Se un giorno vi dovessi dire che sono in procinto di prendere un aereo a ridosso di un periodo di festa, siete pregati di darmi una botta in testa.
Lo dico perché se io fossi stata una passeggera come tutti sarei impazzita o avrei fatto dietrofront e me ne sarei tornata a casa mia. Il 23 dicembre l’aeroporto di Orio era quanto di più simile ad una bolgia dantesca si possa immaginare.
Le file interminabili per il check in, per il controllo bagagli e per i controlli di polizia si trasformavano, essendo in Italia, in una calca pazzesca, lentissima, trasudante di umanità disfatta.
Io arrivo al check-in insieme al Polpetta e al resto dell’equipaggio. Ho il solito biglietto “staff”, cioè un biglietto costo quasi zero senza diritto di prenotazione. Cioè, se c’è posto salgo altrimenti resto a terra, ma se il comandante del volo autorizza mi siedo in uno strapuntino extra con l’equipaggio, come le norme consentono.
Sta di fatto però, che al check-in di Orio qualcuno sì è inventato delle regole diverse.
“Signora, il volo è pieno: non può partire”
“Neanche sullo strapuntino?”
“Per quello ci vuole l’autorizzazione del comandante del volo”
“Polpettaaa!! Vieni ad autorizzarmi per favore!”
“Sono io il comandante, questa è mia moglie: autorizzo!”
“Non basta, ci vuole l’autorizzazione del responsabile della compagnia in aeroporto”
“E da quando in qua?”
“Boh!”
“Va bene, mi faccia parlare con lui”
“Pronto, ciao sono il comandante Polpetta, ho mia moglie con me, il volo è pieno e mi dicono che mi devi autorizzare l’imbarco”
“Non posso farlo io, ci vuole un telex (telex?ma esistono ancora i telex?) direttamente dalla compagnia”
“Pronto? Guarda che qui non mi fanno imbarcare mia moglie!”
“Come non ti fanno imbarcare tua moglie, ma sono impazziti?”
“Sì, dice che devi autorizzare tu”
“E che cavolo! E questa da quando se la sono inventata? Passami il responsabile dello scalo!”
Insomma, dopo un numero impressionante di telefonate incrociate, mentre sentivo la rabbia del Polpetta montare pericolosamente, dopo 40 minuti vengo autorizzata. Appurato ciò, il Polpetta con il suo equipaggio schizza verso l’aeroplano attraverso i varchi per i soli equipaggi, per avviare tutte le procedure per l’imbarco. Io rimango in attesa di un funzionario che mi deve scortare di corsa al volo, perché se faccio la fila rischio di far partire in ritardo altri 180 passeggeri.
Arriva questo funzionario, radio incollata all’orecchio e cartelletta in mano, e mi dice “Ora mi deve seguire di corsa e non si fermi mai, rimanga attaccata a me!”
Capisco il messaggio subliminale solo quando ci buttiamo nella calca e passiamo davanti a tutti. Mi sono sentita una merdaccia perché quasi nessuno si è accorto che ero scortata e mi sono beccata un sacco d’insulti in tutte le lingue e i dialetti del mondo. “’Tacci tua! Mettete in fila come tutti!”, “Uè siura, stemo aspetando da una ora! Arivi ti e ti te passi inscì”, “Stop there! Fuck the Italians!”, “Hija de puta!!!”, “Ueee!! E K ré! Afangul!”
Passo davanti a tutti sia ai controlli bagagli sia al controllo polizia, il tutto sempre correndo, inciampando, urtando, chiedendo scusa a tutti, morta di vergogna.
Finalmente riesco a salire a bordo. Il Polpetta tira un sospiro di sollievo. De-icing e decollo.

Dopo quattro ore il Polpetta porta a terra l’aeroplano con quella che nel gergo delicato del suo mondo viene definita “leccatina”, cioè un atterraggio morbido e indolore, una leccatina alla pista, insomma. Quando fa così, lo amo. Perché, non lo diciamo a nessuno, io un po’ di paura al decollo e all’atterraggio ce l’ho sempre. Poi, dal cockpit è ancora più impressionante perché vedi la pista da lontano, piccolissima. Ogni volta mi chiedo “Ce la farà il Polpetta a beccarla?”
Poi, sempre in fase di atterraggio, parte improvvisa questa voce altissima e inquietante del computer di bordo che segnala con tono incazzato il decrescere dell’altitudine. Ognuno di quei numeri contiene una serie di sottintesi consigli, raccomandazioni, ordini, come se l’aereo fosse dotato di vita propria e di un’anima pensante.
Five hundred!! (“Guarda che stiamo atterrando, cretino”)
Four hundred!!! !(“ Dacci di manetta, deficiente”!)
Three hundred!!! (“Apri gli occhi, babbeo”)
Two HUNDRED!! (“Ma la vedi o no la pistaaa?”)
ONE!!! (“Metti il piede su quel cacchio di freno, cornutone!”)
RETARD! (“Riduci quei motori, mannaggia alla miseria!!”)
RETARD!(I MOTORIII!!!!)
RETARD! (“ E tira ‘sti cazzi di Reverse!!”)
Non avete idea dello spavento che mi sono presa la prima volta!! Perchè questa voce arriva all’improvviso, squarciando di punto in bianco il silenzio che si crea nel cockpit in fase di atterraggio. Non osavo chiedere al Polpetta cosa stesse succedendo - in quei momenti non mi permetto di fiatare perché sono troppo impegnata a scorticare con le unghie i braccioli dello strapuntino e perché mi guardo bene dal distrarlo con domande deficienti.
Perché la gente va a Sharm in inverno?
Fa freddo e c’è sempre vento.
La sera la temperatura scende a 14 gradi e bisogna uscire con il piumino addosso.
Comunque due giorni in spiaggia ce li siamo fatti lo stesso, ma senza bagno né snorkeling.
La sera della vigilia mi aspettavo un cheek-to-cheek-a-lume-di-candela, finalmente lontani per una volta dal bagno di folla con i parenti del Polpetta, dai pranzi affollati, dal girotondo di inviti-regali-abbuffate. Ma de che? Lì c’erano altri tre equipaggi in sosta e il nostro tavolino da due si è trasformato in una tavolata da 25 persone. Argomento di conversazione: lavoro e spetteguless aziendali. Va bè, per il Polpetta questo ed altro.

Il rientro è stato più tranquillo dell’andata. Il 26 dicembre a mezzogiorno il nostro valoroso Airbus ha rullato elegantemente tra le sabbie del deserto e si è alzato in volo per riportarci a casa.