Non credo morirò mai di morte naturale

Ah, ma ve l’ho raccontata quella di Pasquetta? No?!
 
E’ che siamo stati in campagna a casa di amici di amici, no? E questi qui hanno due passioni: l’orto e i loro due cani. Fin qui ci siete, si?
La logistica della loro splendida casetta-trullo vuole che lo spazio vitale per queste due passioni sia unico, cioè un unico giardino, grande per carità, ma mai troppo grande per due simpatici setterini e una piccola piantagione di peperoni.

Ma, come vedrete, ci sono dei sistemi per circoscrivere la zona riservata all’una e all’altra delle due passioni.
 
“Bello, come si chiama?”, chiedo alla padrona di casa, indicando il più carino dei due cani.
“E’ femmina e si chiama Lulù” risponde la cara conoscente, prima di affrettarsi verso il barbecue.
 
Rimasta sola, naturalmente sento che devo andare ad accarezzare Lulù. La chiamo e lei arriva e si ferma poco prima di un filo colorato, quasi invisibile, tra me e lei.
 
Lulù ha un muso troppo simpatico e scodinzola, la bastarda, ma non si muove di un millimetro. Perchè lei è intelligente. Lei.

Per vincere la sua diffidenza e conquistare la sua fiducia, mi avvicino con estrema lentezza. M’inginocchio per essere all'altezza dei suoi occhi (ok ok, il primo che dice che non ce n’era bisogno lo metto sulla graticola). Stabilito il contatto visivo, allungo il braccio per toccarla e  comincio ad accarezzarla. Mentre lo faccio mi chino sempre più verso di lei. E' fatta: il contatto, che dico, l'idillio è stabilito. Per un attimo sono convinta che Lulù mi sorrida, persino. Mi avvicino ancora. Il mio busto (leggi tette) toccano il filo.
 
Era elettrificato, ça va sans dire.
 
Io urlo.

Lulù guaisce.

Per una frazione di secondo rimaniamo attaccate, io trasmetto la corrente a lei, ma in quell’istante penso che sia il contrario.
“Ma di che cazzo è fatto sto cane di merda!”, ho il tempo di pensare prima di afferrare il senso di quella scarica elettrica e decidere che sto morendo di una morte stronza e per niente eroica.
 
Accorrono tutti. La padrona del cane, ignorandomi del tutto, mi scavalca per andare a consolare Lulù (nel frattempo asserragliatasi nella cuccia), lamentando che, poverina, chissà come sarà rimasta traumatizzata e chissà quanto ci metterà prima di rimettere il naso fuori. Tutti dicono povera Lulù e nessuno si cura di me. Solo Polpetta capisce che sono davvero K.0., forse più per la sorpresa che per la scossa, e mi chiede se sto bene.
 
Ferita nella dignità, mi alzo pulendomi le gambe dalla terra e gli rispondo:

sì, certo che sapevo che c’era il filo (non m’ha creduto),
sì, sono stata sbadata (m’ha creduto),
no, che non mi sono spaventata (non m’ha creduto),
no, non mi sono fatta niente (m’ha creduto) e che,
no, che non era forte la scossa (indeciso).
 
Era forte, cazzo.

w le supposte

Oh, ma a voi fanno paura le punture?

A me tantissima. Solo l’idea che un ago possa bucare la pelle ed entrare nella carne viva mi fa perdere tutte le caratteristiche di personcina adulta e ragionevole, peraltro faticosamente conquistate.

Preferisco mille (vabbè, non esageriamo) dieci supposte ad un’iniezione. E’ la mia unica fobia, a parte il sangue, i dentisti, i ragni, gli ascensori, i serpenti, i decolli, gli atterraggi, i temporali e l’heavy metal. Prima che un ago possa penetrarmi devono prima anestetizzarmi con un pugno in faccia. Questo è uno dei motivi per cui non ho mai degnato di troppa attenzione ER e Doctor House, per esempio.  La vista degli ospedali e soprattutto il loro tipico odore di disinfettante mi fa accapponare la pelle, annebbiare la vista e vomitare, tutto contemporaneamente.
 
Un giorno, nell’ora di buco, mentre ero seduta al pc della sala professori intenta a giocare a solitar… volevo dire a leggere un trattato sull’analisi contestuale-dinamica del testo letterario, il preside mi raggiunse per chiedermi se potevo portare di corsa all’ospedale un ragazzino di prima che si era fatto male in palestra.
 
Senza pensarci troppo, caricai immediatamente il ferito in macchina e mi fiondai al pronto soccorso, cercando di non guardare la macchia di sangue che si estendeva sul ginocchio spaccato.

“Niente di grave” mi disse il medico di turno, “il ginocchio non è rotto ma devo mettergli almeno una ventina di punti”.
 
“Uhccheppeccato! Allora io aspetto fuori, eh? Ciao ciao.”
 
“NOOOOOO! PROF.! CHE FA, MI LASCIA DA SOLO?  RIMANGA QUI CON ME, PER FAVOREEE!”
 
Col cazzo, bello mio”, pensai e trovai la prima scusa che mi venne in mente:
 
“Uh, povero caro. Rimarrei con tutto il cuore ma non credo che sia permesso stare qui” (firulì firulà)
 
Nel frattempo la vista delle credenzine piene di batuffoli di cotone, siringhe, lacci emostatici, guanti di gomma e medicine cominciavano ad agire sulle mie sinapsi, sgretolandole inesorabilmente. Cercai di recuperare un minimo di lucidità mentale e gli dissi, mentre il medico di turno si avvicinava con lo strumento della morte, l’ago:
 
 “Fatti coraggio, eh? Ora vado e ti aspetto qui fuori. Ciao ciao!” (rifirulì rifirulà)
 
“Ma no, professoressa, può rimanere tranquillamente qui, non si preoccupi”, intervenne il medico.
 
“Eccheminchia! ma fatti i fatti tuoi, ma vedi ‘sto bastardo!” – “Oh, ma è proprio sicurosicuro? Ma grazie, dottore!” e mi rimaterializzai nell’angolo più lontano della stanza della morte.
 
“PROF., HO PAURA”, piagnucolava terrorizzato lo studente, “VENGA VICINO A ME. MI TENGA LA MANO!”
 
Ho capito, lo fate apposta! Sadici delinquenti. Io lo so che adesso mi verrà un infarto e morirò qui. Già me l’immagino l’elogio funebre del preside. ‘Che brava la prof. Katika! Ha proprio dato la vita per la scuola’. I miei organi donati per il bene dell’umanità. Tutti i miei studenti in lacrime (vabbè tutti tutti no, forse il bastardello dell’ultima fila stapperà una redbull e si farà una canna alla mia fortunata dipartita). Tutto per colpa di questo cazzone di medico che non si fa i fatti suoi. E ma io gli andrò in sogno, tutte le notti! Sarò la sua persecuzione fino alla fine dei suoi giorni."
 
Mentre la parte sinistra dell’emisfero era in tali riflessioni occupato, quello destro mi faceva assumere toni di materna consolazione:
 
“Eeeeccomi, sono qui. Guarda l’ago: non è grosso come pensavamo, vedi? Ora il dottore ti anestetizza un po’ e poi ti cuce come si fa con un calzino. Eeeeeccoquì, il primo punto, eeeeeecccoquì il secondo, vedi? non fa poi così… male, credo…eeeec-co il ter..”
 
Mi risvegliai su una barella. Un’infermiera mi dava uno schiaffetto con una mano e con l’altra mi faceva bere qualcosa. In fondo alla stanza lo studente parlava al telefono col preside “Sì, sì preside, io sto benissimo. E’ la prof. che sta male: non parla più!”

LA LUPA DI MARE

Tanti anni fa due tra i miei amici di sempre, appassionati di mare ed esperti velisti, decisero di farmi il battesimo della vela. Il fatto che scelsero un giorno in pieno inverno la dice lunga sul livello di sadismo di queste due emerite facce di merda.

Io ero a digiuno di qualunque tipo di nozioni velistiche, eppure il loro piccolo briefing prima della partenza si limitò a raccomandazioni tipo: “Mettiti una giacca a vento impermeabile.” Punto.
Io ero così felice che mi bastò per sentirmi provetta marinaia e zompai allegra allegra dal molo sulla barchetta.

Ovviamente, non era mia intenzione fare la passeggera: volevo rendermi conto, imparare, collaborare. Perciò, la prima cosa che chiesi fu: “A che serve questa corda?”

Mai mai mai dare della “corda” a qualcosa appartenga ad una barca,  soprattutto in presenza di esperti navigatori. Assistereste a scene isteriche tipo “AAAAAGGGGHHHHHH! Corda  no, non si può sentire! Oddiomiooooo!”. Potete chiamarla, drizza, scotta, o come cazzo volete voi, ma non corda. L’unica cosa che può essere chiamata corda è quella della campanella ed è lunga 15 centimetri, mi spiegarono.

Dopo avermi presa per il culo per 5 minuti buoni, furono così generosi da spiegarmi il perché: ogni pezzo di “corda” ha un suo nome specifico perché  nelle manovre in mare è molto più agevole e rapido dare gli ordini.

Vabbè, insomma. Finalmente accesero i motori e lasciammo la banchina.
Non dimenticherò mai la sensazione di pace che si prova quando, usciti dal porto, i motori vengono spenti e si affida la rotta al vento. L’unico rumore, allora, è quello delle vele che sbattono contro l’aria. Che pace! Che meraviglia!

Seduta sul bordo della barca stavo appunto riflettendo sul senso di quiete e sul rapporto tra uomo e natura, quando i due disgraziati mi ordinarono: “Ora punta i piedi e afferrati bene”.
Non feci in tempo ad eseguire il comando che la barca s’inclinò di lato, talmente tanto che le vele lambivano quasi le onde.

Ovviamente, essendo dotata di spirito d’adattamento, indiscutibile coraggio e prontezza di spirito, non feci una piega. Con ineffabile understatement, mi limitai soltanto a far notare ai miei compagni l’evento in corso:
“AIUTO!!! CHE CAZZO STA SUCCEDENDO! STIAMO AFFONDANDO!  STIAMO AFFONDANDO! MADONNA SANTA BENEDETTA. NON VOGLIO MORIREEEEEEE! AIUTOOOOOOO! MAMMAAAAAA!”.
Al primo barlume di lucidità mi girai a guardare i Grandi Bastardi. Ridevano talmente tanto da non riuscire a parlare.
Quella fu la mia prima bolina.

Nonostante l’esordio non proprio degno, devo dire che il resto della giornata andò molto meglio. Ad un certo punto cominciai persino a divertirmi.  
Da allora, a parte qualche uscita sui laserini in qualche villaggio turistico, non mi è più capitato di andare in barca a vela.
 
Ci riprovo domani, per una decina di giorni di crociera tra le isole greche. L’amico skipper e sua moglie alle manovre, Polpie in cambusa o al fiocco. Io non ho trovato ancora un ruolo ma, da alcuni segnali che ho percepito, ho il vago sospetto che mi faranno fare il mozzo,  sempre che non sia impegnata a piangere alla prima bolina.
 
Che il cielo m’assista.

rifirulì rifirulà

C’è una prof. d’inglese amata dai ragazzi, rispettata dai colleghi, considerata una cazzuta per l’inossidabilità del suo impegno e la rimarchevole intelligenza.
Questa prof. un giorno incontra una sua Giovin Collega, trasferitasi da qualche anno in una nuova scuola.
Il Mito Vivente è in giro con un passeggino con dentro suo nipote. Il bambino è davvero splendido, due occhioni neri neri sotto ciglia lunghe, guance paffute strappa baci e manozze che cercano di trattenere un pupazzetto.
 
Dopo i convenevoli di rito:

MV: “Hai visto che bello, il mio nipotino?”

GC: “Per forza, ha preso tutto da sua madre! Ha gli stessi occhi!”

MV: “Ma se è stato adottato, ricordi? Le traduzioni per le pratiche dal Brasile le hai fatte proprio tu!”

Grande grande grande figuradimmerda, avrà sicuramente pensato il fantozzi che vive acquattato nella Giovin Collega, la quale prova maldestramente a buttarla sulla battuta: “CEEEERTO che mi ricordo! Intendevo proprio sua madre naturale. Ce ne avrà una da qualche parte no? E sarà  sicuramente bellissima, ecco…”
Il Mito Vivente non sarebbe tale se non fosse dotata anche di un’infinita pietas umana e di senso del surreale, pertanto prende a braccetto la giovin collega e la delizia “Sei sempre la stessa cazzona imbranata, per questo ti adoro. Vieni che ti offro il caffè ad onore e merito della mamma naturale di questo bambino”

Indovinaindovinello. Quale delle due è la vostra Katika?

E’ CERTO: MI CACCIANO

 
Il destino avverso si è accanito su di me.
 
Mi viene questa bella pensata, no? Introdurre il verbo dovere (have to/don’t have to) con Kiss di Prince. E’ uno di quei pezzi che quando si ascoltano è ASSOLUTAMENTE impossibile mantenere un atteggiamento asetticamente professional o scolastico, me darete atto, vero? Siamo in una prima di 28 maschi simpatici e scalmanati e la canzone piace un sacco. Prendono sempre più confidenza col testo, ad ogni nuovo giro. Trovo giusto incoraggiarli e dico che se memorizzano bene le parole possono persino ballarci su, a condizione che cantino. Ci stiamo divertendo come pazzi, io ci metto del mio, naturalmente, e proprio quando arriviamo a
 
 
 

You don’t have to be cool

To rule my world UH!
 
io sono con un braccio alzato con l’indice puntato verso l’alto e l’altro ad anfora sul punto vita pronta a dare una sculettata molto funkie sulla sinistra.
 
Non sento bussare. Vedo solo la classe azzittirsi improvvisamente.
 
Rimango congelata nella mia posizione, nella mia testa il tempo si dilata e prego “Fa che non sia chi penso io”.
 
Era lei.
 
“Buongiorno, preside!”

“Ah, c’è lei, buongiorno professoressa. Scusi, sa, ma sentivo un po’ di baraonda e ho temuto che ci fosse una festa non autorizzata”
 
“Ehm…No, no, In realtà facevo lezione…con un po’ di musica! Eh eh. Vuol sapere come funziona?”
 
“Sembra divertente, continui pure, vi lascio lavorare”.
 

Mentre diceva “lavorare” mi ha strizzato l’occhio. Questo depone male, molto male.

POST-TRAUMATICO

 
 
Da 10 anni, cioè dal giorno in cui sono diventata la signora Polpetta Volante, ogni anno di questi tempi mi tocca affrontare La Prova.
 
La Prova consiste nell’attraversare indenne e fisicamente e psicologicamente la notte della vigilia di Natale, quando tutta la famiglia del Polpetta Volante (25 persone ma anche più) si ritrova attorno alla spettacolare tavolata natalizia, nota per le coreografie tardobarocche che cambiano ogni anno.
 
A non cambiare mai è il menù, ahimé. Rape lesse, capitone arrosto e salmone bollito.
Non c’è niente che mi disgusti di più delle rape lesse (a parte il fegato di maiale) ma nessuno se n’è mai accorto, forse per la nonscialàns con la quale schivo la coppa fumante passandola velocemente al vicino di tavola. Perciò io digiuno. E mentre digiuno bevo.
Nessun conforto neanche dal piatto successivo: il capitone arrosto. A me l’idea di cibarmi di un animale che striscia all’inizio faceva ribrezzo. Posso mangiare un animale che cammina, che nuota, che saltella, che vola, che fa bungee jumping, ma non che striscia. Perciò digiunavo anche qui. Ma da qualche anno questo animale è diventato per me edibile (ma giusto un assaggino). Non escludo che l’upgrading sia dovuto alla fame nera. E mentre faccio l’upgrading bevo.
Poi è la volta del salmone bollito. Ma io dico: con tutti i pesci del mediterraneo perché ostinarsi col salmone. Bollito, poi? Prendi un dentice, gli butti addosso un po’ di olive, pomodorini, filo d’olio e lo butti in forno. E che sarà mai? No. Salmone. E allora mi faccio un sorso di vino.
 
Insomma. Tra una rapa e un capitone si arriva fino a quasi mezzanotte. Poi parte la miniprocessione per portare le statuine di gesù bambino in tutti i presepi sparsi per la casa. La famiglia del Polpetta prende questo momento molto ma molto sul serio. Tutti vengono dotati di candela e tutti debbono mettersi in fila dietro all’unica bambina della famigghia, che, incoraggiata dal fatto che da lì a poco potrà  tuffarsi di testa nella montagnola di regali a lei destinati, regge con molta perizia  il cuscinino  coi gesùbambini da sistemare. In effetti, se uno non  è abituato, questo rituale può avere un suo fascino. Di tempi antichi, di infanzia e, perchè no, anche di un recupero di tradizioni e di spiritualità, in mezzo al gran mangiare.
Io, però,  opto per un certo understatement e mi colloco sempre nelle retrovie. Ma una volta questa postazione, che io consideravo strategica, rivelò tutta la sua insidia. Confidando nel fatto che tutti erano assorti in altri più mistici pensieri, non credetti di essere udita mentre intonavo tra me e me Brigittebardòbardò, sculettando lieve come una sciampista mentre fa il trenino al matrimonio di sua cugina (con tutto il rispetto per sciampiste e cugine).
Io ci rimediai una figuraccia ma, per non aggravare la mia già precaria situazione di eretica e dissacratrice, ritenni controproducente fornire le attenuanti: abuso di alcol dovuto alla fame nera.
Voi mi rapelessate?
E io vi brigittobardò!
Hic!

IL MEME DELLA NINA

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Evvabbè, lo raccolgo pure io.

 

Ho ragione di credere che il più brutto compleanno della mia vita sia stato quando ho ricevuto, bello e  infiocchettato, il mio primo due di picche.

 

Come da manuale, da adolescente timida, un po’  secchiona e pure un po’ cessa, ero perdutamente innamorata del più figo della classe, che oltre ad essere figo era pure dotato di discreta intelligenza (dico discreta perché mi ha dato il due di picche, altrimenti avrei detto “notevole intelligenza”, ovvio), brillante personalità, modi seducenti e fisico da atleta.

Eravamo un po’ tutte cotte di lui. Anche la mia compagna di banco nonché amica del cuore lo era, ma ciò non creava competizione perché il figo non mostrava grande interesse per nessuna delle due. Però eravamo organizzatissime: avevamo stretto un patto di sangue che prevedeva appostamenti, agguati nei corridoi e, soprattutto, il cosiddetto piano “Un lento per la vita”. Il piano prevedeva che nella remotissima e del tutto ipotetica evenienza in cui Figus avesse invitato una delle due a ballare un lento, l’altra avrebbe dovuto gettarsi a corpo morto sul dj turno (di solito il più sfigato del gruppo che non avrebbe mai osato contraddirci) e imporgli più lenti consecutivi mixati comediocomanda, in modo che l’eletta potesse stringersi all’amato bene (con la B, sporcaccioni!) il più a lungo possibile. Del resto, non diceva il saggio “aiutati che dio t’aiuta”? E noi ci aiutavamo.

Il piano funzionò solo in un’occasione. Figus mi invitò, l’amica del cuore fece il suo lavoro come da accordi e io mi feci 3 lenti consecutivi con lui, ma fu una sofferenza inaudita perché ero talmente emozionata da avere tutti i sintomi da attacco cardiaco amoroso, farfalle nello stomaco, testa che mi rintronava a martello, voglia di schiaffargli la lingua in un orecchio, senza contare che avevo paura, nell’ordine: di avere la fiatella, di dire qualcosa di sbagliato, di stargli troppo appiccicata, di stargli poco appiccicata, di pestargli i piedi e di non seguire il tempo. Insomma, non vedevo l’ora che finisse.

 

La mia socia mi disse che ero la solita imbranata e che il suo sacrificio era stato inutile e che con una demente come me era meglio non fare nessun piano. Mi ricordò pure che da lì a qualche giorno avremmo festeggiato il mio compleanno e quindi l’occasione si sarebbe ripresentata. Siccome era la mia festa, lei generosamente mi avrebbe lasciato campo libero per riprovarci per un ultima volta, dopodichè lo status del Figus sarebbe cambiato da "off limits" a "terreno di conquista".

 

Arrivò la sera del mio compleanno e decidemmo di prolungare la festa in spiaggia, con sacchi a pelo-chitarra-falò.

Avendo deliberato che quella sarebbe stata la serata della svolta della mia vita, quando ci sistemammo coi sacchi a pelo mi feci coraggio e mi piazzai accanto a lui.

Ah, magia! Ah, che inebriamento dei sensi! Ah, che genio del rimorchio che mi sentii!

 

Eravamo stesi vicini a guardare le stelle, mentre qualcuno suonava la chitarra.

 

Ora o mai più, mi dissi. Avessi avuto l’esperienza di adesso, mi sarei gettata su di lui e lo avrei stuprato lì sulla sabbia e arrivederci. Ma in quel periodo ero ancora una piccola e sprovveduta liceale da tappezzeria. E quella fu la mia rovina, ahimé. In quel periodo mi ero accorta di una stella che brillava di una luce molto forte  nel cielo, tipo sirio o alpha centauri o forse era il pianeta venere, che cavolo ne so.

 

“La vedi quella stella? Quella laggiù grande grande? Sai (flap flap con le ciglia), ho deciso che è la mia stella” (NO, non leggevo gli harmony veloggiuro! Era proprio rincoglionimento genuino. I pomodori marci in faccia me li merito tutti, sappiate solo che non ho MAI più detto una cosa così raccapricciante in tutta la mia vita)

 

“Quale, quella lì? Secondo me è un aereo!” (cazzo cazzo cazzo, questa mi è andata di merda, pensai)

 

“Ma no, che non è un aereo: la vedo tutte le sere!” (rilanciai, sapendo che a questo punto mi stavo giocando anni ed anni di futura felicità)

 

“E SARA’ UN AEREO DI LINEA!” ribattè lui, compiacendosi del suo PRESUNTO sense of humor.

 

Fu così che, pur non essendo quel che si dice un’esperta della sottile arte dell’acchiappo, fui in grado di percepire che contro quell’aereo di linea si schiantarono tutti i miei sogni di imperitura amorosa nonché scopereccia felicità di lì a venire. Mi alzai piano piano con la coda tra le gambe e la morte nel cuore, trascinai il sacco a pelo vicino al cesto con le vivande e, in solitaria meditazione, mi feci fuori due panini alla mortadella, tre supplì e un paio di birre da tre quarti, mentre Figus, giustamente, rivolgeva le sue attenzioni alla più gnocca della classe (che, manco a dirlo, neanche se lo filava, almeno c’è una giustizia a questo mondo, cazzo)

Dopo un po’ la mia socia mi trovò dietro una duna a vomitare l’anima. La stronza invece di consolarmi osservò che se proprio volevo suicidarmi per amore potevo farlo con un po’ più di senso  del tragico, magari annegandomi come ofelia, e non certo vomitando indecorosamente mortadella dietro ad un cespuglio di mirto, eccheccazzo, poiché, in quanto amica del cuore, manco lei ci faceva una bella figura.

Insomma, un due di picche, una sbronza e un cazziatone dall’amica del cuore tutto in un a botta sola mi sembra troppo per qualunque giorno, figuriamoci per quello del tuo compleanno.


MANUALE D’USO PER LA MOGLIE N. 2 DEL SIGNOR POLPETTA VOLANTE

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Si offre alla miglior offerente marito usato in ottimo stato, grande lavoratore e cuoco raffinato.

 

Non ha grandi necessità di manutenzione, tranne una  randellata sui denti di tanto in tanto.

 

Ad esempio, la moglie n.2 dovrà stare all’erta quando la domenica sera, usciti dal ristorante dove avete trascorso una bella serata con altre due coppie che avete da poco cominciato a frequentare, al momento dei saluti pensa bene di prolungare l’allegra serata con “Dai, adesso tutti a casa nostra per un bel grappino! E poi ho giusto una scatola di Coiba da inaugurare!”. La moglie numero 2 sappia che non c’è verso che lui interpreti correttamente il tuo sorrisetto di circostanza o il tuo silenzio. E’ totalmente incapace di comprendere che proprio quella domenica lì è stata trascorsa nel più totale abbrutimento casereccio e che perciò la tua dimora non può aprirsi all’accoglienza di persone che hanno ancora di voi un’immagine di coppia tanto perbene e che, pertanto, entrati in casa avranno (e hanno avuto) modo di vedere:

1.   piazzata davanti all’uscio di casa, lisca di spigola mangiata a pranzo collocata di traverso nella ciotolina del gatto, corredata di pezzi di pesce penzolanti tutt’intorno (quello stronzo del gatto proprio oggi ha deciso di non farsi vedere?);

1.      cartone vuoto dell’ikea in bella vista nell’ingresso;

2.      divano sfatto e  plaid ammucchiati alla rinfusa sullo stesso;

3.      mutande e calzini sparsi sui termosifoni ad asciugare;

4.      caminetto completamente spento;

5.      poggiate sullo sgabello del pianoforte, n. 2 ante di un armadio che tu, moglie n.1, ti stai montando da sola (perché lui, pur essendo perfettamente a suo agio con le dinamiche del motore di un airbus o del suo sistema elettrico, è totalmente impedito nella lettura del manualetto d’istruzioni dell’ikea);

6.      cappellino di pile posato sul tavolo da cucina;

7.      cialde usate del caffé dimenticate vicino alla macchinetta dell’espresso;

8.      libri aperti a faccia in giù in giro per la casa.

 

Non serve a niente che i bagni siano l’unica zona in perfetto stato (perché, saremo casinisti, ma all’igiene ci teniamo, eccheccazzo), mica puoi far accomodare le persone sulla tazza del cesso e poggiare il vassoio con i bicchieri sul bidé.

 

Sappia, la moglie n.2, che quando in macchina lei lo cazzierà, dovrà esercitare tutto il suo autocontrollo per non prenderlo a cazzotti quando lui ti sorriderà e ti risponderà “MA DAI, AMORE, CHE VUOI CHE SIA, perché TI FORMALIZZI?”

ECCO PERCHE’ LE VERE PROFESSORESSE NON LASCIANO MAI IL NUMERO DI CELLULARE AI LORO STUDENTI

La notte dell’epifania può capitare che:

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“Ciao. Scusa se ti disturbo, ho bisogno di un favore urgentissimo, ti prego… Mi mandi una tua foto? I miei amici non ci credono che conosco la befana. (Firmato: nome e cognome di un mio alunno di 3 classico)

 

“Mi dispiace, non posso proprio! Se te la mando penseranno che conosci Monica Bellucci! (ops, a proposito, mi sono ricordata proprio ora che mercoledì avrò voglia di interrogarti su tutto il programma)

 

“Madoooooooooooo, scusi prof., l’ho mandato a tutti ed è capitato anche a lei :) non vedo l’ora di rivederla e riabbracciarla a scuola…”

 
“Lecchino! Ti conviene cominciare subito a studiare! Ih ih ih ih!"

IL GIORNO DOPO

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Allora, ragazzi. Sono sopravvissuta. Ho scoperto di avere un talento naturale in fatto di interviste televisive. Infatti, è andato tutto quanto secondo le mie previsioni, nello specifico:

      Mi è tremata la voce e ho fatto la figura della cretina.


Mi è venuto fuori un sorrisino ebete e le mani mi sudavano.


Mi è venuta la tachicardia e la psoriasi psicosomatica.

 

In più, ho detto un sacco di puttanate.

Inoltre, a intervista terminata, quelli del mio staff mi hanno detto di impegnarmi di più in questa mia veste di capo supremo e rappresentante di questa associazione e di fare un po’ di pubbliche relazioni, che tornano sempre utili, che era un modo garbato per dirmi che dovevo fare un po’ la zoccoletta col potente giornalista di rai3, che non so per quale miracolo si era degnato di onorarci della sua augusta presenza ieri . Bene, dico io, lo faccio molto volentieri visto che è pure un gran figo della madonna. Per farla breve, dopo che la rai aveva smantellato tutto mi sono accorta di aver fatto gli occhi dolci per tutta la sera al cameraman, mentre il giornalista, che io ovviamente non ho riconosciuto per niente, se n’è stato per i cavoli suoi in un angolo a sentirsi il concerto. Ma è colpa mia se quello ha fatto fare tutto al cameraman, pure le domande durante l’intervista?


Tutto ciò è avvenuto con zazzera ricciolina ma spettinata, trucco leggero, e …

Il vestito grigio di maglina che era giusto per dare quel tocco di understatement necessario per la figura di merda che stavo per fare e che poi ho effettivamente, doverosamente, prevedibilmente fatto.

La foto della serata? Chissà. Steituned.