PERSEVERARE E’ DAVVERO DIABOLICO?

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Tutti mi dicono che io i dolci NON LI DEVO FARE (e questo solo perché ogni tanto ne sgarro uno).

 Infatti oggi ho fatto i krapfen.

In fondo, mi dicevo, mica rientrano nella categoria dolci e/o dessert! E poi che ci vorrà? Un po’ di patate, un po’ di lievito di birra, farina. Fai delle palle, butti tutto in padella e friggi. Semplice, no?

Mi chiama  Polpetta Volante di ritorno dal lavoro:

 
“Ciaoooo, sono appena atterrato! Tra un po’ sono a casa!”

 

“Amore mio bello, luce della mia vita ecceteraeccetera, a casa c’è una sorpresa per te…vabbè, te lo dico: ti ho fatto i krapfen!”

Ora, amici miei, siatemi vicini, perché quel farabutto invece di apprezzare questa moglie (io, me, MOI) devota come una geisha, pronta ad accogliere il marito vagabondo (lui, il verme delle paludi, il fetido escremento) preparandogli con tanta cura e con inesauribile entusiasmo uno dei suoi dolci preferiti, invece di gratificarla con i dovuti apprezzamenti, è stato solo capace di produrre un prolungato e macabro silenzio dal quale è riemerso con un:

 

 “OCCAZZO!”

 

No, dico, vi sembra normale?

 

Giapatoi, tu che sei del mestiere, mi confermi che si può divorziare per moooolto meno?

E dimmela una bugia!

Che poi uno fa presto a dire “arma impropria” o “che bello avere un marito pilota, chissà quanti viaggi gratis ti fai!” oppure “ah, il fascino della divisa!” “quant’è bono, se divorzi mi avvisi?”. Uno che ne sa del vissuto quotidiano di una povera donna costretta a lunghi giorni di attesa, a natali e pasque e capodanni in solitudine, perché il suo lui è coniugato allo stesso modo con la compagnia aerea che lo ha sequestrato (ops, volevo dire “assunto”)? Che ne sa la gente di quante volte i mariti piloti consolano le loro mogli dicendo che il sacrificio lo fanno anche loro, stando lontani dagli affetti e dal calore della vita domestica, loro, poveri angioletti, che trascorrono gli anni più belli della loro sacrificatissima vita sbattuti tra mille anonime camere d’albergo, in compagnia di colleghi estranei mentre nel segreto dei loro cuori non sognano altri che te, compagna della loro vita, miraggio dei giorni più tristi, faro verso cui indirizzare la prua.

Erano i primissimi anni di matrimonio. Un giorno che aveva 24 ore di sosta a Napoli, non sapendo come impiegare il tempo, il comandante Polpetta Volante, conosciuto nel mondo del blog anche come SalyPimienta, decise di andare a visitare Ischia col suo copilota, detto anche primo ufficiale.

Il comandante Polpetta è il tipo che quando è via per lavoro chiama sua moglie quelle 10-15 volte al giorno e anche in quella circostanza non si discostò dalle sue abitudini.

“katika, amore, tesoruccio bello, sono qui sul traghetto che porta ad Ischia. E’ una giornata splendida!! … no, no, non sto da solo, sto col copilota…le assistenti di volo sono rimaste tutte in albergo”

“Amore della mia vita, che bello qui! Stiamo pranzando sotto un pergolato di glicine: c’è questo ristorantino che si affaccia sul mare, bellissimo. Romantico da morire! Poi ci torniamo insieme, eh? Mi manchi tanto! Vorrei che al posto del copilota ci fossi tu!”

“Katikuccia, principessa, luce dei miei occhi. Che giornata fantastica! C’è una temperatura bellissima e ora andiamo a comprarci un costume da bagno per poter stare in spiaggia”

“Katikina, patatina mia bella, animuccia santa che hai dato un senso alla mia vita dissoluta, sono qui in spiaggia, sempre a ischia. C’è un tramonto bellissimo e io penso sempre a te. Oh, come ti amo”

Finalmente arriva sera, lui torna in albergo e commette l’ERRORE:

“Ciao, amore!..Sì Sì sono stato bene oggi, è stata una bella giornata…il sole picchiava, infatti Paola si è ustionata tutta!”

Paola. PI-A-O-ELLE-A.   Non PaolO. PaolA.

“Paola?” Chiede  Katika mentre le monta nel cervello la colonna sonora di Profondo Rosso. “Paola chi?” incalza, sapendo che certe domande non le devi fare se non vuoi sentire certe risposte.

 “Paola, il copilota!” osa rispondere lo stronzo con l’aria più innocente della terra.

L’ammasso neuronale nel cervello katika è scosso dalla musica de Lo Squalo a volume sempre più alto.

“Paola nome-proprio-di-persona? (azzarda la MOGLIE) O Paola-cognome (spera la meschina, attaccandosi a quella speranza come un malato terminale alla bombola di ossigeno, come un koala all’ultima fogliolina di  eucalipto, anzi sperando che il fesso raccolga l’esca che gli sta lanciando. “mentimi” implora il subconscio di katika, “dimmi una bugiola qualsiasi ed io ci crederò, su dai”)

“Paola nel senso che è una donna nata e rimasta femmina che fa il primo ufficiale e si chiama per l’appunto Paola”, osa ironizzare il tontolone, ignorando di correre verso il baratro.

“Quindi, se tu sei stato tutto il giorno col copilota vuol dire che sei stato tutto il giorno con questa Paola! Il ristorantino col glicine, le prove costume e la spiaggia eccetera CON – QUESTA - CAZZO - DI - PAOLAAAAAA??”

“ma…ma… amore…ma… s-s-s…sì, perché?” la sua voce è tutto uno sfarfallio di cherubini innocenti colore pastello.

Perché? La materia neuronale, le sinapsi e la dura madre di katika sono un tutt’uno con le note dei Carmina Burana a volume altissimo.

“PERCHE’? perché sei stato tutto il giorno DA SOLO con ‘sto copilota e mai una volta mi hai detto che era una donna, UNA FEMMINAAAAAAA!Perchè non me l’hai detto? Eh? EHHHH? Perchéperchéperché?

      “Ma scusa, tu mica me l’hai chiesto!”

Ecco, questi sono i momenti in cui poi avviene l’irreparabile, in cui irreprensibili professoresse dalla vita esemplare (più o meno, suvvia, e come siete tignosi!) si trasformano in assassine spietate, colte da raptus improvvisi, incontrollabili.

       Lo salvò la lontananza.

Non era lì. E purtroppo Katika  non possedeva coltellacci da cucina e nemmeno il martello per battere la carne. Non poteva spezzargli le gambe e ballargli il tip tap sul sottopancia. Aveva solo il cellulare e decise di fare di necessità virtù. Non potendo far scorrere il sangue, optò per una ritorsione molto più signorile e dignitosa.  Spense il cellulare. Scomparve dal suo radar, niente tresponder, niente coordinate. Era decisa a non parlargli mai più e a cambiare le chiavi di casa.

Ma lui telefonò a tutte le amiche di lei, fino a quando non riuscì a impietosire  la più tenera di cuore che corse da katika porgendole il suo cellulare acceso “ti prego parlagli, sto male per voi, siete la mia coppia-mito, l’eros archetipale, se mi crollate voi io non crederò più a niente, non avrò più fiducia nella vita! E a quel punto che senso ha continuare a vivere?!” .

Insomma, lo fece per lei. Katika lo perdonò. Fu premiata perché poi effettivamente scoprì che solo di passeggiata si trattò, in quel di Ischia.

    Ma da allora, lui, a scanso di equivoci, anche se lei ormai non glielo chiede più, va in    automatico     e la informa “guarda, sto andando a cena con i colleghi: un primo ufficiale e due assistenti FEMMINE di volo”

HAI CAPITO, LE RAGAZZINE?

Quando nel trabiccolo che ci ha riportato a casa, il pullmanino 15 posti sanza bagagliaio e sanz’aria condizionata, si è sparsa la notizia che mi sarebbe venuto a prendere il polpetta, le ragazze sono andate tutte in sollucchero. Infatti, sono mesi che si fanno ipotesi e fantasie sul marito pilota della prof. Un paio delle mie lo hanno intravisto di sfuggita un giorno che mi è venuto a prendere a scuola e da allora il polp è diventato una figura mitologica.
 
Ecco perché le ragazze in pullman hanno esultato “finalmente conosceremo il marito della prof!!!!!!”
 
Ed eccolo lì, bello come il sole (e che volete, ogni scarafone è bello alla moglie sua) con occhiali da sole, maglietta blu armani che fa risaltare il fisico tornito dal tennis, capello brizzolato che fa risaltare l’abbronzatura, che mi guarda sorridente. Lo abbraccio forte ma brevemente, per pudore. So che le ragazze lo stanno studiando mentre salutano i loro cari.
 
Salutati i genitori e abbracciati tutti i ragazzi, mi allontano verso la macchina. Lui mi cinge le spalle e mi sorride. Mi sento chiamare “Prooooof.!!”. Mi giro. Le trovo con il pollice in alto, che sorridono. Il Polpetta ha la loro approvazione. Pfiuiiii! Faccio loro l’occhiolino e mi allontano verso la macchina, verso casa. Con lui.
 
 

‘azz!

MI telefona.

  
Mi dice : “Katika, mi sono innamorato!”

Gli dico: “Che culo! E fin adesso che hai provato per me, stima?”

Mi dice: “Ma che c’entri tu! Io parlavo di LEI, (…ucci, …ucci) : era a bordo, l’ho portata a Parigi…"

Girls, let’s go have some fun!

A me non è mai importato granché di San Valentino.

Però voglio fare un sondaggio.

Come passeranno la serata le mie amiche bloggers?

Io lo passerò a casa mentre il mio amato bene, essendo in Egitto col suo aeroplanino, andrà a cena con il suo equipaggio, formato per l’occasione da 2 Samanthe con l’acca, 1 Jessica, 1 Vanessa, 1 Chantal. Persino il suo copilota è femmina, a questo giro. Trattasi di splendida moracciona iberica con occhi verdi.  E persino l’unico assistente di volo maschio in realtà nell’intimità si fa chiamare Eva.

Ecco, io ora voglio sapere, ce n’è una messa peggio di me?

Questi uomini

Il Polpetta Volante in questo momento mi sta redarguendo.

Dice che gli sto facendo fare la figura del maschio che non tromba.

Dice che già si sentiva sminuito da quel "Polpetta" che gli ho affibbiato come nick senza neanche consultarlo.

Dice che la prossima volta si difenderà portandomi in trofeo lo slip di qualche sua conquista.

Pertanto ora dichiaro al mondo intero che:

Polpetta Volante è un vero animale della fureshta

Se vuole gli faccio scegliere un altro nome.

Con l’elastico dello slip della sua conquista io lo incapretto.

Son tornata!

 

Se un giorno vi dovessi dire che sono in procinto di prendere un aereo a ridosso di un periodo di festa, siete pregati di darmi una botta in testa.

 

Lo dico perché se io fossi stata una passeggera come tutti sarei impazzita o avrei fatto dietrofront e me ne sarei tornata a casa mia. Il 23 dicembre l’aeroporto di Orio era quanto di più simile ad una bolgia dantesca si possa immaginare.

 

Le file interminabili per il check in, per il controllo bagagli e per i controlli di polizia si trasformavano, essendo in Italia, in una calca pazzesca, lentissima, trasudante di umanità disfatta.

 

Io arrivo al check-in insieme al Polpetta e al resto dell’equipaggio. Ho il solito biglietto “staff”, cioè un biglietto costo quasi zero senza diritto di prenotazione. Cioè, se c’è posto salgo altrimenti resto a terra, ma se il comandante del volo autorizza mi siedo in uno strapuntino extra con l’equipaggio, come le norme consentono.

 

Sta di fatto però, che al check-in di Orio qualcuno sì è inventato delle regole diverse.

 

“Signora, il volo è pieno: non può partire”

“Neanche sullo strapuntino?”

“Per quello ci vuole l’autorizzazione del comandante del volo”

“Polpettaaa!! Vieni ad autorizzarmi per favore!”

“Sono io il comandante, questa è mia moglie: autorizzo!”

“Non basta, ci vuole l’autorizzazione del responsabile della compagnia in aeroporto”

“E da quando in qua?”

“Boh!”

“Va bene, mi faccia parlare con lui”

“Pronto, ciao sono il comandante Polpetta, ho mia moglie con me, il volo è pieno e mi dicono che mi devi autorizzare l’imbarco”

“Non posso farlo io, ci vuole un telex (telex?ma esistono ancora i telex?)  direttamente dalla compagnia”

“Pronto? Guarda che qui non mi fanno imbarcare mia moglie!”

“Come non ti fanno imbarcare tua moglie, ma sono impazziti?”

“Sì, dice che devi autorizzare tu”

“E che cavolo! E questa da quando se la sono inventata? Passami il responsabile dello scalo!”

 

Insomma, dopo un numero impressionante di telefonate incrociate, mentre sentivo la rabbia del Polpetta montare pericolosamente, dopo 40 minuti vengo autorizzata. Appurato ciò, il Polpetta con il suo equipaggio schizza verso l’aeroplano attraverso i varchi per i soli equipaggi, per avviare tutte le procedure per l’imbarco. Io rimango in attesa di un funzionario che mi deve scortare di corsa al volo, perché se faccio la fila rischio di far partire in ritardo altri 180 passeggeri.

 

Arriva questo funzionario, radio incollata all’orecchio e cartelletta in mano, e mi dice “Ora mi deve seguire di corsa e non si fermi mai, rimanga attaccata a me!”

Capisco il messaggio subliminale solo quando ci buttiamo nella calca e passiamo davanti a tutti. Mi sono sentita una merdaccia perché quasi nessuno si è accorto che ero scortata  e mi sono beccata un sacco d’insulti in tutte le lingue e i dialetti del mondo.  “’Tacci tua! Mettete in fila come tutti!”, “Uè siura, stemo aspetando da una ora! Arivi ti e ti te passi inscì”, “Stop there! Fuck the Italians!”,  “Hija de puta!!!”, “Ueee!! E K ré! Afangul!”

Passo davanti a tutti sia ai controlli bagagli sia al controllo polizia, il tutto sempre correndo, inciampando, urtando, chiedendo scusa a tutti, morta di vergogna.

 

Finalmente riesco a salire a bordo.  Il Polpetta tira un sospiro di sollievo. De-icing e decollo.

 

Polpetta ai comandi

 

 

 

Dopo quattro ore il Polpetta porta a terra l’aeroplano con quella che nel gergo delicato del suo mondo viene definita “leccatina”, cioè un atterraggio morbido e indolore, una leccatina alla pista, insomma. Quando fa così, lo amo. Perché, non lo diciamo a nessuno, io un po’ di paura al decollo e all’atterraggio ce l’ho sempre. Poi, dal cockpit è ancora più impressionante perché vedi la pista da lontano, piccolissima. Ogni volta mi chiedo “Ce la farà il Polpetta a beccarla?”sharm

 

Poi, sempre in fase di atterraggio, parte improvvisa questa voce  altissima e inquietante del computer di bordo che segnala con tono incazzato il decrescere dell’altitudine. Ognuno di quei numeri contiene una serie di sottintesi consigli, raccomandazioni, ordini, come se l’aereo fosse dotato di vita propria e di un’anima pensante.

 

Five hundred!! (“Guarda che stiamo atterrando, cretino”)  

 

Four hundred!!! !(“ Dacci di manetta, deficiente”!)

 

Three hundred!!! (“Apri gli occhi, babbeo”)

 

Two HUNDRED!! (“Ma la vedi o no la pistaaa?”)

 

ONE!!! (“Metti il piede su quel cacchio di freno, cornutone!”)

 

RETARD! (“Riduci quei motori, mannaggia alla miseria!!”)

 

RETARD!(I MOTORIII!!!!)

 

RETARD! (“ E tira  ‘sti cazzi di Reverse!!”)

 

Non avete idea dello spavento che mi sono presa la prima volta!! Perchè questa voce arriva all’improvviso, squarciando di punto in bianco il silenzio che si crea nel cockpit in fase di atterraggio. Non osavo chiedere al Polpetta cosa stesse succedendo -  in  quei momenti non mi permetto di fiatare perché sono troppo impegnata a scorticare con le unghie i braccioli dello strapuntino e perché mi guardo bene dal distrarlo con domande deficienti.

 

Perché la gente va a Sharm in inverno?

 

Fa freddo e c’è sempre vento.

 

La sera la temperatura scende a 14 gradi e bisogna uscire con il piumino addosso.

 

Comunque due giorni in spiaggia ce li siamo fatti lo stesso, ma senza bagno né snorkeling.

 

La sera della vigilia mi aspettavo un cheek-to-cheek-a-lume-di-candela, finalmente lontani per una volta dal bagno di folla con i parenti del Polpetta, dai pranzi affollati, dal girotondo di inviti-regali-abbuffate.  Ma de che? Lì c’erano altri tre equipaggi in sosta e il nostro tavolino da due si è trasformato in una tavolata da 25 persone. Argomento di conversazione: lavoro e spetteguless aziendali. Va bè, per il Polpetta questo ed altro.

 

Decollo

Polpetta ai comandiIl rientro è stato più tranquillo dell’andata. Il 26 dicembre a mezzogiorno il nostro valoroso  Airbus ha rullato elegantemente tra le sabbie del deserto e si è alzato in volo per riportarci a casa.

 

 

Mariti e strofinacci

Il Polpetta Volante è partito. E si sente.

Il Polpetta quando è stressato per il lavoro mi diventa una casalinga frustrata. Cioè, per scaricarsi ha bisogno di avere qualcosa da pulire.

 

Gli vengono i superpoteri, sviluppa l’istinto di una faina mentre gli occhi gli diventano fessure dalle quali fasci di luce azzurrina individuano ogni più piccola particella di polvere dietro mobili e pensili, ogni più piccolo atomo di impronte sulle credenze, il più microscopico brandello di pelo sul  tappeto. Dopodiché si arma di strofinaccio e strofina, lucida e igienizza.

 

Fortunata donna, direte voialtri!

 

E invece no. Leggete un po’ qua.

 

P: “Ma lo sai che quei disgraziati ieri mi hanno affibbiato come capocabina una ragazzina con appena un anno di compagnia? Ma che fai, ma porca paletta, ho appena pulito lì”

 

K: “Si, scusa, ma dovevo aprire per prendere un bicchiere!”

 

P: “Dio bon, ma mi hai lasciato un’impronta! E ho dovuto suonare tre volte e poi chiamarla all’interfono per avvertirla che stavamo atterrando”

 

K: “Ok, te la tolgo io!”

 

P: “Ma noooo!!! Non con quello straccioooo! Con questo, testina!”

 

P: “E poi, non si sono accorti che andavo fuori ore e hanno dovuto  cancellare il volo!  Ma cos’è questo odore? Ma quante volte ti devo dire che non puoi conservare gli stracci umidi altrimenti puzzano!! Senti, senti che puzza” (e me li sventola sotto al naso).

 

(Oddio, sta salendo sulla scaletta!):

 

P: “Ma Annacolsecchio da quanto tempo non fa la polvere quassù? Dammi la pezza che lo faccio io! NOO, non quella! quella rosa!! E mi hanno messo un giorno solo di riposo in mezzo a due stecche di 6 giorni, con tre voli notturni consecutivi a TelAviv!”  (e continua a strofinare con vigore forsennato, come se invece di una mensola ci fossero le palle del capo).

 

(Apre il forno)

P: “’Cazzo  c’ha ‘sto forno? Ora ci do una spruzzata di Fornet. E poi si lamentano se diamo le dimissioni e ce ne andiamo in Emirates! Verresti a Dubai tu? Da quanto tempo non pulivi ‘sto forno? NOO, che fai cammini?”

 

K: “Certo che cammino, non sono mica una mosca!”

 

P: “Ho appena passato lo straccio. Guarda, guarda lì, hai lasciato un’altra impronta!!”

 

K: “Amore, ma perché non te ne  vai fuori a potare le orchidee?”

 

P: “Perché non si potano le orchidee!!?”

 

K: “Va bè, allora vai fuori a concimare il ciclamino”

 

P: “Non ce l’abbiamo più il ciclamino! Me lo hai ucciso tu, ricordi?!”

 

K: “Non l’ho ucciso io, è lui che si è suicidato..”

 

P: “E poi, perdere uno slot perché il rifornimento di carburante è arrivato tardi è davvero il colmo! Dammi l’argentil, ché tolgo la patina da queste posate. E poi i passeggeri se la prendono con noi, se perdono la coincidenza! Capito che roba? Che fai, RESPIRI??”

 

K: “Certo che respiro, non sono mica un’ameba!”

 

P: “Ma mi appanni la finestra! Anzi, dammi il Vetril, così la ri-pulisco! Insomma, per fartela breve, stanotte devo tornare a Malpensa perché mi hanno annullato il riposo!!”

K (Pensiero): “E ti salvi la vita: un’altro giorno così e ti avrei accoltellato!”