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Ah, se c’è da dare un contributo a questa nuova rassegna inaugurata dalla esse e da bostoniano, non ho che l’imbarazzo della scelta.
La più solenne sbronza della mia vita l’ho presa per colpa di mio padre.
Grande estimatore di vino, è colui che mi ha insegnato a bere sin da adolescente, “per mettergliela in quel posto ai maschi che ti vogliono far ubriacare per approfittare di te” sosteneva lui. Infatti.
Sta di fatto che
1. ero appena tornata dal viaggio di nozze, quindi , essendo stato il nostro un coup de foudre abbiamo fatto tutto impress,
2. il mio neo marito mi conosceva da appena un anno
3. i miei suoceri appena da qualche mese.
Una sera avevamo organizzato con la banda dei vecchi amici un’incursione enogastronomica in un postaccio la cui specialità era la pecora in pignata.
"Che fate stasera?" Mi chiede il vecchio leone, che quando si tratta di ingozzarsi come un tacchino ha un sesto senso inquietante.
"Andiamo in quella tavernaccia a mangiare la pecora!"
"BBBBBUONA! Quasi quasi vengo con voi. E porto l’aglianico che vi piace tanto. E pure la grappa che ho comprato in Slovenia"
"Aggiudicato, vecchio, puoi venire" acconsentimmo noigggiovani.
La tavolata era lunga. Mio padre quando si mette è un anfitrione spassoso. Ridi di qua e ridi di là, non mi accorsi che il mio bicchiere si svuotava e poi lo ritrovavo riempito. Releone è il tipo che se vede un bicchiere vuoto lo deve riempire per forza, non resiste, gli sembra una bocca assetata, un urlo di munch coricato.
Poi si passò alla grappa. Riempi di qua e riempi di là non ci accorgemmo di bere come spugne. Passò pure una coppia di turisti giapponesi che cominciarono a fotografarci (lì avremmo dovuto cominciare ad accorgerci della piega che stava prendendo la serata).
Tutto procedeva bene fino a quando non si avvicinò a noi un gruppo di musicanti che aveva appena tenuto uno spettacolo di pizzica e tarantella. Fu un attimo, ci videro e capirono che c’era da divertirsi. Fu così che improvvisarono un dopo concerto solo per noi. Ci alzammo tutti quanti e cominciammo a ballare. E lì si fermano i miei ricordi. L’alcol entrò in circolo e fu la fine della mia esistenza di persona dignitosa e l’inizio della mia fama di alcolizzata senza ritegno.
Polpetta mi raccontò che nel tragitto verso la macchina (parcheggiata in pieno centro) mi spogliavo per strada. Mi abbassavo i pantaloni invocando a gran voce
“Il mio pigiamino, dov’è il mio pigiamino?”.
Polpetta aveva appena finito di tirarmi su i pantaloni che, lesta come una faina, cercavo di toglierni anche la maglietta, prontamente intercettata anche lì. Il tutto mentre uno degli amici del polp, che era lì per dargli una mano a tenermi ferma, commentava
“Polpetta, a me tua moglie mi sembra un pochino zoccola!”
Nel frattempo la fidanzata di questo gentiluomo cominciò a star male pure lei e allora polpetta e l’amico mi dissero "katika, fai la brava, ecco siediti un attimo su questo scalino che andiamo a prendere l’altra”
Mi ritrovarono coricata sullo scalino che dormivo come un puttino (vestito). Il tragitto in macchina me lo fecero fare con la testa penzoloni dal finestrino perché vomitassi fuori.
A casa polpetta mi disse "mi raccomando ora stai buona, toh questa è la vaschetta, se devi rimettere fallo qui, io ti vado a fare un caffè".
Mi ritrovò seduta sul letto che sputavo per terra cercando di colpire ogni mattonella al centro, così, per gioco. Rimasi a letto due giorni.
Il peggio fu quando, appena ripresa, andammo a pranzo dai miei suoceri.
Capii la fama che mi stavo costruendo in quella nuova famiglia quando la polpettamum, passandomi il vassoio con la parmigiana, buttò lì un "Sai, katika, io non ti ho chiamato quando stavi male perché immaginavo quanto sarebbe stato imbarazzante per te doverci spiegare cos’era successo”.
Categoria: come far sprofondare una nuora negli abissi della vergogna.