Katika e Polpetta coppia imperfetta ovvero che ci fanno i nostri eroi nella casa dell’Utopia?

Immaginate di essere invitati a cena a casa di amici che non vedete da tanto tempo.

Immaginate anche di essere a tavola con i loro bambini, anzi, con quelli che avevate lasciato tali ma che ora ritrovate adolescenti e brufolosi, liceali modello.

Fatto?

Provate ora ad entrare nel clima di una casa perfetta, dove regna armonia ed educazione. Nessuna sbavatura, niente. Dopo 5 minuti sentirete la colonna sonora del Guardiano del Faro che vi ronza nel cervello, dopo 10 percepirete il mondo esterno al rallentatore, perché la perfezione può avere effetti allucinogeni e darvi l’illusione dell’irrealtà.

Noi ci siamo ritrovati a tavola con una famiglia allegra e chiacchierona, come quelle della sana provincia italiana di 50 anni fa. Appena seduti per la cena, i tre ragazzi hanno recitato in coro la preghiera scout del ringraziamento per il cibo. Mia madre avrebbe goduto come una pazza. I ragazzi erano talmente bravi e belli da sembrare alieni. Insieme a loro abbiamo discusso di tutto, dalla filosofia all’attualità, dalla religione al razzismo. Intervenivano citando autori che avevano letto, criticando le condizioni del mondo come glielo stanno consegnando gli adulti, mettendo in discussione l’esempio ricevuto dalla politica e sottolineando che il lavoro che toccherà a loro per riaggiustare le cose sarà immane. Confessavano un senso di inadeguatezza rispetto alle responsabilità che incombono man mano che il futuro si avvicina.

Certo, una parte di voi gode della meraviglia di ascoltarli. Non si può non essere affascinati da tre adolescenti che usano le parole con sapienza, garbo e pertinenza. Ma sfido chiunque a resistere quando, sul colmo di una tenzone verbale, i due teenagers liceali duellano dialetticamente a botta di citazioni da varie poesie cortesi. La tentazione è troppo forte e alla fine scappa quello che non dovrebbe scappare: “Ragazzi, suvvia (“cazzo”), voi mi fate paura! Siete troppo perfetti. E ditela una parolaccia, ogni tanto, perdiana (“perdio”)!”. Niente, nonostante l’invito i ragazzi hanno proseguito senza mai proferire parola che non fosse calibrata, ponderata e pulita.

Terminata la cena, la ragazza si è alzata da tavola e si è congedata dicendo che doveva andare a studiare Storia dell’Arte ( l’architettura romanica, per la precisione). Il ragazzo, dopo aver sottratto con una battuta spiritosa la sperlunga dei dolci al fratellino leggermente sovrappeso, ha portato i piatti sporchi in cucina e ci ha dato la buonanotte per andare a ripassare latino per il compito in classe. Il piccoletto ha fatto un giro di baci a tutti dicendo che per lui era arrivata l’ora di andare a letto.

Dopo un po’, la mia collega, nell’accompagnarci alla porta, ci ha chiesto addirittura scusa se i suoi figli avevano monopolizzato la serata. Ma una serata così, in realtà, è stata un’iniezione di positività e fiducia, per noi vecchi bacucchi. Sono sicura che fosse esattamente questo il messaggio del Polpetta quando, sul pianerottolo, congedandosi dai nostri perfetti e garbatissimi ospiti, smollato un:

“Cazzo, io alla loro età ero un emerito coglione!”

Se lo avessi amato di meno lo avrei cazziato di brutto, una volta soli in macchina.

fotografie

Interno di trattoria bustocca. Il diluvio universale è stato chiuso fuori ma lo si può intravedere dalle finestre. L’oste dalle rassicuranti dimensioni boteriane va e viene coi piatti fumanti che promettono e mantengono. Vino rosso e chiacchiere in relax.
 
Avvocatessa del Polpie: “Cosa cosa? Voi vi siete conosciuti oggi!?”
 
Katika e Giap all’unisono: “Sì, è la prima volta che c’incontriamo!”
 
Avv. del Polpie: “Maddai! Non ci posso credere, pensavo foste vecchi amici. Sembra che vi conosciate da una vita!”
 
Già.

P.S.: l'avvocatessa del Polpie non era lì per una causa di divorzio, ma perchè grazie a lei da ieri possiamo togliere "Alì" da "Alìpolpett"

Vorrei averla detta io

Venerdì sera a cazzeggio con amici. Seduti al bar  a bere birra e sentire musica.

Arriva il cameriere per le ordinazioni.
 
Amico 1: “Per me una bionda media, grazie”
Amico 2: “Per me una bionda piccola”
Amico 3: “Per me una rossa media”
Amico 4: “Per me una rossa piccola”
Amica zoccola: “Per me un nero lungo, grazie

AH, che dolor!

Essere tornata single (almeno temporaneamente) si è rivelata  un’esperienza piuttosto istruttiva.
Ero abituata al zitellaggio temporaneo, ma si trattava di pochi giorni.
Ora sono due mesi a botta. Sufficienti per capire come funziona la faccenda delle donne sole, anzi, che rimangono sole.
Il primo shock è re-imparare a risolvere tutti i piccoli e grandi grattacapi della gestione della casa, dalle bollette al lavandino che si ottura, dall’armadio che si rompe ai sacchi di croccantini canini da caricarsi in spalla, dalle decisioni importanti a quelle meno, tutto è affar tuo.
E poi c’è la parte affettivo-sociale.
Ho capito cosa succede alle donne che, per esempio, divorziano o si separano dopo lunghi anni di vita di coppia. Dopo anni di matrimonio inevitabilmente si finisce per stare con altre coppie. Bene, quando una donna rimane sola, le coppie continuano a frequentarsi tra di loro ma lei non è più titolata per esserci. Per carità, alle ricorrenze viene regolarmente invitata, ma nelle attività comuni, le uscite del weekend, eccetera no. Ma non lo fanno intenzionalmente, per loro è naturale e normale così. Con la donna rimasta sola rimangono sempre molto affettuosi e carini.
Questa situazione, perciò, la conduce pian piano verso la rivelazione della  perdita di individualità che si verifica quando si è parte di una coppia molto affiatata, quando si viene percepiti  come un due, non come un uno.
Adesso occorre fare un distinguo tra la donna sola a tempo indeterminato e quella a tempo determinato. Nel primo caso, una può cambiare frequentazioni, darsi una risistematina, rimettersi sul mercato e  zoccoleggiare: insomma, bene o male trova sempre le porte aperte dappertutto.
Ma nel caso della donna sola a tempo determinato (che da ora in poi, per brevità, classificheremo come Donna STD), è come essere collocate in stand-by, o come essere ibernate in attesa di tempi migliori. Per esempio, se la Donna STD invita a cena gli amici accoppiati, può capitare  che la risposta sia: ma no, dai, LUI  non c’è, rimandiamo a quando torna. E non è da imputare neanche alla scarsa reputazione come cuoca, visto che la risposta vale anche con il barbecue. La Donna STD in questo caso non deve pensare a quando era una giovane fringuella e a casa sua era un viavai continuo di gente, piena di musica e casino a tutte le ore. Com’è possibile, potrebbe chiedersi, che allora sì e adesso no? Allora era naturale e adesso pare strano? La DonnaSTD potrebbe rimanerne disorientata.
Quando è stato che ho cominciato a delegare al noi come coppia la rappresentazione del me individuo? potrebbe chiedersi. E' perché diamo l’idea del team affiatato e indissolubile? potrebbe azzardare. Omioddio, ho perso carisma? potrebbe ipotizzare. O mi trovo davanti ad una mentalità un po' strana? potrebbe sperare.
 
A quel punto, per rincuorarsi un po',  la Donna STD non deve far altro che dirigere lo sguardo verso i mozziconi nel caminetto, le bottiglie vuote nel lavandino e i cartoni vuoti e unti delle pizze, e ringraziarsi per aver sempre conservato un angolino per se stessa, popolato da un paio di amiche di sempre e da pochi vecchi compagni di liceo. Con loro lei ci è sempre uscita da sola (lui ha sempre capito e ha lasciato fare) e quindi ora non vedono la differenza. E adesso ci pensano loro a metterle sottosopra la casa e a rintronarla di cazzate.
Meno male.

DOTTE DISQUISIZIONI (MANDATE I BIMBI A NANNA)

 
Chattare con la xan è un’esperienza che può assumere dei contorni surreali, se non si tengono i sensi allertati. Basta una svista di un secondo e ti ritrovi nella cacca.
 
L’altra sera, a conclusione di un interessante scambio di vedute a proposito di alcuni romanzieri israeliani,  le scrivo che stavo per andarmi a  mettere il pigiama addosso e il bite in bocca (ogni tanto digrigno i denti di notte) e poi a nanna.
Lei mi dà della troia.
Io di default prima le do del puttanone e poi le chiedo perché. Mi ha spiegato che bite in francese significa “cazzo”. Di lì poi a darmi la buonanotte con
“Vatti a mettere il bite in bocca”
è stato un attimo. Solo che non ha scritto "bite", ma la sua traduzione, dal francese.
Sto meditando vendetta.

 
Curiosità dottamente filologica: dalle mie parti “cazzo” vuole ANCHE significare l’atto di chiudere la mandibola, l’occlusione dentale, il masticare. Non è raro, infatti, sentire qualche vecchietto lamentare in dialetto: “non posso mangiare il torrone perché non ho il cazzo buono” senza timore di causare ilarità.
Ricapitolando:
“Bite” in inglese vuol dire morso.
“Bite” in francese vuol dire cazzo.
“Cazzo” da noi vuol dire morso e cazzo, praticamente riassumendo con una sola parola il senso francese e quello inglese. Devo solo capire che giri tortuosi hanno portato a questi incroci.
Mi gira la testa.

IL MEME DELLA NINA

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:”";
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

Evvabbè, lo raccolgo pure io.

 

Ho ragione di credere che il più brutto compleanno della mia vita sia stato quando ho ricevuto, bello e  infiocchettato, il mio primo due di picche.

 

Come da manuale, da adolescente timida, un po’  secchiona e pure un po’ cessa, ero perdutamente innamorata del più figo della classe, che oltre ad essere figo era pure dotato di discreta intelligenza (dico discreta perché mi ha dato il due di picche, altrimenti avrei detto “notevole intelligenza”, ovvio), brillante personalità, modi seducenti e fisico da atleta.

Eravamo un po’ tutte cotte di lui. Anche la mia compagna di banco nonché amica del cuore lo era, ma ciò non creava competizione perché il figo non mostrava grande interesse per nessuna delle due. Però eravamo organizzatissime: avevamo stretto un patto di sangue che prevedeva appostamenti, agguati nei corridoi e, soprattutto, il cosiddetto piano “Un lento per la vita”. Il piano prevedeva che nella remotissima e del tutto ipotetica evenienza in cui Figus avesse invitato una delle due a ballare un lento, l’altra avrebbe dovuto gettarsi a corpo morto sul dj turno (di solito il più sfigato del gruppo che non avrebbe mai osato contraddirci) e imporgli più lenti consecutivi mixati comediocomanda, in modo che l’eletta potesse stringersi all’amato bene (con la B, sporcaccioni!) il più a lungo possibile. Del resto, non diceva il saggio “aiutati che dio t’aiuta”? E noi ci aiutavamo.

Il piano funzionò solo in un’occasione. Figus mi invitò, l’amica del cuore fece il suo lavoro come da accordi e io mi feci 3 lenti consecutivi con lui, ma fu una sofferenza inaudita perché ero talmente emozionata da avere tutti i sintomi da attacco cardiaco amoroso, farfalle nello stomaco, testa che mi rintronava a martello, voglia di schiaffargli la lingua in un orecchio, senza contare che avevo paura, nell’ordine: di avere la fiatella, di dire qualcosa di sbagliato, di stargli troppo appiccicata, di stargli poco appiccicata, di pestargli i piedi e di non seguire il tempo. Insomma, non vedevo l’ora che finisse.

 

La mia socia mi disse che ero la solita imbranata e che il suo sacrificio era stato inutile e che con una demente come me era meglio non fare nessun piano. Mi ricordò pure che da lì a qualche giorno avremmo festeggiato il mio compleanno e quindi l’occasione si sarebbe ripresentata. Siccome era la mia festa, lei generosamente mi avrebbe lasciato campo libero per riprovarci per un ultima volta, dopodichè lo status del Figus sarebbe cambiato da "off limits" a "terreno di conquista".

 

Arrivò la sera del mio compleanno e decidemmo di prolungare la festa in spiaggia, con sacchi a pelo-chitarra-falò.

Avendo deliberato che quella sarebbe stata la serata della svolta della mia vita, quando ci sistemammo coi sacchi a pelo mi feci coraggio e mi piazzai accanto a lui.

Ah, magia! Ah, che inebriamento dei sensi! Ah, che genio del rimorchio che mi sentii!

 

Eravamo stesi vicini a guardare le stelle, mentre qualcuno suonava la chitarra.

 

Ora o mai più, mi dissi. Avessi avuto l’esperienza di adesso, mi sarei gettata su di lui e lo avrei stuprato lì sulla sabbia e arrivederci. Ma in quel periodo ero ancora una piccola e sprovveduta liceale da tappezzeria. E quella fu la mia rovina, ahimé. In quel periodo mi ero accorta di una stella che brillava di una luce molto forte  nel cielo, tipo sirio o alpha centauri o forse era il pianeta venere, che cavolo ne so.

 

“La vedi quella stella? Quella laggiù grande grande? Sai (flap flap con le ciglia), ho deciso che è la mia stella” (NO, non leggevo gli harmony veloggiuro! Era proprio rincoglionimento genuino. I pomodori marci in faccia me li merito tutti, sappiate solo che non ho MAI più detto una cosa così raccapricciante in tutta la mia vita)

 

“Quale, quella lì? Secondo me è un aereo!” (cazzo cazzo cazzo, questa mi è andata di merda, pensai)

 

“Ma no, che non è un aereo: la vedo tutte le sere!” (rilanciai, sapendo che a questo punto mi stavo giocando anni ed anni di futura felicità)

 

“E SARA’ UN AEREO DI LINEA!” ribattè lui, compiacendosi del suo PRESUNTO sense of humor.

 

Fu così che, pur non essendo quel che si dice un’esperta della sottile arte dell’acchiappo, fui in grado di percepire che contro quell’aereo di linea si schiantarono tutti i miei sogni di imperitura amorosa nonché scopereccia felicità di lì a venire. Mi alzai piano piano con la coda tra le gambe e la morte nel cuore, trascinai il sacco a pelo vicino al cesto con le vivande e, in solitaria meditazione, mi feci fuori due panini alla mortadella, tre supplì e un paio di birre da tre quarti, mentre Figus, giustamente, rivolgeva le sue attenzioni alla più gnocca della classe (che, manco a dirlo, neanche se lo filava, almeno c’è una giustizia a questo mondo, cazzo)

Dopo un po’ la mia socia mi trovò dietro una duna a vomitare l’anima. La stronza invece di consolarmi osservò che se proprio volevo suicidarmi per amore potevo farlo con un po’ più di senso  del tragico, magari annegandomi come ofelia, e non certo vomitando indecorosamente mortadella dietro ad un cespuglio di mirto, eccheccazzo, poiché, in quanto amica del cuore, manco lei ci faceva una bella figura.

Insomma, un due di picche, una sbronza e un cazziatone dall’amica del cuore tutto in un a botta sola mi sembra troppo per qualunque giorno, figuriamoci per quello del tuo compleanno.


Scene estive

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:”";
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

Solita spiaggetta per metà riempita solo dalla nostra comitiva. Abbiamo scelto questo lido perché non c’è musica sparata dagli altoparlanti, perché il mare è cristallino e perché è piccolo e poco affollato. Ogni tanto parte il giro mangereccio. Chi vuole un po’ di focaccia? Io ho fatto la frittata! Avete ancora un po’ frutta? Qualcun altro arriva con le birre ghiacciate. Cazzeggio allo stato puro.

 

C’è chi si stravacca all’ombra a leggere. Ogni tanto qualcuno le passa davanti per andare a tuffarsi.

 
Amico n 1: “Miiihh! Che cazzo ti porti in spiaggia?”
 
Amico n 2.“Ummadonna. S’è già ammazzata?”
 
Amico n 3: “Wow, letture colte, stamattina!”
 
Amico n. 4: “Qualcosa di più allegro no, eh?”
 
Amico n. 5: “Dille di stare alla larga dai treni!”
 

Insomma, la prossima volta invece di Anna Karenina mi porterò in spiaggia Topolino, forse mi lasciano in pace, quei fetenti.

a volte ritornano

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:”";
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

“Pronto, parlo con la prof. piubbòna dell’universo?”

“Sì, sono io, naturalmente. E io parlo collostudente più gnocco del cosmo creato?”

 
“Prooooooooof! Mi hai riconosciuto al primo colpo”

“Certo, e come ti sbagli: spari sempre minchiate! Non sei cambiato per niente!”

"Neanche tu, vedo. Parli sempre con cognizione di causa!"

"Gne gne gne"

“Allora, come stai? Tuo marito fa sempre il piccione volante, the fastest human bird?”

“Oh, ma insomma, sei in vena di superlativi assoluti, oggi”
 

“Che fai stasera? Ti ricordi la band che avevamo messo su al tempo del liceo? Be’, stasera suoniamo dalle tue parti, devi assolutamente esserci”

“Cavoli, certo che ci sarò! Da quant’è che non ci vediamo?”

“4 o 5 anni”


“Dici che vi riconoscerò? Avrete la barba e la pancetta ormai, sarete sulla strada della demenza presenile”

“Prof., se continui così ti fai autogol. Ricordati che noi eravamo pischelli e tu già insegnavi! Te li sei scordati i 4 che mi mettevi?”

“E chi se lo scorda il tuo anglo-pugliese? Da farci i manuali di linguistica!”

 

Insomma, dopo il rituale scambio di convenevoli, abbiamo fissato di vederci al concerto.

Sono contentissima, sarà una bella rimpatriata. Ciccio e i suoi compagni di band si sono diplomati 5 anni fa (o 6?). Non ho mai riso tanto in vita mia come con loro.

Categoria: Indimenticabili.

Luis

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:”";
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

La realtà supera la fantasia, l’ha detto qualcuno ma io oggi c’avrei pure le prove.

 

Luis l’ho conosciuto nei mesi spensierati di Washington più di vent’anni fa. A conferma che i popoli latini fanno sempre comunella, avevamo creato un quartetto di pazzi gaudenti composto anche da una ragazza e un ragazzo spagnoli. Ognuno aveva un soprannome: luis era il Cabezon per via della sua grande capoccia, io ero la Meona (la pisciona) perchè quando eravamo in macchina li facevo sempre fermare a tutte le stazioni di servizio per fare pipì, lo spagnolo era il Latin Lover e la spagnola era la Rubia. Tra noi quattro c’era un rapporto molto cameratesco, eravamo fratelli, uniti come chi si sente un po’ esule e un po’ piccolo esploratore. Eravamo sempre insieme in classe, a mensa e anche alla residenza universitaria. Le nostre risate echeggiavano nei corridoi della facoltà di lingue moderne di  quella serissima università e un po’ ci invidiavano (soprattutto gli scandinavi e i giapponesi)  per come sapevamo essere sempre allegri, pur essendo abbastanza rigorosi quando si trattava di studiare.

 

Luis è colombiano, il che significa che la vita negli States per lui era un po’ più complicata che per noi europei. Finito il corso che tutti e quattro stavamo seguendo, rimandai il ritorno a casa di settimana in settimana perché lì a Georgetown io ci stavo davvero bene con quei tre matti.

Un bel giorno di fine maggio affittammo una macchina e ce ne andammo  verso Niagara fino in  Canada. Lì dovemmo lasciare il povero Luis in un paesino alla frontiera perché non aveva il visto giusto per il Canada. In quanto colombiano,  lo portarono negli uffici e lo interrogarono per più di un’ora, mentre i poliziotti di frontiera perquisivano la nostra macchina. In Canada non ci trattenemmo molto, giusto una capatina a Montreal in giornata perché eravamo in pena per il povero Luis, abbandonato lì, al confine. A sera lo andammo a riprendere. Lo trovammo sui gradini di un bar, a bere una birra nel sacchetto. Ci accolse col sorriso sulle labbra, rassegnato a questo suo destino di cittadino straniero proveniente da paese sospetto. Del resto, ogni volta che ci fermava la polizia erano casini. Eravamo personaggi di una barzelletta più che terroristi, tuttavia “Che ci fanno un’italiana, un colombiano e due spagnoli nella stessa macchina e in giro senza meta?” sembravano chiedersi dietro i rayban a specchio. Poi si tranquillizzavano quando tiravamo fuori le tessere universitarie. Ma ogni volta era la stessa storia. Che palle.

 

Quando arrivò per me il momento di partire (mi mancava l’ultimo esame all’università, se no col cavolo tornavo!) mi accompagnarono tutti e tre all’aeroporto. Vollero venire fino agli imbarchi. Allora ancora si poteva. Lacrime, abbracci interminabili. “Scrivici” mi dissero, "Sì sì, rimaniamo in contatto" ci promettemmo.

 

Loro rimasero lì, chi a fare dei master, chi a perfezionare ancora l’inglese. Ma poi dopo un paio d’anni tornarono nei loro rispettivi paesi.

 

Da allora ci scrivemmo qualche volta. Poi più niente, come spesso accade in questi casi.  Non ci siamo più rivisti, ma il mio pensiero di tanto in tanto è sempre tornato lì, a quei giorni dorati e a loro tre. E qualche volta ho provato a cercarli, senza successo. Ormai credevo di averli perduti per sempre.

 

Ieri il ragazzo spagnolo mi ha trovato su Facebook. Lavora per una compagnia aerea. La ragazza spagnola vive a Maiorca.

 

Luis è stato rapito dalle Farc.

 

Due anni nella giungla lo hanno tenuto. Se ieri Latinlover non mi avesse mandato le sue foto scattate dopo la liberazione non ci avrei mai creduto. Non ho riconosciuto  il bel Luis in quella faccia pallida e smunta con quella barba grigia fino al petto. "Che t’hanno fatto, Cabezon?" mi sono chiesta con gli occhi incollati allo schermo del pc, incredula.

 

Io, che mi sono mi sono angustiata tanto per la Betancourt, non sapevo che uno dei miei amici del cuore di tanti anni fa era nello stesso identico inferno.

E il tempo si è arrotolato a ritroso, come un rewind, e ho rivisto noi, con la nostra spensieratezza di allora e i nostri progetti, ignari di quello che la vita aveva in serbo per ognuno di noi. E mai avremmo  immaginato che sul  giovane volto di quel ragazzo mite e scanzonato con la testa troppo grossa per il suo corpo troppo magro si sarebbero scolpiti i segni di tale imprevista e indicibile sofferenza.

Sono tanti i pensieri e i ricordi che mi si affollano nella mente.
Ma ora lui sta bene, è tornato a casa dalla sua compagna e dalle sue bambine.
Mi dico che questo, in fondo, è quello che conta. Ma il cuore è ancora in subbuglio.