LE FIABE SONO IL MALE

 
L'altra mattina c’era il compito in classe in una prima, composta da 28 scassacazzi simpaticissimi e adorabili. Io li chiamo “i miei mostri”, per intenderci. Sono brillanti e intelligenti, e proprio per questo molto ma molto vivaci. Bisogna gestirli con pugno di ferro ma nello stesso tempo farli divertire e soprattutto non lasciare mai tempi morti perché se no la classe diventa peggio di una birreria bavarese dopo l’oktoberfest.
 
Tanto per cambiare, pioveva a dirotto e molti di loro sono arrivati inzuppati lerci. Mentre tutti stramaledivano il tempo e cercavano di asciugarsi come potevano, io distribuivo le fotocopie per il  compito e cercavo di sistemare i banchi in posizione anti-copiaggio e contemporaneamente cercavo di riportare un po’ di calma. Una voce lamentosa era più insistente di tutti: quella del rappresentante di classe. Era vestito con una felpa bianca che  gli stava diventando lentamente marrone a causa della pioggia mista a sabbia (da noi, in puglia saudita, capita, ogni tanto). Il poveretto non riusciva a rassegnarsi a quell’inesorabile fenomeno che niente riusciva a fermare. “Proooooooof, la mia felpa! Guardi,  mi sta diventando marrone!”. Invece io, dal mio canto, ritenendo che un vero ragazzino di 14-15 anni, da contratto,  se ne debba fottere se una manica di felpa si sporca, cercavo di minimizzare “E che sarà mai, dai!”. Ma lui non si rassegnava “Prooooooof, ma come devo fare adesso?”.
 
Finalmente si mettono tutti a lavorare in assoluto silenzio, o almeno tale sarebbe stato se non mi fosse giunto all’orecchio lo stesso lamento, che aumentava di volume ogni volta che, camminando tra i banchi, mi avvicinavo a lui. “Ma guardi, prof.” mugolava afflitto.
Ad un certo punto, non potendone più, gli ho detto: “Certo tu a rugby non  potresti mai giocare se ti preoccupi per una felpa sporca, manco fossi una principessa sul pisello!”.
 
Mentre finivo di enunciare l' imprudente similitudine (finalizzata a  rimarcare che quelle lamentele intaccavano con un’ aura  di sospetta delicatezza la sua reputazione di macho a lui tanto cara) nella mia testa  cominciava a fare bip bip un allarme interno e a lampeggiare una scritta fosforescente con su scritto “Pericolo PERICOLO! PERICOLO!”.
 
Infatti, è partita qualche sghignazzata trattenuta. Io, come tutti quelli che, cercando di uscire da una montagna di cacca, vi affondano sempre di più, ho perseguito nella strada del suicidio della mia credibilità. Credendo di intraprendere una dignitosa via d’uscita dall’impasse, ho detto “E mo’ che c’avete da ridere, mascalzoni? È solo una fiaba molto famosa! Non la conoscete?”
“Come no, prof, mi risponde il suo compagno di banco, è quella della principessa che riconosce un pisello da sotto  un materasso!”
 
Sono dovuta uscire dalla classe per accasciarmi nascosta dietro la porta. Alla collega che passava ho dovuto dire che a volte certi sfoggi di sintesi possono far schiantare una prof. dalle risate, ma è meglio che gli studenti non lo sappiano.

GIULIETTA LA SOVVERSIVA

 
 
Che poi gli studenti pensano che quei due lì sotto al balcone a Verona si stiano solo giurando amore eterno e basta. Romeoromeoperchésseitù Romeo e promesse di eterna devozione al di là del bene e del male e alla faccia di quegli adulti egoisti e rompiballe.. Tutto very very romantic e, soprattutto, affascinante per i ragazzi della loro età.
 
Ecco perché rimangono spiazzati quando si comincia a parlare del linguaggio anticonvenzionale di Juliet.
 
La storia, lì, della rosa che se si chiamasse con un altro nome profumerebbe lo stesso, è un’operazione altamente sovversiva, perché mina dal profondo il concetto di ordine su cui era fondata la visione del mondo nel medioevo. Questioni che vengono studiate dai semiologi e dai linguisti ancora oggi.
 
Scolli il segno dal suo significato? Allora stai introducendo l’elemento dell’anarchia nel linguaggio, squassandolo nel profondo e sovvertendo il pilastro che regola la comunicazione umana, quel patto sottinteso che tutti stipuliamo per rispettare la concordanza tra quella determinata parola e il suo preciso significato.
 
Ora vai a spiegare questo ad una truppa di adolescenti di primo liceo classico. Ti tocca per forza partire da esempi terra terra, per poi condurli dove vuoi tu e come vuoi tu. Ma prima devi fare gli esempi. La vera prof. sa come farli. La vera prof., appunto.
 
“Allora , dico, supponiamo che un bel giorno io decida di non accettare più che questa si chiami penna  e  cominci a chiamarla pulcino o albicocca o martello, perché così mi garba. Così facendo, però, introduco l’elemento dell’anarchia nel linguaggio perché abbatto tutte le regole ferree su cui si poggia. Se tutti facessimo così, come potremmo pensare di comunicare? Se ognuno di noi rifiutasse la convenzione e decidesse autonomamente di abbinare parole e significato in maniera assolutamente fantasiosa, sarebbe molto divertente per un po’, ma poi non ci si capirebbe più!
Immaginate che ora mi rivolga ad uno di voi (e nel frattempo mi avvicino a Mr. Magoo con aria imperiosa) e gli ordini (indico la penna, ma nessuno se ne accorge) DAMMI LA TUA ALBICOCCA! cosa potrà mai pensare io voglia da lui?”
 
 
 
Io dovevo andare a zappare, altro che fare la professoressa! Perché?
 
Perché la lezione è andata a …. (anarchicamente, scegliete voi cosa mettere nello spazio vuoto).

lo spennato

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La mia è una scuola di pazzi.

C’è Lo Spennato, il vicepreside brutto come la fame (di gnocca), con l’occhietto costantemente spermatico e un’instancabile mania di interpretare in chiave pornogoliardica qualunque cosa venga detta. Noi prof. femmine ormai abbiamo imparato a non farcene più un cruccio, anche perché il tipo in questione, in fondo, è innocuo e quando può dare una mano nelle questioni serie lo fa senza risparmiarsi.

L’altro giorno arrivo a scuola alle ore 11, come da mio splendido orario (solo in due giorni ho la prima ora e mi sembra di stare costantemente in vacanza).

Vado al bar per il caffè, fresca, riposata e contenta di quella contentezza mattutina che solo una sveglia naturale ti può regalare.

 Lui è lì con altre colleghe e mi fa: “Aahhhh! A quest’ora arrivi? Bella, la vita, eh?”

“Guarda che  sei tu che mi fai venire a quest’ora!” (intendendo ovviamente che è lui che mi ha fatto l’orario così).

Troppo tardi.

Prima che potessi distrarlo con altri argomenti lui, rivolgendosi a barman e colleghe commenta gongolante: “Modestamente! La faccio sempre venire a quest’ora il martedì. E guardate che aria contenta che ha!”

 Che altro può dire una seria professoressa di lingua e letteratura inglese se non:

 

“Ok, e ora che ti ho fatto fare la tua bella figura offrimi il caffè, faccia di bronzo!” (intendendo ovviamente "ti piacerebbe, vecchio porco!")

 

Capito come sto messa?

La Pornoprof-ennesima puntata

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Perché perché perchéééé ogni santissima volta che faccio domande dal posto ad alzare la mano per rispondere sono soltanto le femmine????????

Perché ogni volta che dico “Ho bisogno di un volontario (maschile singolare) per fare un’esercitazione alla lavagna” oppure “c’è qualcuno che ha voglia di fare un po’ di conversation?” sono solo e sempre le ragazze ad offrirsi volenterose, mentre i maschi rimangono mummificati nelle loro posizioni o si eclissano dietro la testa della ricciolona del primo banco?

Ci dev’essere una ragione nascosta da qualche parte. O forse nel mio karma è scritto che le situazioni si contorcano e si sviluppino sempre in modo da farmi fare figure di merda. Sicuramente gli dei hanno deciso che ogni volta che mi costruisco un po’ di credibilità io debba inciampare maldestramente e disfare in battito di ciglia tutto il lavoro svolto con grande dispendio di energie per costruirmi l’autorevolezza necessaria per sopravvivere ai mostri per tutti e 5 gli anni.

Altrimenti non si spiega perché nella giornata di oggi io abbia dovuto ascoltare la mia stessa voce, frutto dell’articolazione del mio medesimo apparato fonatorio, esclamare a gran voce:

“ADESSO VOGLIO UN MASCHIO!”

Per poi rendermi conto mentre lo dicevo di quello che stavo effettivamente dicendo, e l’impatto che questo avrebbe avuto sulle menti (sicuramente deviate dalle prime avvisaglie di naturalissime esigenze copulatorie) di quei due o tre che in quel momento erano distratti e non avevano seguito l’antefatto.

Però stavolta mi è andata bene: io sono stata bravissima e ho fatto finta di niente, loro hanno prodotto qualche risolino soffocato. Sono ancora piccoli e intimiditi da me. Tra qualche anno una svista del genere non me la perdoneranno più.

QUESTA E’ SOLO LA PRIMA DI OGGI

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Quando la giornata va così.

Correzione frasi da tradurre in quarta ginnasio.

“Va bene ragazzi, correggiamo gli esercizi. Forza, partiamo con la frase numero uno. Chi si offre?”

“Io”


“Va bene, Teresa”

 

“Forza, la numero due chi se la prende?”

“La correggo io, prof.”


“ok, Pamela”

 


“Su, la tre chi la fa?”


“Io prof”


“Vai, Andrea”


“Forza, ragazzi, si offre la numero quattro!!”

“La faccio io, prof”


“Tutta tua, Riccardo!”

 

“Forza, questa a chi la do?”

 

Vi rendete conto degli effetti che può fare questa frase sconsiderata su una massa di stronzetti imberbi col testosterone a mille e per giunta in quell’età dove si è tutti un po’ cretinetti?

 

No? Immaginate pure. Fatto?

 

Ho continuato come se niente fosse, mentre dall’ultima fila, dove sono arroccati tutti i maschi pippaioli e brufolosi, gli stessi si davano gomitate ridacchiando e nascondendosi dietro i capelli delle loro compagne.

 

Stavolta me la sono cercata. 

 

A volte la vita di una prof. è veramente dura.

Incidenti di percorso, ovvero la pornoprof terza puntata

In classe non c’è una carta geografica della Gran Bretagna.

Durante l’ora di Inglese la carta geografica della Gran Bretagna può servire.

Oggi, per esempio bisognava collocare geograficamente la zona del Lake District, visto che ha ispirato i primi poeti romantici inglesi.

Per ovviare a tale carenza, può capitare che la volenterosa prof. di inglese si industri con lavagna e gessetto per tentare di disegnare i contorni di detta nazione.

La prof. di inglese in questione non è mai stata un granché in disegno.

Ma decide lo stesso  di tracciare uno schizzo veloce di questo paese.

Precisa, parte col fusto centrale, poi disegna una protuberanza in basso a sinistra per Galles e Cornovaglia, poi una in basso a destra a nord della foce del Tamigi.  Poi, siccome il Lake District è ai confini della Scozia, la prof. d’inglese, che non si fa mai i cavoli suoi, disegna pure una linea orizzontale in cima a questo tronco per separare Scozia e Inghilterra.

La prof. d’inglese, soddisfatta da tanta precisione, si allontana dalla lavagna per mettere a fuoco l’intera opera, con la stessa compiaciuta soddisfazione che avrebbe potuto avere Picasso nel rimirare, che so, la  Guernica? 

La visione di quello che le troneggia maestoso di fronte, con annesse e connesse risatine educatamente soffocate provenienti dai banchi, induce la volenterosa prof. d’inglese a precipitarsi sulla lavagna per cancellare immediatamente l’obbrobrio, degno dei peggiori cessi da caserma, e giurare a se stessa che mai più in vita sua cercherà di sostituirsi ad una carta geografica.

La pornoprof – seconda puntata

Ma capitano tutte a me?

 

Accidenti all’inglese, stavo per finire di nuovo sul cartellone rosa (vedi post “La pornoprof”), ma l’ho scampata.

 

Dunque, la lezione era sulle frasi idiomatiche inglesi, con particolare riferimento a quelle che in italiano sono completamente diverse.

 

Procedimento:

1. frase idiomatica in italiano 2. corrispondente espressione inglese 3. traduzione di quest’ultima in italiano.

 

Studenti: – Prof., come si dice in inglese “Il lupo perde il pelo ma non il vizio”?

 

K: – “Can you ask the leopard to change its spots” che in italiano sarebbe “Si può chiedere al leopardo di cambiarsi le macchie?”

 

Studenti: – E “E’ stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso”?

 

K: – “The last straw broke the camel’s back” che in italiano suonerebbe “L’ultima pagliuzza ha spezzato la schiena del cammello”

 

Studenti: – E “Essere al settimo cielo”?

 

K: – “To be on cloud nine”, cioè “Essere sulla nuvola numero nove

 

Studenti: – E come si dice “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”?

 

K: – “Better a bird in the hand today than two in the bush tomorrow che in italiano sarebb…, Oh, mamma!! Ma è tardissimooo!!Presto, aprite il libro: dobbiamo ancora correggere gli esercizi!!

 

Che vitaccia…

La pornoprof

Una prof. di liceo deve sapere come parlare.

 

Una prof. di liceo prima o poi deve capire che certe espressioni apparentemente innocue non possono essere usate davanti ad una platea di adolescenti con manifeste tendenze copulatorie.

 

Una prof. di liceo deve bandire per sempre espressioni come “metticela tutta!” o “prestamelo” (riferito al righello) o “tiralo fuori” (il libro dallo zaino).

 

Ma capita, a volte, che per la stanchezza di certe mattinate la prof. di liceo si dimentichi di esercitare questa sfibrante attività di autocensura:

 

Assegno per casa un riassunto in inglese di 100 parole che poi verrà corretto in classe.

 

Ci sono i soliti iperstudiosi-ipervolenterosi che redigono quattro-cinque fogli protocollo, ignorando completamente gli obiettivi dell’elaborato (verificare le capacità di sintesi).

 

Con la santa pazienza comincio a correggere quelli brevi. Ma suona l’ora e decido di continuare a casa la correzione dei riassunti più estesi.

 

Pertanto, per coprire il rumore del suono della campanella di fine giornata, devo urlare. E infatti io urlo. Purtroppo. Perché do fiato alla seguente sgangherata espressione: “Ragazzi, chi ce l’ha lungo? Forza, chi ce l’ha lungo me lo dia, così me lo porto a casa!”.  Troppo tardi. E’fatta.

 

Per un paio di secondi cala il silenzio. Ma per me il tempo si dilata e diventa un’eternità. E mi scappa pure da ridere, ma non posso darlo a vedere.

 

Poi improvvisamente dall’ultima fila, quella dove sono i maschi, si alza una mano e poi un’altra e un’altra ancora, poi tutte.

Ad  ogni mano alzata corrisponde la stessa risposta: “Io, io!!”, vibrante di ruspante entusiastico machismo.

 

“Oddio” penso “domani finisco su UTube”.

 

Invece no, finisco su quel cartellone rosa shocking appeso proprio di fronte alla cattedra dove gli studenti annotano, spietati e sadici, tutte le gaffes dei professori.

 

Tanto per  ricordarci che siamo ben lontani dalla perfezione.