme morbide, sciolte. Ora, se io avessi avuto una mente più incline alle scienze avrei liquidato quello sciogliersi con una conseguenza di determinati leggi della fisica e non ci avrei pensato più. Invece no. Ho un cervello svalvolato più incline alle scienze umanistiche, pertanto io in quella piastra ammorbidita c’ho visto, pensate un po’, gli orologi sciolti della “Persistenza della Memoria” di Dalì. Ditemi se non vi è mai venuta voglia di toccarli, quegli orologi sciolti! No? Beh, a me sì. E la Fisica s’è presa la sua bella rivincita…
 
Ora, a parte che non sapevo che i miei polmoni fossero in grado di produrre e tenere acuti degni della Lucia Di Lamermoor, ma non avevo nemmeno idea che al mio desco fossero raccolti esemplari umani della specie più abietta e ingrata, una cricca di (ex) amici bastardi inside, esempi di plumbea indifferenza al dolore altrui, capaci solo di buttarsi a terra per le risate mentre davanti ai loro occhi si svolgeva il dramma, per niente nauseati dallo sfrigolio di pelle umana (la mia) e perfettamente in grado di  continuare a mangiare come piranha, nonostante le mie lacrime e il trambusto della mia medicazione col Foille.
 
Mentre li guardavo strafogarsi di pollo al curry e recitavo una prece alle mie (ex) mani, consideravo l’ipotesi di scotennarli col coltello del pane, tanto non sono più produttrice di impronte digitali. E mo’ m’acchiappano!

PARADISO PERDUTO

Vivo in una zona sottoposta ad ogni genere di vincolo paesaggistico, forestale, architettonico, paesistico e idrogeologico. E’ un bel posto, in effetti, nel cuore di una valle piena di trulli, in borgo campagnolo da cui si gode di panorami e tramonti degni di nota. I paesini intorno si fregiano di cartelli con su scritto “Borghi più belli d’Italia”, i trulli sono diventati patrimonio unesco, eccetera eccetera. Qui è vietato costruire piscine, perché “deturpano il paesaggio”, per esempio. Qui se vuoi costruirti un bagno devi fare domanda e sottoporla alla Sovrintendenza per le Belle Arti e aspettare dai 4 ai 6 mesi per avere l’autorizzazione.
Qui ho avuto la sventura di ereditare dai miei nonni un complesso di trulli meraviglioso in una bella posizione, con un aia antica fatta di pietra e tanti ulivi e querce secolari. Ma la struttura è in totale disfacimento perché non è abitata da circa 60 anni, sicchè manca di tutto, luce, acqua, impianto fognario, in più è quasi pericolante. Occorre una barca di soldi per trasformarlo in qualcosa di carino. La regione e la UE stanno stanziando dei fondi per finanziare lavori del genere, potrei fare anche domanda e realizzare il mio sogno da sempre, ma…
La grossa spina nel fianco è che anni fa nel terreno confinante con questi trulli hanno realizzato un orrendo lavaggio per TIR. TI-I-ERRE, TIR,  vi rendete conto? Nel cuore della contrada, precisamente sul retro della chiesetta dove i vecchi del luogo vanno a messa la domenica.
Dai miei trulli la visuale è terribile, un muro di articolati oltraggia la vista e il rumore a tutte le ore del giorno rende impraticabile qualunque progetto di rivalutazione di quel luogo a me tanto caro.
Bonanima inquieta sa di cosa parlo, lei c’è stata.

Fanculo, mi sono detta, vendo tutto e mi faccio il giro del mondo.

Ma anche lì c'è la fregatura: l' immobiliarista  mi ha confermato che la presenza di quello scempio deprezza parecchio la mia proprietà.

Sono completamente inerme. Il lavaggista ha tutti i permessi, compresi quelli relativi allo smaltimento dei detergenti, anche se non so come abbia fatto ad averli. Anzi  lo so: quando hanno costruito questa cazzo di chiesetta, mancava la via d’accesso. Lui gliel’ha fornita, in cambio del permesso a farci l’autolavaggio. Voilà.
Non ho voglia di parlare dei soliti amministratori locali dimmerda che a parole parlano di rilancio turistico e poi autorizzano scempi, non ho la forza di constatare quanto poco amore per questi luoghi meravigliosi traspaia da certe situazioni.

So solo che a me si spezza il cuore tutte le volte che, come oggi, mi affanno a porre toppe inutili, tipo piantare alberi d’ulivo lungo il confine. Non serve,  il rumore rimane sempre.
Il senso d'ingiustizia e la percezione della mia totale impotenza mi lasciano strascichi di rabbia e tristezza.

Che faccio, vendo tutto e mi trasferisco in Chianti, visto che il giro del mondo non me lo posso permettere?

Italians mafiapizza&mandolino

Partecipo ai progetti europei perché imparo tante cose. A scuola nostra ce ne sono due in corso. Io mi occupo di uno con professori molto simpatici (incontrati alle Azzorre e poi a Salonicco) con i quali ormai si sono instaurati dei rapporti di amicizia. Poi ce n’è un altro con professori antipatici al quale sono stata prestata solo per questo viaggio in UK come interprete e che ha un’atmosfera completamente diversa.
 
Questa volta torno a casa portandomi dietro una serie di riflessioni.
Sta succedendo qualcosa nel modo in cui gli altri percepiscono noi Italiani. I cliché sono sempre esistiti, e lo sappiamo, ma mai come in questo viaggio ho avuto la sensazione che la situazione stia peggiorando. Ho sempre sorriso delle frecciatine di cui gli Italiani sono fatti oggetto ma questa volta non ci sono riuscita. Perché il pregiudizio è qualcosa di difficile da accettare quando fai il tuo dovere fino in fondo: le nostre ragazze sono sempre state puntuali al secondo negli appuntamenti e nelle consegne, non hanno mai fatto caciara, hanno prodotto dei lavori molto efficaci e hanno socializzato con tutti i loro compagni stranieri. Ma forse il vero problema è stato incappare nell'Orrido PIS (Professore Inglese Stronzo).
 
Giorno 1.

Mattina:
PIS: “Allora, dall’albergo alla scuola ci sono solo 10 minuti di cammino, 20 per gli Italiani”
 
e ancora
 
PIS: “L’appuntamento per la cena è alle 8:30, le 8:00 per voi Italiani.”
 
Pomeriggio:
 
e uno
PIS: “In UK non si può fumare nei locali pubblici, e la regola vale anche per voi Italiani” (nessuno di noi aveva intenzione di fumare)
 
e due
PIS: “Guarda quel tassista come guida! E mica siamo a Napoli!”
 
e  tre
PIS: “Che ci fanno tutti questi mozziconi per terra? Sarà passata una comitiva di Italiani”
 
 
Giorno 2.

Ora di pranzo.
Professore norvegese buono ma unto dall'orridume dell'Orrido PIS:
 
“Noi in Norvegia abbiamo un modo di dire riferito alla qualità dello stoccafisso. C’è quello per i Norvegesi, quello per gli Europei, quello per gli Italiani e quello per gli Africani”
 
E, ciliegina sulla torta, non mancano pure gli sfottò dei tassisti:
 
Tassista pakistano: “Di dove siete?”
Studentesse: “Veniamo dall’Italia”
Tassista pakistano: “Ah, mafia!”
 
Tassista nigeriano che parla appena l’inglese: “Da dove venite?”
Prof. Katika. “Dall’Italia”
Tassista: “Ah! Berlusconi! Ah, bunga bunga with young girls! AH AH!” 
 
Finalmente arriva il

Giorno 3.
 
Mattina.
Riunione con tutti i colleghi europei per visionare i lavori svolti. Gli studenti delle varie nazioni, partendo da tre brani musicali a loro assegnati, dovevano produrre dei quadri e delle poesie.
Il nostro è il lavoro migliore. Persino l'Orrido PIS è costretto ad ammetterlo.
Deve essere così. Per forza. Siamo costretti ad essere sempre più bravi degli altri, se vogliamo forzare la barriera dei cliché.
 
Sera.
Festa di commiato nella scuola inglese.
 
E’ il momento per noi prof. di scambiarsi i soliti doni di prammatica. La  bella e bionda collega veneta che mi accompagna porge il nostro pacchetto all'Orrido PIS  col più smagliante dei sorrisi e gli dice “Questo è il nostro regalo per te, ma siccome è italiano sarà sicuramente una schifezza!”. Lui incassa, ma  adocchia un forellino nella confezione e l’ha vinta: “Infatti” dice “la confezione è come la Fiat: si rompe subito”.
Io e collegabiondaebella ci scambiamo uno sguardo d’intesa: meglio lasciar perdere, con i caproni puzzolenti (non credo si lavi molto, infatti) non vale la pena perder tempo. Lo mandiamo a cagare col pensiero, ordiniamo un’altra lager, brindiamo alla fortuna di essere sessualmente attive (contrariamente a quanto abbiamo ipotizzato per l'Orrido PIS) e rivolgiamo lo sguardo nella sala, verso i ragazzi.
 
Li vedo mescolarsi, ridere, scherzare. Una festa di colori e di nazionalità diverse. Si divertono  e ballano, si scambiano contatti su FB e numeri di telefono.
Mi rendo conto che il pregiudizio è solo degli adulti.
E mi auguro che, almeno per loro, l’età dell’innocenza duri più a lungo possibile.