Viaggio distruzione 2011 – appunti sparsi

Li portiamo al salone del libro. Hanno delle attività prenotate: una lettura della Divina Commedia con sottofondo di musica (jazz) dal vivo e un’altra sulla poesia moderna. Roba da suicidio per la marmaglia di scalmanati che mi sono portata dietro. Per fortuna non danno fastidio: dormono, dopo la nottata in bianco in albergo. Finite le attività programmate, decidiamo di lasciarli liberi, non senza una certa punta di sadismo, e con la collega ci mettiamo a fare un’ora di fila per prenotarci due posti da Travaglio. Poi ce ne facciamo un’altra per accaparrarci dei superposti in sala. Riusciamo a sederci in terza fila. Dopo un po’ arrivano i primi messaggi dai ragazzi. Protestano, se ne vogliono andare, sono al limite. Se non usciamo subito di lì e se non li portiamo via da quell’inferno popolato di libri chissà cosa ci combinano. A mezz’ora dalla fine della conferenza ci dobbiamo alzare per andarli a recuperare. Li troviamo fuori, intorno ad un cellulare dei carabinieri. Mentre ci avviciniamo cominciamo a sudare freddo. Le ipotesi sono due: o hanno combinato qualcosa o ci hanno denunciato per abbandono di minori. Si avvicinano due ragazzi: “Prof. hanno beccato Davide che rubava due libri”. Quasi quasi mi commuovo. “E’ un miracolo! Ok, hanno rubato, ma DUE LIBRI!, wow! Fantastico”. L’illusione dura poco. E’ solo uno scherzo.
 
Torino è una città magnifica. Non immaginavo. Ma ai ragazzi non importava niente di niente. Soprattutto alle ragazzine sceme dell’altra classe della collega. Volevano essere sempre altrove. Sbuffavano per ogni cosa, non rispettavano gli appuntamenti, si perdevano in continuazione, soprattutto quando dovevamo correre a prendere il nostro autobus. Trovavano molto divertente, per esempio, entrare nei negozi a fare shopping proprio allora, senza avvisare nessuno.
La più cretina di tutte era la figlia, viziata, del vicesindaco. Per dire, una che il primo giorno ci ha fatto aspettare in autobus perché aveva sonno e voleva dormire, una che la prima sera a cena ha riempito si grissini le bottiglie di acqua e che ha spalmato il suo smalto sul copriletto, così, per divertirsi. Pur non essendo mia alunna, le ho fatto un discorsetto sul rispetto per gli altri, su come quelle che a lei sembrano bravate innocenti possano avere un valore simbolico enorme e risultare degli insulti per gli altri, che certe cose sviliscono lei e noi che dobbiamo mettere le toppe.
Lei risponde che è “abituata così”, che quando va al ristorante svuota i barattoli di maionese e ketchup sul tavolo, per divertirsi alla faccia dei camerieri che devono pulire il suo lordume dalla tovaglia. Le chiedo se s’è mai beccata un ceffone per quello. Risponde di no. “Non dirmi altro, ho capito tutto” ribatto.
 
Andiamo al museo egizio. Rimango folgorata da due gallerie allestite da Dante Ferretti. E’ sicuramente la cosa in assoluto più bella che abbia visto a Torino. La combinazione del genio del nostro più grande scenografo e la magnificenza dell’arte egizia produce effetti stupefacenti. Una cinquantina di statue, tra le più imponenti sono collocate lungo le pareti di una galleria chiusa e volutamente oscurata. Tutto è al buio. Dei piccoli led illuminano dall’alto la galleria e altre luci soffuse illuminano dal basso le statue. Passare dalla luce forte delle altre sale a questa, dove i chiaroscuri e le ombre vivificano i tratti e ne accentuano il mistero, dà una sorta di capogiro. Mi emoziono e mi viene la pelle d’oca. Mentre mi vivo appieno quella sorta di sindrome di Stendhal, sento un toc toc sulla spalla. “Prof. ma che siamo venuti a fare qui? E’ una palla mostruosa. Io mi sto annoiando”. E’ la stronzetta viziata, sempre lei.
“Siamo venuti qui” le rispondo, soffocando l’impulso di prenderla a calci nel culo, “perché i tuoi occhi assorbano la bellezza, anche se il tuo cervello inconsapevole non lo sa” che era un modo per dirle che è una grandissima testa di cazzo.
Quella stessa sera la becchiamo nella hall dell’albergo in pantaloncini del pigiama seduta in posa sguaiata, a cosce spalancate. Gioca col nintendo e non si cura degli uomini adulti che passano e le guardano in mezzo alle gambe. La sua prof. se la ribalta e le urla che esiste una cosa che si chiama decoro. Lei non capisce, comincia a piangere istericamente e se ne scappa in camera, offesa.
 
L’ultimo notte, uno dei miei ragazzi terribili, che poi si sono rivelati molto meno terribili delle ragazzine dell’altra classe, mi trova disfatta sul divano. Un occhio è aperto per controllare il corridoio, dove poco prima ho beccato due che giocavano a racchettoni, e l’altro è chiuso perché sto crollando dalla stanchezza. Mi si avvicina. Mi dice “Prof. che fa qui, mezza addormentata e tutta storta? Vada a dormire, stia tranquilla. Si fidi di noi, non le daremo più fastidio.” Mi sembra sincero. Vado a dormire. Sono stati di parola.

All'arrivo a casa, scesi dall'autobus, i miei studenti mi si avvicinano e mi ringraziano per tutto.
Riescono a strapparmi un sorriso, attraverso la stanchezza.

Il giorno dopo ho dormito fino a mezzogiorno.

Deconstructing budget

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Ciccio e Fil me li portai ad uno stage di una settimana in Inghilterra, con tutta la loro classe.

La sistemazione era in famiglia. Loro due andarono a stare presso una coppia di very british professori universitari che avevano come valore aggiunto un paio di figlie supergnocche e gioiosamente inclini a subire il fascino latino.

Come capita spesso in Inghilterra, la loro casa era dotata anche di cane, o presunto tale, di dimensioni ridotte e dalla forma indefinibile. Poiché il British-dad era prof. di economia, al povero cane era toccato in sorte il nome Budget. Pare che l’animale fosse creatura di discreta intelligenza che capiva ordini e conversazioni. Per esempio, se gli si ordinava “Budget! come here!” immediatamente saltellava fuori dal cesto dove dormiva e veniva a scodinzolarti ai piedi in attesa di istruzioni e se gli si ordinava “Budget! in the basket!” tornava, sempre zompettando, a cuccia nel cesto.

Il secondo giorno che erano lì, Budget notò Ciccio steso sul divano a guardare la TV e pensò che saltargli addosso e slinguazzarlo selvaggiamente facendogli un pigiamino di saliva potesse essere una simpatica deviazione dal solito tran tran domestico. Budget si divertì molto. Ciccio no e decise di fargliela pagare.

Da quel giorno, infatti, di nascosto dalla host family, prese a rintronare il cane facendolo uscire ed entrare dal cestino come una trottola a botta di “Budget! Come here!” “Budget! In the basket!” “Budget! Come here!” “Budget! In the basket!”, fino a disorientarlo completamente.

Dopo due pomeriggi di questo trattamento il cane pensò “Kiss my ass, stupid Italian human!” e decise di non muovere più il culo dal cesto.

Grande fu la meraviglia del British-dad quando si accorse che il cane per qualche oscuro motivo non solo aveva smesso di ubbidirgli ma lo guardava con aria torva ogni volta che gli ordinava di uscire dal cesto.

Insomma, quando quei due partirono dall’Inghilterra si lasciarono dietro due cuori infranti e un cane ormai completamente sprogrammato.

IL VIAGGIO DISTRUZIONE 2009 – APPUNTI SPARSI 2

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Katika -  l’amico confidente

A colazione il Duro si siede al mio tavolo e, preda di un’insolita logorrea, penso derivante dagli ormoni finalmente acquietati, mi racconta le sue prodezze amorose. Gli chiedo di risparmiarmi i dettagli. E checazzo, mica sono suo fratello. Però godo come una pazza e dentro di me gli sono grata per le sue confidenze.

 

Katika – cane antidroga

Le Ramblas sono una merda. Ma proprio merda merda. Sia di giorno che di notte. Soprattutto di notte. Io pensavo fosse una strada con baretti aperti 24 ore su 24 e un sacco di vita. Provate ad andarci di venerdì sera intorno alle 11 e scoprirete cos’è una terra di nessuno.

Lo Scaglionato a prescindere mi si avvicina e mi dice “Prof., è vero che ho l’aspetto di un drogato, però mò mi so’ rotto le palle di tutti questi stronzi che mi vogliono far comprare hashish!”

Un altro dei miei studenti, ragazzaccio dalla faccia da mafiosetto che colleziona note in condotta un giorno sì è l’altro pure e che in gita è stato il più bravo e puntuale di tutti, tutte le volte che qualche losco figuro lo avvicinava rispondeva in dialetto barese “I sciut o bagn! (sono già andato in bagno  a fare i miei bisogni)”. Gli ho chiesto il perché. "Prof. si avvicinano e mi chiedono  ‘ascìsh’  e io rispondo così". Il suono della parola hashish si avvicina alla suono dell’espressione barese  “A scì?" -devi andare? (ndr).

 

Katika – antropologa

 

Allora, in gita avevamo tre classi. Occasione ottima per uno studio sociologico sul campo perchè  due classi erano composte da figli di ottime famiglie upper class e una classe di ragazzi più lower class, che la sera e i weekend fanno i camerieri o altri lavoretti per comprarsi i libri o la maglietta ultimo grido.

Io insegno sia in una di fighetti sia in quella  di working students.

A sera le ragazze fighette erano tutte molto chic e di tendenza (alcune vanno in aereo a milano con mammà ad ogni inizio stagione per farsi il guardaroba).

Le ragazze dell’altra classe avevano un look molto più molto semplice. Qualche magliettina con qualche strass, un po’ di rossetto in più, scarpette comprate al mercato e via. Ma quanto erano tenere!

 Ma la differenza si è vista soprattutto nel momento delle difficoltà.

Ai ragazzi lower non è mai successo un inconveniente e mi sono accorta che  sanno affrontare la vita di petto e sanno muoversi, pur non avendo mai occasione di viaggiare.

Ai ragazzi fighetti è successo di tutto. Chi si è perso, chi si è fatto fregare portafoglio e documenti, chi si è fatto fregare i soldi, chi il foulard, chi l’ombrello firmato.

Confermata la teoria che spesso i ragazzi meno protetti dagli agi sono poi quelli che se la cavano meglio in ogni situazione.

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Le tre dark-tardohippy-fusion girls

 

Siccome non ci possiamo far mancare niente, noi c’avevamo pure tre (con)fusion girls.

Tre ragazze che fino all’anno scorso erano le classiche brave figlie studiose che tanta soddisfazione danno a mammà. Quest’anno hanno deciso di togliersi di dosso l’aria di paese adottando pose trasgressive, tipo inneggiare a satana e bestemmiare durante l’ora di religione,  guardare con occhio torvo i loro compagni isolandosi dal resto della comitiva facendo setta  a parte, leggere giornaletti strani con immagini di scotennamenti e sangue, stonarsi di sostanze sconosciute. Ma in realtà navigano a vista, procedono per tentativi goffi, fatti di atteggiamenti più che di reali convinzioni; più che trasgressione si tratta di conformismo a dei modelli già superati da tempo, col risultato opposto a quello a cui mirano loro, per cui vengono prese per il culo da tutti quanti gli altri.

Pertanto le tre (con)fusion girls vanno in giro con magliette nere piene di teschi nascoste però da camicioni country di flanella a quadrettoni su fuseaux neri, trucco da pasionarie del dark  che però viene nascosto da rassicuranti berretti di lana della nonna. Il fatto poi di essere tre tappette cicciottelle (con tutto il rispetto per la categoria della quale pure io faccio parte, ma almeno non mi metto i camicioni di flanella che arrivano a metà coscia) non aiuta certo l’effetto finale. Sono le uniche che hanno trovato irresistibili le ramblas, col loro sottomondo di prostitute e spacciatori. Mi sono detta: è l’età, passerà.

 

IL VIAGGIO DISTRUZIONE 2009 – APPUNTI SPARSI 1

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La partenza era da scuola all’ora della ricreazione. Timing perfetto perchè Madamefigà  potesse farsi trovare giù per dar voce al suo dispiacere  lamentandosi con tutti per essere stata lasciata a terra. Insomma, era lì per darci dentro con i sensi di colpa. Io non me la sono cagata neanche di striscio, ma ho notato che su alcuni ragazzi ha funzionato. “Povera madame, dicevano alcuni, voleva tanto venire!”.

“Anch’io volevo tanto andare a Strasburgo ma mica mi sono messa a piangere sotto al pullman per la disperazione, ho commentato io, mica c’abbiamo 10 anni, no? Un po’ di dignità, ecchecavolo!”

Vabbè, decisa a non farmi rovinare la vita da quella stronza ho cambiato argomento e mi sono goduta il viaggio con i miei prodi.

 

Quando porti una cinquantina di diciottenni a Barcellona sai che dovrai affrontare di tutto. Alla partenza arrivano con le trombe da stadio, di quelle che spaccano i timpani, ed io capisco subito l’andazzo.

 

Innanzitutto, ti viene chiesto di dar fondo a tutte le sue potenzialità di prof. multitasking, di trasformarti volta per volta in cane pastore, mamma, confidente, infermiera, ragazza cubo, fratello maggiore e sorella minore, ahimé.

 

Katika – pastore maremmano

Mi hanno chiesto a scuola “Allora, com’è Barcellona?”

E chi l’ha vista? Non ne ho capito niente, in compenso conosco benissimo il culo dello Scoglionato-a-prescindere, visto che era sempre l’ultimo del gruppo e dovevo stargli dietro per farlo camminare a spintoni.

 

 

Katika – infermiera

Secondo le mie previsioni, abbiamo avuto ragazzi ammalati di tutte le malattie possibili, tranne vitiligine e morbillo. Per il resto abbiamo avuto di tutto: influenza, intossicazione alimentare, gastriti in tutte le varianti, enteriti acute, punture di insetti sconosciuti, reazioni allergiche di vario genere, distorsioni, ematomi da caduta, febbrone da cavallo e persino attacchi di letargia.

Pertanto la mia fedele cassetta dei medicinali, anche quest’anno è stata razziata ben bene.

Il problema sorge quando si presenta l’urgenza di fare le punture, perché io svengo solo alla vista di una siringa. Quest’anno cercavo qualcuno che desse una botta di plasil ad una ragazza vomitante e mi sono ricordata che un mio allievo, futuro studente di medicina, mi aveva detto tempo fa di saper fare le iniezioni. Pertanto, una mattina all’alba lo butto giù dal letto e gli metto in mano siringa e fialetta ed esco dalla stanza per non guardare. Lui fa la puntura. Solo parecchie ore dopo mi comunica che di iniezioni ne aveva fatta solo una in vita sua. Al cane.

 

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Katika ragazza-cubo

Puoi, tu, professoressa preferita, scelta come accompagnatrice per la tua verve e per non essere proprio attempata, deludere le aspettative dei tuoi giovani protetti? Noooooooo.

Perciò dopo cena tutti a riposare. Appuntamento nella hall a mezzanotte. Durante la pausa restyling avviene la metamorfosi. I ragazzi scendono a gruppetti, tutti curati, ripuliti e carini. Ma il vero spettacolo è costituito dalle ragazze. Una concentrazione di bellezza mica da ridere. Obiettivamente sono uno splendore. Io, che in discoteca non ci andavo neanche da ragazza, chiedo la loro consulenza per il mio d’abbigliamento. Mi sdoganano qualche capetto e mi danno l’ok. In cambio della consulenza offro sedute di make up con i miei trucchi chanel.

Arriviamo in discoteca e gli stronzi mi assalgono esclamando “proooooof, ma sono tutti vecchi!”. Minchia, ghigno io, il posto per me! Scendo in pista e mi accorgo che i vecchi sono poco meno che trentenni.

Dopo neanche mezzora becco il Duro che pomicia con una “tardona” bionda e in carne e altri due o tre infrattati nei divanetti con altrettante spagnole. Pure io ballo tanto e involontariamente rimorchio. Uheiiii, mi dico, vuoi vedere che la vecchia katika ha ancora qualche cartuccia da sparare? Poi capisco perché. Il tizio è brillo. Ma è troppo insistente e inizia ad importunarmi. I miei ragazzi non mi perdono d’occhio e capiscono al volo. Arrivano e si mettono in cerchio intorno a me, escludendo il cacacazzo. Ci facciamo un sacco di risate. “Hai capito la prof?”

Torniamo tutte le sere alle dopo le 4 di mattina. A letto riusciamo ad andare alle 5. Dopo un paio d’ore c’è la sveglia.

Katika e la posta del cuore

Trovo una delle mie ragazze in lacrime. “Prof., mi ha telefonato una mia amica per dirmi che il ragazzo con cui stavo uscendo prima di partire ora si sta vedendo con la sua ex!”. Bene, dico io, carina l’amica! Non poteva aspettare che tu tornassi? Fregatene e divertiti, ecchecazzo.

La seconda sera in discoteca trovo lo Scoglionato a prescindere e Domenico il Trombettiere ammosciati sulle poltroncine, con delle facce da funerale perché le loro fidanzate  dall’Italia  avevano piantato un casino terribile: come si permettevano di andare a ballare, brutti fedigrafi? . Faccio un telefonata alle stronzette e le convinco che i due li avevo costretti io a venire in discoteca perchè non potevo lasciarli da soli in albergo. Chiusa la telefonata ho ingiunto loro di muovere il culo da quei divanetti e andare a divertirsi. Divertirsi, mica trombare, ho precisato.

To be continued

IO VADO. CHE IL CIELO MI ASSISTA.

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Il gran giorno è arrivato. Gli studenti sono gli stessi dello scorso anno.

Ogni tanto pensatemi mentre, seduti comodamente al computer a cazzeggiare tra di voi, la sottoscritta dovrà affrontare da sola l’annuale terribile prova di resistenza psico-fisica che prevede:

 

1.     intrattenere gli studenti durante il lungo viaggio in nave da civitavecchia inventandosi tornei di trivial pursuit e burraco;

2.     distribuire pillole di xamamina in caso mare grosso;

3.      fare il pastore maremmano, cioè spingere nel gruppo i lenti, gli scoglionati, gli shopping-addicted e abbaiare tutte le volte che qualche pecorella se ne va a brucare troppo per i fatti suoi, magari perché ha incrociato qualche gruppo di studentesse scandinave;

4.      curare l’epidemia di laringite che ha colpito proprio ieri metà della classe;

5.      fare punture di plasil ai cazzafrulloni che avranno bevuto troppo;

6.      condurre negoziati estenuanti per determinare l’ora di rientro dalla discoteca;

7.      minacciare di morte truculenta quei quattro o cinque deficienti che sicuramente stanno pensando sin da ora a qualche fuga notturna dall’hotel per fare l’alba sulle ramblas;

8.      passare la notte, tutte le notti, a dormire mezzora sì e l’altra no per convincere i pazzoidi a non fare troppa caciara, a non giocare a pallone nel corridoio e, soprattutto, a non usare la porta della mia camera per fare goal;

9.      varie ed eventuali.

 

Nei momenti di disperazione, tutte le volte che mi chiederò ancora una volta “ma chi me l’ha fatta fare?” so che la vostra corrente di energia positiva mi renderà più lieve questo ennesimo viaggio-distruzione. E al primo che sfotte vado giù di legnate.

 

Hasta luego.

LA PROPAGANDA DI MADAME

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Madamefigà continua la sua scellerata, oltre che inutile, campagna promozionale di se stessa per Barcellona.

Un giorno ho portato in classe dei libri dalla mia biblioteca personale da prestare ai ragazzi che li vogliono leggere. E’ una cosa che faccio di tanto in tanto, non li costringo e non pretendo relazioni o riassunti, li mollo lì sulla cattedra e chi vuole può attingere

Il caso ha voluto che lo stesso giorno quella sfortunata di Madamefigà abbia portato in classe dei biscotti e li abbia distribuiti ai ragazzi commentando così "Sono andata al supermercato a fare la spesa e ho pensato a voi".


Autogol. Per il corridoio i ragazzi commentavano: "c’è chi distribuisce biscotti e chi distribuisce neuroni".


Il giorno dopo Madamefigà decide di giocarsi la carta vincente e con aria complice e cospiratoria fa questo meraviglioso exploit: "Ragazzi, se vengo a Barcellona ci divertiamo. La movida di Barcellona va vissuta tutta, perciò se la notte  volete scappare dall’albergo per andare in giro in santa pace vi copro io".


Ahi ahi ahi. Ai ragazzi un’idea del genere non era mai venuta in mente. Ce l’ha messa lei.

Per onestà li ho informati che se si azzardano a  pensarla soltanto una cosa del genere, contravvenendo alle disposizioni di noi accompagnatori, io li faccio prima sospendere per 15 giorni e poi li  accoppo, perciò è meglio per loro se a Barcellona li accompagna madame.

 

Loro hanno risposto che l’unica utilità che potrebbe avere madame in gita sarebbe il sollazzo dei loro ormoni a girandola qualora si prestasse a sculettare per i corridoi dell’albergo in baby doll trasparente, nel qual caso forse potrebbero chiedermi di farmi da parte.

Reputando la cosa più che giustificabile, ho detto che rimanevo in stand-by fino a quando non avessero ottenuto assicurazioni in tal senso dalla stessa interessata.

Povera madame, a questo punto per lei è meglio che rimanga a casa, altrimenti dovrà fare i conti con le sue scellerate promesse. In questo ultimo caso prima finisce su utube come ennesima pornoprof e poi sulle pagine di cronaca nera per mancata sorveglianza.

Ma sher madamefigà, mo’ so’ cazzi tuoi!

 

FATTI SOTTO, ABBELLA!

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E arrivò Eùffa!

Eùffa è la giovine supplente di francese, detta anche carlà, perché è alta e magrissima e ha dei bellissimi occhi verdi.

E’ in assoluto la prima supplenza della sua vita. Le è andata pure bene perché rimane fino a giugno.

Però è stranissima.

Quando si entra per la prima volta nel mondo del lavoro e ci si ritrova in un ambiente nuovo, di solito ci si muove in punta di piedi, si cerca di capirne le dinamiche sforzandosi  di apprendere il più possibile e facendosi il mazzo per dimostrare che vali, se vali. Così feci io, a suo tempo.

Questa è arrivata e, per colmare la sua profonda ignoranza si è data un gran da fare. Mica per imparare ad  usare un registro (che belli tutti quei quadratini vicino ai nomi! servono a farci  la battaglia navale?), o sapere la struttura degli esami di stato (uh, e che cos’è la terza prova? vabbé,  imparerò quando è il momento), la metodologia giusta per insegnare letteratura (lei fa un dettato e poi pretende che i ragazzi lo imparino a memoria), l’approccio più giusto con gli studenti, noooo. In fondo queste sono cose secondarie, che cacchio.

La scuola è una cosa seria, mica un parco giochi. Pertanto, la prima mossa che ha fatto è stata quella di chiedere le destinazioni delle gite scolastiche. Ha puntato il dito su quella che le piaceva di più, Barcellona, e ha deciso per quella. Ma, ahimé, essendo lei arrivata a metà ottobre, i giochi per quella meta erano già fatti e gli accompagnatori già individuati, con grande soddisfazione di studenti e famiglie. Ma la prode Eùffa non demorde e  sta facendo il diavolo a quattro sgomitando, cercando invano la solidarietà dei ragazzi e mettendoli in imbarazzo con le sue continue richieste, mettendo il muso, ipotizzando di potervi partecipare come turista (pagando). Cazzo, che fatica ho fatto per convincerla che non si può. Che la scuola non è un’agenzia viaggi e che un professore non può decidere di assentarsi arbitrariamente da scuola per andare in gita scolastica, se non per servizio. E poi ci sono ancora tante altre gite e progetti di scambi in cui c’è bisogno di lei, soprattutto in francia. Ma la ragazzina tutta di un pezzo è, pertanto ha rifiutato tutte le richieste  con un irragionevole “E uffa! Ma io in Francia ci sono già stata. E poi ho deciso di andare a Barcellona”. Non sente ragioni. Avoglia a dirle  che dovrebbe ammazzare uno dei tre accompagnatori già designati! Continua imperterrita nel suo obiettivo, a sfidare circostanze e rifiutando mete più consone alla sua materia, a insistere con i ragazzi del 3 classico (quelli di qualche post fa) “E uffa! A Barcellona ci  voglio venire io! Per forza quella volete con voi?”.
 
Indovinate chi è “quella” alla quale sta cercando di fare le scarpe?


…to be continued.

IL VIAGGIO-DISTRUZIONE (seconda parte)

Bastardi!

Hanno fatto di me uno straccetto. 54 ne avevo appresso. I miei 13 più quelli di altri due colleghi che erano con me.

Siamo stati in un alberghetto in mezzo ai campi che dopocena era abbandonato da proprietario e dipendenti e lasciato nelle nostre mani. Potete immaginare che cosa è diventato. I ragazzi non hanno mai dormito, tranne che di giorno in autobus.

Sono provata nel fisico ma provo a farvi un resoconto partendo da personaggi e interpreti:

 

Ogni viaggio-distruzione che si rispetti deve avere (e noi ce li avevamo!):

 

Il professore gnoccolone:

Testa a uovo, occhialoni da miope, cicciotello, spalle curve, semiasse difettato da cui camminata a gambe aperte, piedi piatti. Preoccupante assenza di qualunque attività neuronale. Affidabilità di un bambino di 10 anni. Praticamente uno studente in più (quello scemo).

In quanto prof. di francese doveva essere la nostra guida. Capita l’antifona, io mi sono subito dissociata da lui e ho fatto bene. E’ riuscito a perdersi (insieme ai suoi sventurati allunni) persino in quel di Montecarlo, dove è sceso dall’autobus di città alla fermata sbagliata, scambiando un incrocio per la piazza del casinò. Non ci ha mai dato una mano, non si è mai preso la briga di contare i ragazzi, non si è mai curato di fare un giro di controllo nei corridoi dell’albergo. Non si è mai accorto che due dei suoi hanno avuto la febbre, una la gastrite e un altro un’allergia. Per colpa sua io e l’altra prof. abbiamo dovuto lavorare il doppio e fare da mamme anche ai suoi studenti, altrimenti completamente allo sbando. Io l’ho odiato da subito. E poi sbatteva la bocca mentre mangiava. Schifoso.

Tra gli studenti

 

La Beauté:

All’alba si presenta alla partenza (previsione ore 12 di pullman neanche granturismo), perfettamente truccata, pantaloni stretti a vita bassissima con cinturone e toppino tatuato addosso. Si deduce che la Beauté abbia una fortissima resistenza alla sofferenza fisica: mentre al resto del mondo (femminile) tutte quelle ore di viaggio strizzate in quei jeans provocherebbero danni irreversibili alla patatina con l’effetto di una sciabolata da lì fino alla carotide, a lei invece non producono danni. Alla fine del viaggio risorge dall’autobus così come era partita, nessuno sbavamento di rossetto o kajal, né spaccamento di patata. La vera Beauté non è mai stravaccata, mai scomposta. Attraversa il resto del mondo dall’alto dei suoi stiletti tacco 12, microgonne e borsina pitonata anche se deve andare a fotografare i cavalli della Camargue.

Il Trombeur des Femmes

Corteggia tutte e pomicia con tutte. Da grande sarà califano. Nessuna viene lasciata insoddisfatta.

 

Lo Scoglionato a Prescindere

Lo Scoglionato lo riconosci dai 10 cm di pugnali ingelatinati sulla testa. La preparazione della suddetta richiede almeno mezzora di lavoro allo specchio la mattina. Altri accessori dello Scoglionato sono orecchino di finto brillante e ciuingam perennemente in attività. Allo scoglionato non interessa niente di tutto quello che si fa o si visita, lui è Scoglionato. E’ sempre l’ultimo del gruppo e si ripara dall’assedio del mondo circostante tappandosi le orecchie con le cuffiette dell’Ipod da cui provengono i Tumf tumf tumf tu-tumpf della musica techno che ascolta.

 

Il Comico

Divertimento assicurato quando lui è nei paraggi. Cinico, disincantato e ironico, ha la battuta sempre pronta ma, dovendo ancora farsi le ossa come si deve, questo suo carattere fa di lui un grande produttore di gaffes. Una notte sono uscita in corridoio e l’ho beccato che cantava a squarciagola l’inno della roma “Tu sei nato graaaande” . Niente di strano, solo che lui la cantava piegato su se stesso dedicando la canzone al cavallo dei suoi pantaloni e al suo contenuto (ovviamente). Quando gli ho fatto l’applauso si è girato di scatto e si è praticamente liquefatto sotto i miei occhi per la vergogna.

L’Insicuro

Alunno dello Gnoccolone. Bassino di statura ma carino. Ha l’aria di chi ha deciso che questa gita segnerà una svolta nella sua vita. Mi chiama prima di cena, una sera, voce carica d’ansia. Accorro, preparata al peggio. Mi accoglie sulla soglia “Prof., come sto?” “Oddio, e che ne so, come stai?” “No, come sto vestito! Secondo lei queste scarpe possono andare con questi pantaloni? E il maglione?”

Il Brufoloso

“AAAAAAGGGGGHHHHH! Prof. HO UN BRUFOLO! Me lo presta un po’ di fondotinta?”

 

Il Dandy

Figlio di papà. Montecarlo non ha segreti per lui. Griffatissimo ma discreto, eleganza raffinata alla montezemolo. Sport praticato: il golf. Nel suo genere, però, è atipico per la totale assenza di spocchia, il che gli risparmia le prevedibili solenni prese per il culo dei suoi coetanei.

L’Aspirante Gigolò.

Molto bello (bruno e occhi verdi) dimostra più della sua età, non è interessato alle sue coetanee ma punta la sua attenzione sulla prof. più giovane (io), possibilmente non la sua (sempre io). Per tutto il viaggio non perde di vista il suo obiettivo, esercitando caparbio il suo potenziale seduttivo, sfoderando tutto il suo fascino con battute galanti e sguardo assassino. L’assedio produce situazioni comiche e un leggero turbamento e sfocia nell’omaggio di una rosa rossa l’ultima sera. Il ragazzo promette davvero bene perché se avessi avuto 20 anni di meno…