QUANDO L’UTOPIA FA PAURA

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Ci sono dei giorni a scuola che diventano diversi dagli altri.

L’opera del giorno è “Brave New World” di Aldous Huxley.

 

Parla di un futuro perfetto e di un mondo retto da un regime totalitario e benevolmente paternalistico. La società è basata sulla stabilità grazie ad un sistema di caste creato scientificamente attraverso la manipolazione dei feti durante la fase di incubazione. Vengono così prodotte delle tipologie umane, dagli Alfa (dirigenti e intellettuali) giù fino agli Epsilon (lavoratori manuali) adatte, ognuno per i ruoli chiamati a svolgere, ai requisiti della produzione di massa.

Scopo del regime è anche è obbligare tutti alla felicità.  Ma come si fa a procurare la felicità per tutti? Semplice. Basta eliminare ciò che turba la stabilità, cioè le emozioni o le passioni, e somministrare all’occorrenza una droga chiamata “soma". Perciò vengono abolite letteratura, arte, filosofia, così come il matrimonio e la famiglia, mentre viene incoraggiata la promiscuità sessuale e tutte le attività volte al conseguimento del piacere. I bambini sono concepiti in provetta e vivono in asili dove vengono sottoposti a condizionamento psicologico in modo da essere perfettamente soddisfatti della loro condizione sociale e a considerarla la migliore possibile. E in effetti, la cosa sembra funzionare.

 

L’analisi che fa l’autore è questa: quale sarebbe il comportamento umano nel caso in cui una utopia venisse davvero realizzata?

 

Pertanto, inserisce nel racconto un giovane dalle caratteristiche umane e intellettuali ancora intatte. John è  un selvaggio di una riserva dove sono stati confinati gli  ultimi umani  nati naturalmente e dove sono nascoste delle opere di letteratura, tra le quali le opere di Shakespeare (scrittore proibitissimo). John viene scoperto e portato nel mondo civile, dove avviene l’impatto con questa società perfetta dove tutti sono apparentemente felici.

 

John all’inizio rimane affascinato ma poi è disgustato dalla sua massificazione, dalla mancanza di emozioni e di passioni e difende il diritto dell’uomo alla malattia, alla povertà alla sofferenza e alla morte, in nome di valori spirituali più elevati come bellezza e verità.

 

Il finale è, ovviamente, meravigliosamente tragico.

 

La domanda che ho fatto alla classe è stata questa:

E’ meglio godere della felicità pur nella privazione della libertà o è meglio essere liberi, anche di essere infelici?

 

All’inizio la risposta sembrava scontata, ma poi la faccenda si è complicata.

Li ho lasciati che si scannavano.

 

E io godo.

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Lui è di là con i suoi genitori . Lei non lo ha mai visto prima.

Lui è seduto sul bordo del divano, come se scottasse, con le mani in tormento. Sa di non essere bello, ma sicuramente è un brav’uomo, saprà rispettarla e forse anche amarla.

Lei è tranquilla, sa che se vuole può dire di no.

E’ il giorno in cui il futuro può schiudersi o il presente cristallizzarsi per sempre in un’attesa.

Chissà cosa pensa quando scende per le scale. Ha l’aria dolce di chi sa che è così che dev’essere. Sente le voci in salotto. Indugia nell’ingresso, attratta dalle scarpe posate lì da quell’uomo sconosciuto che è venuto con i suoi genitori a chiederla in moglie. Sono belle scarpe provenienti da un negozio di New York. Si toglie i sandali e, non vista, indossa quelle scarpe maschili. Prova a camminarci. E’ soddisfatta. In quelle scarpe larghe ci sta bene, forse le trova comode e confortevoli. Le basta per decidere. Dirà di sì.

 

E’ una scena tratta dal film The Namesake (tratto dall’omonimo romanzo di Juhmpa Lahiri), la storia di una famiglia indiana trapiantata negli Stati Uniti e dell’incontro (più che scontro) tra due culture completamente diverse, raccontato con grandissima delicatezza e un’insospettata vena di ironia. Tutto ruota attorno ad un  nome, Gogol, che viene dato al figlio per delle ragioni che si scopriranno solo in seguito. Il nome viene prima amato poi ripudiato a favore di un nome più “americano”, poi amato di nuovo, seguendo il processo di perdita e poi riacquisizione dell’identità culturale del protagonista. Ma questo riappropriarsi delle radici, deciso in seguito ad un evento tragico, non sarà privo di risvolti totalmente inaspettati.

Coincidenza ha voluto che mi sia imbattuta nel film proprio mentre stavo leggendo un libro della stessa autrice,  Unaccustomed Earth (credo che non sia stato ancora tradotto).

Sono dei racconti il cui  fil rouge è sempre l’incontro tra le culture. Anche qui troviamo dei personaggi bengalesi che arrivano negli States dopo un passaggio per Londra e si integrano a modo loro nella società americana, ma questo non avviene mai in modo totalmente indolore.

C’è la madre di famiglia che per troppa solitudine si innamora dell’unico amico maschio che circola per casa, c’è la coppia in crisi per mancanza di comunicazione e per diversità di aspettative, c’è l‘adolescente timida e inquieta che perde la testa per il figlio di amici tornati in Usa dopo 7 anni di permanenza a Bombay (Bombay li ha fatti diventare più americani degli USA, fa dire l’autrice), c’è il padre in visita alla figlia a Seattle e che non condivide la decisione  della donna di lasciare il lavoro per la famiglia (a che è servito trasferirsi negli States se sua figlia ha lo stesso destino che avrebbe avuto in India?, si chiederà ad un certo punto). E poi c’è la seconda parte dedicata alla bellissima storia di una coppia i cui destini si incroceranno per due volte a distanza di anni. Quando scopriranno di amarsi il passato oramai avrà fatto i suoi danni e niente sarà come ci si aspettava.

Credo che sentiremo parlare molto di Juhmpa Lahiri, a dimostrazione che oggi la linfa vitale nella letteratura di lingua inglese è apportata dagli scrittori indiani o comunque appartenenti all’universo post-coloniale. Io nel frattempo mi gusto questo sapore dolce ed eccitante della scoperta.

Aggiornamento: apprendo ora che "Unaccustomed Earth" è stato tradotto. Il titolo italiano è "Una Nuova Terra".

A Ingrid

Anni fa fui incuriosita dal titolo di un libro.

Era "Forse mi uccideranno domani" di Ingrid Betancourt.

Lo lessi e fu così che scoprii questa donna coraggiosa. La scoprii quando era ancora una donna libera. Ne ammirai la forza e la determinazione che l’avevano portata ad abbandonare una vita comoda e agiata a Parigi per tornare nel suo paese per cercare di dare una mano. Sapeva che le sue idee avrebbero dato fastidio e sapeva di essere in pericolo. Infatti, puntuale, arrivò il rapimento da parte delle FARC, circa sei anni fa.

Di oggi la notizia, fornita dagli ostaggi liberati in questi giorni, che Ingrid sta morendo di Epatite B nella giungla colombiana.

Io mi auguro che questa donna, che nella mia testa associo a tutte le grandi donne che hanno dato la vita o la stanno mettendo in gioco per degli ideali, come Benazir Bhutto, Indira Ghandi, Aung Sang Si Min, ce la faccia.

Che possa avvertire in qualche modo l’ammirazione e il calore umano e l’affetto di tutti coloro, che come me, sono stati affascinati dal suo percorso umano.


Che il "domani" del suo libro possa non arrivare mai.

Tomorrow

Com’è che mi sono ritrovata a parlare di Benjamin Tammuz e Amos Oz in seconda classico? Ah, sì, stavo introducendo il romanzo inglese del ‘700 e le sue varie tipologie quando uno degli studenti mi ha espresso il suo entusiasmo per il  romanzo epistolare.

 

Allora mi sono venuti in mente questi due scrittori, autori, rispettivamente, de “Il Minotauro” e “La scatola nera”. Sono dei romanzi straordinari, che raccontano di amore e morte, ambientati in Israele e scritti, appunto, in forma epistolare.

 

E’ andata a finire che non ho più parlato del ‘700 perché abbiamo trascorso l’ora a chiacchierare. Ebbene sì, proprio a chiacchierare, ma di libri, come vecchi signori al circolo.

Si è trattato di una chiacchierata fuori dagli schemi e dai programmi, senza finalità accademiche o didattiche in senso stretto. E’ stato bellissimo: cose del genere non avvengono tutti i giorni a scuola e come facevo a rompere quell’atmosfera? I ragazzi di questa classe, gli stessi che imparano a memoria i monologhi di Amleto e Macbeth, amano moltissimo leggere e ci siamo detti tante cose. Di come hanno scoperto Heminguay o Tolstoii o Flaubert, per esempio. Di quanto amano Baricco e Moravia. Di quando io ho letto un libro che mi ha segnato per tanto tempo: "Il Canto delle Sirene" di Maria Corti e di quando ho scoperto la letteratura indiana post-coloniale con Kureishi e Arundati Roy.

 

E’ stato come riconoscersi tra la folla, come scovare gli adepti alla tua stessa setta, come parlare la stessa lingua in una Babele confusa. E che questo sia avvenuto con i miei studenti mi riempie tuttora di adrenalina.

 

E il programma? E Defoe?  Domani: c’è tempo.

Così, per caso…

Quando la domenica mattina ci si sveglia molto presto può capitare di avventurarsi nell’impresa epica di mettere ordine nella libreria e può anche succedere di fare incontri con dei versi ai quali non si pensava più da tempo.

Alexandre O’Neill era un poeta portoghese dissidente (in Portogallo la dittatura salazarista si concluse nel 1975), esponente del Surrealismo portoghese. Perseguitato dal regime, non poté seguire a Parigi la donna che amava, costretta, invece, all’esilio. Il dolore per questa separazione è espresso da questi versi lucidi, privi di sentimentalismo e pervasi allo stesso tempo da una disperazione personale che coincide con quella del suo paese. Sono versi duri, arrabbiati, privi di autocommiserazione. Ma nell’ultima strofa si insinua uno squarcio improvviso e inaspettato di dolcezza.

Un addio portoghese

Nei tuoi occhi altamente pericolosi
vigoreggia ancora il più rigoroso amore
la luce di spalle pure e l’ombra
di un’angoscia ormai purificata

No tu non potevi restare attaccata con me
alla ruota in cui imputridisco
imputridiamo a questa zampa insanguinata che vacilla
quasi medita
e avanza muggendo nel tunnel
di un vecchio dolore

Non potevi restare su questa sedia
dove passo il giorno burocratico
il giorno-dopo-giorno della miseria
che sale agli occhi arriva alle mani
ai sorrisi
all’amore mal sillabato
alla stupidità alla disperazione senza bocca

alla paura sull’attenti
all’allegra sonnambula alla virgola maniaca
del modo funzionario di vivere

Non potevi restare in questo letto
con me in transito mortale fino al giorno sordido
canino
poliziesco
fino al giorno che non nasce dalla promessa
purissima dell’alba
ma dalla miseria di una notte
generata da un giorno uguale

Non potevi restare attaccata con me
al piccolo dolore che ciascuno di noi
si porta dolcemente per mano
questo piccolo dolore alla portoghese
così mansueto quasi vegetale

No tu non meriti questa città non meriti
questa ruota di nausea in cui giriamo
fino all’idiozia
questa piccola morte
e il suo minuzioso e sporco rituale
questa nostra ragione assurda di essere

No tu sei della città avventuriera
della città dove l’amore trova le sue strade
e il cimitero ardente
della sua morte
tu sei della città dove vivi per un filo
di puro caso
dove muori o vivi di non asfissia
ma per le mani di un’avventuriera di un commercio puro
senza la moneta falsa del bene e del male.

In questa curva così tenera e lancinante
che sarà che è già la tua scomparsa
ti dico addio
e come un adolescente

inciampo di tenerezza
per te.

Ah, l’amore

Lezione sul Romeo and Juliet.

"Ragazzi oggi si parla d’amore. Quello totale, assoluto, ideale. Anzi, quale idea dell’amore avete voi?". Le ragazze intervengono, i ragazzi mi guardano perplessi. Ce n’è uno che dal primo giorno ostenta totale indifferenza per tutto quello che avviene in classe. Lo chiamerò il Duro.

Inizia la lezione. Il Duro è sempre lì, con lo sguardo fisso nel vuoto o sul muro di fronte a lui.

Piano piano entriamo nel vivo della storia. Sento che riescono a percepire il senso della tragedia che si avvicina, così in contrasto con la leggerezza e l’innocenza dei due giovanissimi amanti. Capiscono che quello che causa il nostro disagio è il senso dell’ingiustizia, perchè noi spettatori sappiamo qual’è la verità, sappiamo che la pozione non era veleno, che Giulietta non è morta, ma non possiamo fare niente, non possiamo avvertire Romeo mentre si avvicina alla tomba, non possiamo impedirne il suicidio, siamo solo degli spettatori e siamo impotenti. Un minuto solo, bastava che Romeo avesse esitato un solo minuto e sarebbero vissuti per sempre nell’amore. Ma Romeo è giovane ed irruente e, per quanto ne sa, Giulietta è morta. E a noi non resta altro che la pietà per la giovinezza che muore innocente, non contaminata dalla bruttura del mondo adulto. Non resta altro che ricordare la bellezza dei loro dialoghi, lì sotto a quel famoso balcone, la poesia delle metafore in stile cortese di Romeo e il linguaggio moderno e rivoluzionario di Giulietta, quel suo gettare i panni da donna-angelo e dire la sua. E la ricorderemo così, bellissima, sul balcone mentre chiede a Romeo: "Chi sei, tu, uomo, che inciampi nei miei pensieri più segreti?".

E’ un attimo. Il Duro distoglie lo sguardo dal muro e punta i suoi occhi (sono lucidi!) nei miei. Mi dicono "Bruttastronza, mi hai fregato!". I miei gli rispondono: "Certo che ti ho fregato, bruttobastardo!".

Sarà amore.