rifirulì rifirulà

C’è una prof. d’inglese amata dai ragazzi, rispettata dai colleghi, considerata una cazzuta per l’inossidabilità del suo impegno e la rimarchevole intelligenza.
Questa prof. un giorno incontra una sua Giovin Collega, trasferitasi da qualche anno in una nuova scuola.
Il Mito Vivente è in giro con un passeggino con dentro suo nipote. Il bambino è davvero splendido, due occhioni neri neri sotto ciglia lunghe, guance paffute strappa baci e manozze che cercano di trattenere un pupazzetto.
 
Dopo i convenevoli di rito:

MV: “Hai visto che bello, il mio nipotino?”

GC: “Per forza, ha preso tutto da sua madre! Ha gli stessi occhi!”

MV: “Ma se è stato adottato, ricordi? Le traduzioni per le pratiche dal Brasile le hai fatte proprio tu!”

Grande grande grande figuradimmerda, avrà sicuramente pensato il fantozzi che vive acquattato nella Giovin Collega, la quale prova maldestramente a buttarla sulla battuta: “CEEEERTO che mi ricordo! Intendevo proprio sua madre naturale. Ce ne avrà una da qualche parte no? E sarà  sicuramente bellissima, ecco…”
Il Mito Vivente non sarebbe tale se non fosse dotata anche di un’infinita pietas umana e di senso del surreale, pertanto prende a braccetto la giovin collega e la delizia “Sei sempre la stessa cazzona imbranata, per questo ti adoro. Vieni che ti offro il caffè ad onore e merito della mamma naturale di questo bambino”

Indovinaindovinello. Quale delle due è la vostra Katika?

a PROPOSITO DI FIGURINE MARRONI

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:”";
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

Ah, se c’è da dare un contributo a questa nuova rassegna inaugurata dalla esse e da bostoniano, non ho che l’imbarazzo della scelta.

La più solenne sbronza della mia vita l’ho presa per colpa di mio padre.

Grande estimatore di vino, è colui che mi ha insegnato a bere sin da adolescente, “per mettergliela in quel posto ai maschi che ti vogliono far ubriacare per approfittare di te” sosteneva lui. Infatti.

 Sta di fatto che
1. ero appena tornata dal viaggio di nozze, quindi , essendo stato il nostro un coup de foudre abbiamo fatto tutto impress,
2. il mio neo marito mi conosceva da appena un anno
3. i miei suoceri appena da qualche mese.

Una sera avevamo organizzato con la banda dei vecchi amici un’incursione enogastronomica in un postaccio la cui specialità era la pecora in pignata.
 

"Che fate stasera?" Mi chiede il vecchio leone, che quando si tratta di ingozzarsi come un tacchino ha un sesto senso inquietante.

"Andiamo in quella tavernaccia a mangiare la pecora!"

"BBBBBUONA! Quasi quasi vengo con voi. E porto  l’aglianico che vi piace tanto. E pure la grappa che ho comprato in Slovenia"

"Aggiudicato, vecchio,  puoi venire" acconsentimmo noigggiovani.

 

La tavolata era lunga. Mio padre quando si mette è un anfitrione spassoso. Ridi di qua e ridi di là, non mi accorsi che il mio bicchiere si svuotava e poi lo ritrovavo riempito. Releone è il tipo che se vede un bicchiere vuoto lo deve riempire per forza, non resiste, gli sembra una bocca assetata, un urlo di munch coricato.

Poi si passò alla grappa. Riempi di qua e riempi di là non ci accorgemmo di bere come spugne. Passò pure una coppia di turisti giapponesi che cominciarono a fotografarci (lì avremmo dovuto cominciare ad accorgerci della piega che stava prendendo la serata).

Tutto procedeva bene fino a quando non si avvicinò a noi un gruppo di musicanti  che aveva appena tenuto uno spettacolo di pizzica e tarantella. Fu un attimo, ci videro e capirono che c’era da divertirsi. Fu così che improvvisarono un dopo concerto solo per noi. Ci alzammo tutti quanti e cominciammo a ballare. E lì si fermano i miei ricordi. L’alcol entrò in circolo e fu la fine della mia esistenza di persona dignitosa e l’inizio della mia fama di alcolizzata senza ritegno.

Polpetta mi raccontò che nel tragitto verso la macchina (parcheggiata in pieno centro) mi spogliavo per strada. Mi abbassavo i pantaloni invocando a gran voce
“Il mio pigiamino, dov’è il mio pigiamino?”.
Polpetta aveva appena finito di tirarmi su i pantaloni che, lesta come una faina, cercavo di toglierni anche la maglietta, prontamente intercettata anche lì. Il tutto mentre uno degli amici del polp, che era lì per dargli una mano a tenermi ferma, commentava
“Polpetta, a me tua moglie mi sembra un pochino zoccola!”
Nel frattempo la fidanzata di questo gentiluomo cominciò a star male pure lei e allora polpetta e l’amico mi dissero "katika, fai la brava, ecco siediti un attimo su questo scalino che andiamo a prendere l’altra”

Mi ritrovarono coricata sullo scalino che dormivo come un puttino (vestito). Il tragitto in macchina me lo fecero fare con la testa penzoloni dal finestrino perché vomitassi fuori.

A casa polpetta mi disse "mi raccomando ora stai buona, toh questa è la vaschetta, se devi rimettere fallo qui, io ti vado a fare un caffè".

Mi ritrovò seduta sul letto che sputavo per terra cercando di colpire ogni mattonella al centro, così, per gioco. Rimasi a letto due giorni.

Il peggio fu quando, appena ripresa, andammo a pranzo dai miei suoceri.

Capii la fama che mi stavo costruendo in quella nuova famiglia quando la polpettamum, passandomi  il vassoio con la parmigiana, buttò lì un "Sai, katika,  io non ti ho chiamato quando stavi male perché immaginavo quanto sarebbe stato imbarazzante per te doverci spiegare cos’era successo”.

Categoria: come far sprofondare una nuora negli abissi della vergogna.

SENZA VERGOGNA

E’ solo grazie a xantippe, che sono venuta a conoscenza di queste esternazioni ad opera del presidente emerito di ‘sta cippa Cossiga. Se i tempi non fossero così delicati si potrebbe dire che una risata lo seppellirà, mentre lo si accompagna all’ospizio per dementi.
Non mi viene da ridere perché questo articolo non ha avuto nessuno strascico sugli altri media italiani. Perché?

Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito… Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”.


Come mai a distanza di una settimana da queste dichiarazioni lui è ancora senatore, invece che essere mandato a casa a calci nel sedere e sedato a vita?



Discrezione

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:”";
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

Oggi leggevamo di Tess of the D’Ubervilles che rimane incinta (“she finds herself pregnant” dice il riassunto della trama)  quando una delle mie alunne osserva che la parola "pregnant" non se la scorderà più per via di un episodio successo durante lo stage negli States.

Durante una escursione, non ricordo più dove, a questa mia ragazza scappava la pipì. L’unico luogo nelle vicinanze era un ristorante dall’aria molto pretenziosa e pieno di gente seduta ai tavoli a lume di candela. Io le suggerisco di provare a chiedere la cortesia di usare il bagno. Lei, scettica, mi chiede:


“prof, è un posto sciccoso, e se non mi fanno andare?”

“senti, se ti fanno storie … dì che sei incinta”

“ah, e come si dice incinta?”

“pregnant.”

“ok. grazie, prof., ci provo”

 

Prima che io potessi far niente per impedirlo, lei entra nel locale urlando I AM PREGNANT!!! I  AM PREGNANT!  THE TOILET, PLEASE! lasciando nello stupore commensali e  camerieri.

Il manuale del saggio docente prevede che in questi casi la prof. si eclissi immediatamente e vada a gettarsi per terra a ridere scompostamente lontano da occhi indiscreti, cosa che io ho diligentemente fatto.

(Categoria: “io questi non li conosco”)

Provocazioni

Oggi a scuola sono comparsi questi manifesti per i corridoi.  E si è scatenato l’inferno.

25092008373

Non ci vuole molto esercizio di fantasia per immaginare i pornocommentacci goliardici apparsi sugli stessi dopo l’intervallo.
Io, comunque, sto dalla parte dei ragazzi.  Sono stati provocati. E che, si possono fare certe campagne (peraltro per cose serie) in questo modo? Secondo me lo fanno apposta.

La piccola eretica – parte prima

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

st1:*{behavior:url(#ieooui) }

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:”";
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

Un recente commento dalla svitie mi ha fatto ripercorrere la storia del mio rapporto con i preti.

Tutto cominciò in occasione della preparazione per la Prima Comunione.

C’era tutta questa insistenza, giustamente, sui 10 comandamenti. Arrivati a “non fornicare” (sì all’inizio si diceva così) la mia mente di bambina ancora innocente percepiva “forMicare”,  espressione alla quale attribuivo i significati più fantasiosi.

Perciò quando feci la mia prima confessione dichiarai, morendo di vergogna e con un filo di voce che, sì, avevo formicato di brutto.

Dopo qualche secondo di silenzio terrificante quel  poveraccio del confessore riuscì appena a balbettare:

“Co-co-come fornicato? E con chi? Come? Ma sei sicura?”

"S..s..sì, sono sicura. Ma io non volevo, è stato mio cugino che mi ha detto che era divertente e non c’era da avere paura, anzi, mi ha pure detto che se ero una vera donna lo dovevo fare per dimostrare il mio coraggio”

“…verginesantabenedetta, con tuo cugino…ma che avete fatto, esattamente?”

“Mi ha detto di cospargerlo di alcol e poi avrebbe fatto tutto lui!” cominciai a piagnucolare

“Ahia! Ma cosa mi stai raccontando, cosa avete fatto??????? Dov’è che glielo hai messo l’alcol?”

”Sul formicaio, quello che abbiamo trovato sotto al ciliegio! Io ho messo l’alcol e poi lui ci ha buttato sopra il fiammifero! Io lo sapevo che era una cosa brutta!”

Mi fece dire un avemaria e andò a farsi un goccetto in sacrestia.

E siamo appena agli inizi.

MA PAPA’ TI MANDA SOLA?

Succede anche questo.

Principali interpreti:
 
1. Polpetta Volante alias Salypimienta alias Purpuvigghiutu
 

2. Assistente di Volo alla quale, per il suo altissimo QI e per la sua ammirevole cultura, era stato attribuito il nick di Vento-nei-capelli. Successivamente i soprannomi sono diventati due quando qualcuno (nello specifico il Polpetta) immaginando il di lei unico e neurone aggirarsi nel cranio chiedendo “cucù, c’è nessuno?” ha tirato fuori il lodevole “Acqua Lete”, memore di una noto spot della suddetta acqua.

 3. Walter V, candidato perdente alle ultime elezioni. Sì, proprio lui.

Walter V. è seduto al suo posto. Legge il giornale e ha l’aria di voler stare tranquillo. Vento-nei-capelli sta effettuando il servizio a bordo. Gli porge il caffè.

Vento-nei-capelli “Senta un po’, ma non è che ci siamo già incontrati? Non è che ci siamo già visti da qualche parte?”

Walter V.: “Be’, da qualche parte forse mi hai visto…”

Vento-nei-capelli: “Aaaahh, ma per caso sei un collega dell’Alitalia?”

WV: “Be’, no, sai io scrivo, faccio qualcosa, mi avrai visto in giro”

Vento-nei-capelli : “Ma che sei un regista? Che fai cinema?”

WV: “Nooooo, però…insomma…sì, mi interesso di cinema”

Vento-nei-capelli: “Sì, ma com’è che ti chiami?”

WV: “Sono Walter V.”

Vento-nei-capelli: “Ah, vabbè, ciao!”

 

Vento-nei-capelli porta il caffé in cabina e chiede al Polpetta: “Aò, di là c’è uno che dice che scrive e che si chiama Walter V., ma chi è?”

Qui le cose sono due o la ragazzona ha votato a scatola chiusa per l’altro candidato senza neanche chiedersi chi fosse schierato dall’altra parte, o, cosa più probabile, non si è neanche resa conto che c’erano le elezioni.

 

Aggiornamento. Solo ora il Purpu mi informa che la signorina di cui sopra è anche soprannominata SlipRoberta, in omaggio all’unica dote in suo possesso.

L’importante è trovare il lato positivo in ogni cosa. O si chiama lato B?

KATIKA E LO SPORT – Puntata3

Puntate precedenti:

Puntata 1 – L’equitazione

Puntata 2 – Il tennis

                              

IL NUOTO

Nella pausa tra tennis uno e tennis due mi sono data anche al nuoto.

All’epoca facevo il 4 liceo scientifico e il nuoto coinvolse molti compagni di scuola. Il cazzeggio cominciava già nel pullman che portava alla piscina in un paese vicino.

Durante il tragitto succedeva di tutto: scherzi, goliardate e, soprattutto,  le gare di palloncini con le bigbabol alla fragola. Ne masticavamo in quantità industriali. Un giorno me ne misi in bocca tre e feci la madre di tutti i palloncini, solo che mi scoppiò in faccia e sui capelli, che portavo – come al solito – lunghi. Chi ha avuto a che fare con le bigbabol sa che quella era la più grande delle sciagure, perché una volta sui capelli, la bigbabol non lasciava scampo. La dovetti lasciare appiccicata sulla chioma e mettere la cuffia per fare lezione. Il caldo umido, il sudore, la fisica e la chimica congiurarono alla fusione tra la bigbabol (già fusa con i miei capelli) e la cuffietta da nuoto. Insomma, dovetti correre alla reception per farmi tagliare il ciuffo su cui bigbabol e cuffietta si erano cementificati.


Un giorno il maestro decise che eravamo pronti per i tuffi dal trampolino di 4 metri.

“A te è andato in corto il cervello!” pensai “buttaci tua sorella da  lassù!”

Ci affidò al maestro di tuffi. Era un friulano enorme, ombroso e barbuto.

Ci mise in fila sul trampolino e ruggì “Ora tuffatevi, come viene!”. Io mi feci invisibile e, man mano che avanzava la fila, indietreggiavo di una o due postazioni, nella speranza di farla franca. Visto il successo dell’operazione, incrementai la portata dell’arretramento fino a raggiungere l’ultima postazione e mantenerla. Mi sentii tanto furba! Andò bene fin quasi alla fine dell’ora.

 

Fu un attimo.

Mi sentii prendere per i polsi e sollevare da terra.

Vidi le mie gambe agitarsi scompostamente nel vuoto.

Vidi l’acqua sotto di me, lontanissima. Un miraggio. L’inferno.

Sentii la mia voce dire cose che voi umani…

Sentii che mollava la presa.

Precipitai.

L’impatto di schiena e culo. Da quattro metri.

Secondo voi su quel trampolino sono più salita?

Secondo voi sono più salita su qualunque altro trampolino in vita mia?

E purtroppo non è ancora tutto…

ohi ohi

Dopo quello che è successo stamattina a scuola io mi sento di dover generosamente dare un consiglio a tutti quelli che, in ragione di una carica amministrativa o politica di qualunque genere, si ritrovino a dover propinare ad una platea composta da studenti di liceo classico il solito discorsetto farcito pedantemente di citazioni colte, metafore fantasiose e, soprattutto, espressioni latine.


Il consiglio è questo: ricordarsi (nel caso uno abbia la memoria corta può annotarlo sul suo vademecum-del-perfetto-oratore, o può farlo presente al suo ghost writer o ad un più prosaico portaborse) che mai  e poi MAI  ci si deve produrre in siffatti sfoggi di erudizione a meno che non si sia sicuri al 101 per cento di quello che si sta dicendo.

Perché esordire con espressioni tipo “captazzio benevolenziis” non verrà perdonato. Proseguire facendo finta di non accorgersi del tremito di sadica felicità  che ciò ha prodotto e poi infilare nel discorso una chicca come “ecsempli grazzibus”  significa avere delle serie tendenze suicide.

Poi provateci voi a tenerli buoni 200 Bastardidentro che però il latino e le metafore e le citazioni colte le conoscono tutte.

E con questo ho detto quello che dovevo dire.



Provaci ancora, Rick

Ieri, mentre facevo da  babysitter a Rick (sì, perché quello faccio io  quando lui è in classe) ho finalmente capito perché esistono i lettori di lingua straniera.

Esistono, appunto, per leggere. E basta.

Loro, invece, vengono qui, giovani ed inesperti, per imparare la loro stessa lingua.

Non sto scherzando.

 

“Che faciamo ogi?”

“Well, it would be great if you could explain the future, thanks”

“Th.., the future?!?!?! O_O. Ok. Well… there are 2 ways to express the future…”

“Sorry to interrupt, but I thought there were 3 ways to express the future…”

“No. The first is “will”, the second is “going to”, that’s it”

“What about the present continuous?”

“I said that: going to!”

 

OH. MY. GOD.

Dopo aver concordato finalmente che esistono tre versioni di futuro, I ragazzi gli hanno chiesto di spiegare quando si usano.

Il povero Rick mi ha guardato con occhi spalancati che imploravano salvezza e mi dicevano “Ma quanto sono tignosi! E che ne so io di quando si usano? Io li uso e basta! Ma che fuck sono venuto a fare qui da queste iene mentre potevo stare a rotolarmi tra le lenzuola nella pensioncina di Dover con la mia girlfriend che stamattina mi ha pure mandato una Valentine per Valentine’s Day? E tu, tu che mi guardi con aria di attesa e si vede dalla faccia che stai pensando che sono un cazzafrullone inglese che l’inglese non lo sa, buttami un salvagente, I’m begging you! Non lasciarmi solou!"

Poi non mi dite che non ho cuore, eh? Avrei tanto voluto lasciarlo come pasto alle belve. Perché più sono bravi e più sono belve, ricordatevelo, perché non le potete imbrogliare, non potete improvvisare, né fingere di sapere: non ve lo perdoneranno mai. Dunque, dicevo, mi sono impietosita di quell’animadiddio e l’ho tolto d’impiccio.

Insomma, ho dovuto spiegare anche al povero Rick, oltre che ai ragazzi, i vari futuri inglesi e il loro uso.

Bene, dopo neanche 5 minuti il povero Rick si caccia nuovamente  nei casini. Ma ci si caccia da solo. Va alla lavagna per scrivere qualcosa e si scopre che non sa lo spelling di alcune parole inglesi.


Per spiegargli la differenza tra Capital (capitale) e Capitol (campidoglio) che lui confonde sempre e scrive male, gli ho detto di associare la o di capitol alla forma tondeggiante della cupola del campidoglio di Washington. Ha funzionato. (‘sto ragazzetto mi fa sentire Einstein).


Poi, nel tentativo di spiegare il suono del “th” si incasina alla lavagna con i simboli fonetici internazionali che solo alla fine confessa di non conoscere affatto.


Tra le parole che i ragazzi dovevano ripetere c’era “birthday”.


Rick: Nouuu! You must pronunce it correctly!
If you say “bird day” you say “giornou dell’uccello!” E come se chiedi a una “skiussi quando è tuo giornou dell’uccello?”. Doesn’t make sense!


Ecco, io vorrei che ciascuno di voi potesse per un minuto essere nei panni di un’insegnante in un momento di questi. Assistere alla devastazione di intera giornata di lavoro e di lezione. Guardare i tuoi studenti rotolarsi dalle risate, tanto da cadere dalle sedie. E dover pure spiegare al poveretto il significato allusivo della parola “uccello” in Italia.


Cartellone rosa per Rick, domani.

E stavolta io non c’entro niente.