Possono persone che hanno transitato per pochissimo tempo nella nostra vita lasciarci dei ricordi indelebili, al punto che ti vengono in mente quando meno te l’aspetti e non sai perché?
Anni fa, tanti, non ricordo quasi più quanti, ebbi la mia primissima supplenza annuale in un istituto professionale, caratterizzato da una certa dispersione scolastica.
A inizio anno partì un progetto, finanziato dalla UE, proprio per analizzare il fenomeno e cercare di trovare un modo per arginarlo. Fu così che, preceduto da una certa fama, arrivò dall’Umbria Giorgio, sociologo, in pratica l’esperto che doveva guidarci in questo lavoro.
Era un bell’uomo e aveva trentotto anni, barbetta incolta, aria casual molto di sinistra e carisma pazzesco. Naturalmente tutte le studentesse lo adoravano. Ed io pure. Di lui mi piacquero immediatamente l’energia e la determinazione, ma soprattutto la capacità di entrare in contatto con gli studenti e riuscire a stabilire dei canali comunicativi anche con i più difficili. Riusciva ad ammansire anche quelli che affettuosamente venivano definiti “avanzi di riformatorio”. Ero affascinata dal suo modo d’interagire con loro. Lo osservavo e cercavo d’imparare da lui il più possibile: il rispetto per ogni singolo studente, la ricerca di qualcosa di buono anche nel più farabutto, l’autorevolezza e allo stesso tempo la complicità come armi, il coraggio di accettare le sfide, l’ironia. In una scuola di prof. vegliardi e tradizionali, il suo approccio fu per me una rivoluzione copernicana. Insomma, imparai a fare la prof. grazie a lui. Ancora oggi, se proprio devo adottare un modello per trarne ispirazione, è a lui che penso. E pensandolo, lo ringrazio.
Decise che avremmo pubblicato un libro. Noi docenti del gruppo di progetto lo guardammo come se fosse pazzo. Ma a me l’idea intrigava da morire. Soprattutto perché stabilì che al libro avrebbero collaborato gli studenti. L’idea che ci sembrava folle piano piano acquistò una sua consistenza.
Formammo i team di lavoro, mandammo in giro gli studenti a fare le interviste, raccogliemmo il materiale, contattammo una casa editrice. Naturalmente, essendo io l’ultima arrivata, lavorai per tutti e mi feci un mazzo così, ma ne valse la pena. Il libro fu pubblicato, con il nome degli studenti ed i nostri in quarta di copertina. I ragazzi erano gasatissimi, persino quelli scoglionati di default. Arrivò anche il giorno della presentazione ufficiale del lavoro, con Provveditore, Sindaco, Assessori e giornalisti locali. Il giorno prima lui mi comunicò che dopo il suo intervento ci sarebbe stato il mio. Sul palco. Al microfono. Io. Ovviamente mi rifiutai ma a lui era impossibile dire di no. Quel giorno salii i gradini verso il microfono con le ginocchia che mi tremavano e prima di parlare mi voltai verso di lui come quando si prende aria prima di buttarsi sott’acqua. Ebbe l’intelligenza di non farmi un sorriso d’incoraggiamento (mi sarei sentita ancora più scema di quanto non lo fossi) ma di guardarmi con l’aria di chi si appresta ad ascoltare qualcosa di interessante.
Fu l’ultima volta che riuscii a parlare ad un microfono con naturalezza.
Fu una giornata molto bella. Nel pomeriggio mollammo tutto e ce ne andammo, io e lui, in spiaggia a respirare l’aria del mare. Finalmente liberi da lavoro e da tensioni e felici di quel successo che sentivamo meritato, quel giorno ci guardammo per la prima volta. Mi disse di quella volta che eravamo in macchina sotto un temporale pazzesco, diretti alla casa editrice, fermi ad un passaggio a livello. Io sobbalzavo spaventata ad ogni tuono e a lui era venuta voglia di abbracciarmi ma non lo fece per non sentirsi cretino. Invece quel pomeriggio, lì sulla spiaggia, nessuno dei due temette di sentirsi cretino.
Lui partì un paio di giorni dopo. L’anno scolastico finì. Quell’estate ci rivedemmo solo un’altra volta ma non volli nessuna storia: lui aveva un divorzio alle spalle, una figlia quindicenne che adorava ed una nuova compagna con la quale viveva ed io, in fondo, sono una brava ragazza. E poi, ci rendevamo conto tutti e due che quello che ci aveva avvicinato non era qualcosa che ci avrebbe fatto sconvolgere le nostre vite. Ci piacevamo e ci intrigavamo a vicenda, punto. Ci sentivamo al telefono e parlavamo di tutto, con allegria, complicità e tenerezza. I mesi passati a lavorare insieme avevano lasciato un ricordo molto dolce.
A settembre qualcuno mi chiamò da scuola. Lui non c’era più. Il suo cuore aveva smesso di battere mentre dormiva.
Mi sembrò di non provare nulla. O almeno non quello che avrei dovuto provare, ma una sorta di stordito dispiacere, come se un anestetico fosse buttato sul cuore. La rabbia per quella interruzione definitiva della sua energia, che tanto aveva da dare ancora al mondo, arrivò dopo.
Ancora oggi, ogni tanto, senza un perché, inciampo nel ricordo di Giorgio e gli sorrido.

