Li portiamo al salone del libro. Hanno delle attività prenotate: una lettura della Divina Commedia con sottofondo di musica (jazz) dal vivo e un’altra sulla poesia moderna. Roba da suicidio per la marmaglia di scalmanati che mi sono portata dietro. Per fortuna non danno fastidio: dormono, dopo la nottata in bianco in albergo. Finite le attività programmate, decidiamo di lasciarli liberi, non senza una certa punta di sadismo, e con la collega ci mettiamo a fare un’ora di fila per prenotarci due posti da Travaglio. Poi ce ne facciamo un’altra per accaparrarci dei superposti in sala. Riusciamo a sederci in terza fila. Dopo un po’ arrivano i primi messaggi dai ragazzi. Protestano, se ne vogliono andare, sono al limite. Se non usciamo subito di lì e se non li portiamo via da quell’inferno popolato di libri chissà cosa ci combinano. A mezz’ora dalla fine della conferenza ci dobbiamo alzare per andarli a recuperare. Li troviamo fuori, intorno ad un cellulare dei carabinieri. Mentre ci avviciniamo cominciamo a sudare freddo. Le ipotesi sono due: o hanno combinato qualcosa o ci hanno denunciato per abbandono di minori. Si avvicinano due ragazzi: “Prof. hanno beccato Davide che rubava due libri”. Quasi quasi mi commuovo. “E’ un miracolo! Ok, hanno rubato, ma DUE LIBRI!, wow! Fantastico”. L’illusione dura poco. E’ solo uno scherzo.
Torino è una città magnifica. Non immaginavo. Ma ai ragazzi non importava niente di niente. Soprattutto alle ragazzine sceme dell’altra classe della collega. Volevano essere sempre altrove. Sbuffavano per ogni cosa, non rispettavano gli appuntamenti, si perdevano in continuazione, soprattutto quando dovevamo correre a prendere il nostro autobus. Trovavano molto divertente, per esempio, entrare nei negozi a fare shopping proprio allora, senza avvisare nessuno.
La più cretina di tutte era la figlia, viziata, del vicesindaco. Per dire, una che il primo giorno ci ha fatto aspettare in autobus perché aveva sonno e voleva dormire, una che la prima sera a cena ha riempito si grissini le bottiglie di acqua e che ha spalmato il suo smalto sul copriletto, così, per divertirsi. Pur non essendo mia alunna, le ho fatto un discorsetto sul rispetto per gli altri, su come quelle che a lei sembrano bravate innocenti possano avere un valore simbolico enorme e risultare degli insulti per gli altri, che certe cose sviliscono lei e noi che dobbiamo mettere le toppe.
Lei risponde che è “abituata così”, che quando va al ristorante svuota i barattoli di maionese e ketchup sul tavolo, per divertirsi alla faccia dei camerieri che devono pulire il suo lordume dalla tovaglia. Le chiedo se s’è mai beccata un ceffone per quello. Risponde di no. “Non dirmi altro, ho capito tutto” ribatto.
Andiamo al museo egizio. Rimango folgorata da due gallerie allestite da Dante Ferretti. E’ sicuramente la cosa in assoluto più bella che abbia visto a Torino. La combinazione del genio del nostro più grande scenografo e la magnificenza dell’arte egizia produce effetti stupefacenti. Una cinquantina di statue, tra le più imponenti sono collocate lungo le pareti di una galleria chiusa e volutamente oscurata. Tutto è al buio. Dei piccoli led illuminano dall’alto la galleria e altre luci soffuse illuminano dal basso le statue. Passare dalla luce forte delle altre sale a questa, dove i chiaroscuri e le ombre vivificano i tratti e ne accentuano il mistero, dà una sorta di capogiro. Mi emoziono e mi viene la pelle d’oca. Mentre mi vivo appieno quella sorta di sindrome di Stendhal, sento un toc toc sulla spalla. “Prof. ma che siamo venuti a fare qui? E’ una palla mostruosa. Io mi sto annoiando”. E’ la stronzetta viziata, sempre lei.
“Siamo venuti qui” le rispondo, soffocando l’impulso di prenderla a calci nel culo, “perché i tuoi occhi assorbano la bellezza, anche se il tuo cervello inconsapevole non lo sa” che era un modo per dirle che è una grandissima testa di cazzo.
Quella stessa sera la becchiamo nella hall dell’albergo in pantaloncini del pigiama seduta in posa sguaiata, a cosce spalancate. Gioca col nintendo e non si cura degli uomini adulti che passano e le guardano in mezzo alle gambe. La sua prof. se la ribalta e le urla che esiste una cosa che si chiama decoro. Lei non capisce, comincia a piangere istericamente e se ne scappa in camera, offesa.
L’ultimo notte, uno dei miei ragazzi terribili, che poi si sono rivelati molto meno terribili delle ragazzine dell’altra classe, mi trova disfatta sul divano. Un occhio è aperto per controllare il corridoio, dove poco prima ho beccato due che giocavano a racchettoni, e l’altro è chiuso perché sto crollando dalla stanchezza. Mi si avvicina. Mi dice “Prof. che fa qui, mezza addormentata e tutta storta? Vada a dormire, stia tranquilla. Si fidi di noi, non le daremo più fastidio.” Mi sembra sincero. Vado a dormire. Sono stati di parola.
All'arrivo a casa, scesi dall'autobus, i miei studenti mi si avvicinano e mi ringraziano per tutto.
Riescono a strapparmi un sorriso, attraverso la stanchezza.
Il giorno dopo ho dormito fino a mezzogiorno.