ORA CHE MI CACCIANO CE L’AVETE UN LAVORO PER ME, SI?


Tanto per smorzare il tono da librocuore dell’ultimo post e per dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che  quando voglio posso essere una grande bastarda, ora vi racconto questa.
 
In una delle due quinte che mi hanno appioppato quest’anno come pegno per aver ottenuto il classico, c’è una ragazza che viene affettuosamente soprannominata “la Iena” per l’acidità che manifesta nei confronti di compagni e professori. E’ piuttosto brava e credo ci sia del buono in lei, da qualche parte, ma va sgrezzata parecchio.
All’ultimo compito le ho messo 9. Il giorno della consegna è venuto a prenderlo alla cattedra, ha visto il voto ed  è tornata a posto facendo il segno del dito medio ai compagni, avendo cura di sventolarlo  per qualche minuto, pur essendosi accorta che la stavo osservando.
Ora, cara la mia stronzetta, vediamo un po’ dove arrivi, mi sono detta.
 
"Iena, le dico, ma ti sembra il modo di festeggiare?"
 
"Perchè, prof, che sto facendo?"
 
"Come, che stai facendo? Quel dito medio lì ha un messaggio molto chiaro ma è assolutamente fuori registro. Puoi farlo per strada, se vuoi, ma non in classe e di fronte a me."
 
"Embè?"
 
"Come embè! Non devi dirmi niente?"
 
"E che le devo dire?"
 
"Magari puoi fare le tue scuse ai tuoi compagni e a me."
 
"E perché, che ho fatto?"
 
Aridaje!
 
"Ascolta, cara Iena, tu puoi pure studiarmi bene Harold Pinter, sapere  a memoria ‘The Caretaker’ e prendere 9 o 10, ma se non conosci i rudimenti della buona educazione, e parlo dell’ABC, proprio, umanamente dimostri di essere 0, mi spiego?"
 
"Professoressa, io non ho fatto niente di male, facendo quel gesto! Mica era diretto a lei!"
 
Ri-Aridaje
 
Lascio perdere. E’ come combattere contro un muro. Ma che fare? Note non ne metto per principio. Un cazziatone non sarebbe recepito. Perciò lascio stare, sperando che mi capiti l’occasione per farle arrivare il messaggio.
 
Il giorno dopo interrogo.
Tra i malcapitati, estratti a sorte, c’è lei.
Le faccio una domanda e, con l’aria innocente di una santamariagoretti, in attesa della risposta faccio il gesto del dito medio, sorridendo con aria complice alla classe e chiarendo "Non è rivolto a te, sai?". Lei sbianca. E farfuglia al risposta.
Le faccio un’altra domanda e poi ancora il dito medio alzato.
I suoi compagni all’inizio sono sorpresi ma poi cominciano a capire dove voglio arrivare.
Lei cerca d’incassare il colpo come può. E’  intelligente, vedo nei suoi occhi la resa. Decido che può  bastare e smetto di fare la  carogna. Voglio  che renda al massimo per l’interrogazione, che  procede da lì in poi come al solito.

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Sono in attesa di sviluppi.

Che potranno essere due, o mi mandano un ispettore in classe o la iena il dito medio non lo farà più.

PIERINE

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Ma secondo voi, al corso di didattica multimediale con un’altra decina di austere colleghe, di quelle con la permanente cotonata e le gonne a cubo, mentre si smanetta su pauerpoint  proprio quando il maestro-del-computer  vi guida con un  “Ora scegliete un’immagine di vostro gradimento da ClipArt e inseritela nella vostra slide”, lasciarsi sfuggire un “C’è Raul Bova?”  è proprio una cosa grave?


Ma secondo voi, quando il maestro-di-computer suggerisce  “Ora scaricatevi da Google l’immagine di un calendario e inseritela nel documento ppoint”, mentre le altre colleghe con la permanente cotonata e le gonne a cubo eseguono diligentemente producendo la foto di un asettico calendario, scaricarsi  (tu e collega simpatica) la foto di un maschio mezzo nudo in cima ad uno scoglio e dire “Fatto!”, mostrando a tutte le altre professoresse cotonate la vostra personale interpretazione di calendario, è cosa grave?


Sì? Ah, ecco perché  tutte quelle serissime professoresse ci hanno guardato col sopracciglio alzato (salvo poi lanciare sguardi obliqui e lascivi sui pettorali bagnati del figaccione)!

Diobò, come mi sto divertendo!
(Pure il maestro di computer
)

 

 

 

Deconstructing budget

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Ciccio e Fil me li portai ad uno stage di una settimana in Inghilterra, con tutta la loro classe.

La sistemazione era in famiglia. Loro due andarono a stare presso una coppia di very british professori universitari che avevano come valore aggiunto un paio di figlie supergnocche e gioiosamente inclini a subire il fascino latino.

Come capita spesso in Inghilterra, la loro casa era dotata anche di cane, o presunto tale, di dimensioni ridotte e dalla forma indefinibile. Poiché il British-dad era prof. di economia, al povero cane era toccato in sorte il nome Budget. Pare che l’animale fosse creatura di discreta intelligenza che capiva ordini e conversazioni. Per esempio, se gli si ordinava “Budget! come here!” immediatamente saltellava fuori dal cesto dove dormiva e veniva a scodinzolarti ai piedi in attesa di istruzioni e se gli si ordinava “Budget! in the basket!” tornava, sempre zompettando, a cuccia nel cesto.

Il secondo giorno che erano lì, Budget notò Ciccio steso sul divano a guardare la TV e pensò che saltargli addosso e slinguazzarlo selvaggiamente facendogli un pigiamino di saliva potesse essere una simpatica deviazione dal solito tran tran domestico. Budget si divertì molto. Ciccio no e decise di fargliela pagare.

Da quel giorno, infatti, di nascosto dalla host family, prese a rintronare il cane facendolo uscire ed entrare dal cestino come una trottola a botta di “Budget! Come here!” “Budget! In the basket!” “Budget! Come here!” “Budget! In the basket!”, fino a disorientarlo completamente.

Dopo due pomeriggi di questo trattamento il cane pensò “Kiss my ass, stupid Italian human!” e decise di non muovere più il culo dal cesto.

Grande fu la meraviglia del British-dad quando si accorse che il cane per qualche oscuro motivo non solo aveva smesso di ubbidirgli ma lo guardava con aria torva ogni volta che gli ordinava di uscire dal cesto.

Insomma, quando quei due partirono dall’Inghilterra si lasciarono dietro due cuori infranti e un cane ormai completamente sprogrammato.

La piccola eretica – parte prima

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Un recente commento dalla svitie mi ha fatto ripercorrere la storia del mio rapporto con i preti.

Tutto cominciò in occasione della preparazione per la Prima Comunione.

C’era tutta questa insistenza, giustamente, sui 10 comandamenti. Arrivati a “non fornicare” (sì all’inizio si diceva così) la mia mente di bambina ancora innocente percepiva “forMicare”,  espressione alla quale attribuivo i significati più fantasiosi.

Perciò quando feci la mia prima confessione dichiarai, morendo di vergogna e con un filo di voce che, sì, avevo formicato di brutto.

Dopo qualche secondo di silenzio terrificante quel  poveraccio del confessore riuscì appena a balbettare:

“Co-co-come fornicato? E con chi? Come? Ma sei sicura?”

"S..s..sì, sono sicura. Ma io non volevo, è stato mio cugino che mi ha detto che era divertente e non c’era da avere paura, anzi, mi ha pure detto che se ero una vera donna lo dovevo fare per dimostrare il mio coraggio”

“…verginesantabenedetta, con tuo cugino…ma che avete fatto, esattamente?”

“Mi ha detto di cospargerlo di alcol e poi avrebbe fatto tutto lui!” cominciai a piagnucolare

“Ahia! Ma cosa mi stai raccontando, cosa avete fatto??????? Dov’è che glielo hai messo l’alcol?”

”Sul formicaio, quello che abbiamo trovato sotto al ciliegio! Io ho messo l’alcol e poi lui ci ha buttato sopra il fiammifero! Io lo sapevo che era una cosa brutta!”

Mi fece dire un avemaria e andò a farsi un goccetto in sacrestia.

E siamo appena agli inizi.

E dimmela una bugia!

Che poi uno fa presto a dire “arma impropria” o “che bello avere un marito pilota, chissà quanti viaggi gratis ti fai!” oppure “ah, il fascino della divisa!” “quant’è bono, se divorzi mi avvisi?”. Uno che ne sa del vissuto quotidiano di una povera donna costretta a lunghi giorni di attesa, a natali e pasque e capodanni in solitudine, perché il suo lui è coniugato allo stesso modo con la compagnia aerea che lo ha sequestrato (ops, volevo dire “assunto”)? Che ne sa la gente di quante volte i mariti piloti consolano le loro mogli dicendo che il sacrificio lo fanno anche loro, stando lontani dagli affetti e dal calore della vita domestica, loro, poveri angioletti, che trascorrono gli anni più belli della loro sacrificatissima vita sbattuti tra mille anonime camere d’albergo, in compagnia di colleghi estranei mentre nel segreto dei loro cuori non sognano altri che te, compagna della loro vita, miraggio dei giorni più tristi, faro verso cui indirizzare la prua.

Erano i primissimi anni di matrimonio. Un giorno che aveva 24 ore di sosta a Napoli, non sapendo come impiegare il tempo, il comandante Polpetta Volante, conosciuto nel mondo del blog anche come SalyPimienta, decise di andare a visitare Ischia col suo copilota, detto anche primo ufficiale.

Il comandante Polpetta è il tipo che quando è via per lavoro chiama sua moglie quelle 10-15 volte al giorno e anche in quella circostanza non si discostò dalle sue abitudini.

“katika, amore, tesoruccio bello, sono qui sul traghetto che porta ad Ischia. E’ una giornata splendida!! … no, no, non sto da solo, sto col copilota…le assistenti di volo sono rimaste tutte in albergo”

“Amore della mia vita, che bello qui! Stiamo pranzando sotto un pergolato di glicine: c’è questo ristorantino che si affaccia sul mare, bellissimo. Romantico da morire! Poi ci torniamo insieme, eh? Mi manchi tanto! Vorrei che al posto del copilota ci fossi tu!”

“Katikuccia, principessa, luce dei miei occhi. Che giornata fantastica! C’è una temperatura bellissima e ora andiamo a comprarci un costume da bagno per poter stare in spiaggia”

“Katikina, patatina mia bella, animuccia santa che hai dato un senso alla mia vita dissoluta, sono qui in spiaggia, sempre a ischia. C’è un tramonto bellissimo e io penso sempre a te. Oh, come ti amo”

Finalmente arriva sera, lui torna in albergo e commette l’ERRORE:

“Ciao, amore!..Sì Sì sono stato bene oggi, è stata una bella giornata…il sole picchiava, infatti Paola si è ustionata tutta!”

Paola. PI-A-O-ELLE-A.   Non PaolO. PaolA.

“Paola?” Chiede  Katika mentre le monta nel cervello la colonna sonora di Profondo Rosso. “Paola chi?” incalza, sapendo che certe domande non le devi fare se non vuoi sentire certe risposte.

 “Paola, il copilota!” osa rispondere lo stronzo con l’aria più innocente della terra.

L’ammasso neuronale nel cervello katika è scosso dalla musica de Lo Squalo a volume sempre più alto.

“Paola nome-proprio-di-persona? (azzarda la MOGLIE) O Paola-cognome (spera la meschina, attaccandosi a quella speranza come un malato terminale alla bombola di ossigeno, come un koala all’ultima fogliolina di  eucalipto, anzi sperando che il fesso raccolga l’esca che gli sta lanciando. “mentimi” implora il subconscio di katika, “dimmi una bugiola qualsiasi ed io ci crederò, su dai”)

“Paola nel senso che è una donna nata e rimasta femmina che fa il primo ufficiale e si chiama per l’appunto Paola”, osa ironizzare il tontolone, ignorando di correre verso il baratro.

“Quindi, se tu sei stato tutto il giorno col copilota vuol dire che sei stato tutto il giorno con questa Paola! Il ristorantino col glicine, le prove costume e la spiaggia eccetera CON – QUESTA - CAZZO - DI - PAOLAAAAAA??”

“ma…ma… amore…ma… s-s-s…sì, perché?” la sua voce è tutto uno sfarfallio di cherubini innocenti colore pastello.

Perché? La materia neuronale, le sinapsi e la dura madre di katika sono un tutt’uno con le note dei Carmina Burana a volume altissimo.

“PERCHE’? perché sei stato tutto il giorno DA SOLO con ‘sto copilota e mai una volta mi hai detto che era una donna, UNA FEMMINAAAAAAA!Perchè non me l’hai detto? Eh? EHHHH? Perchéperchéperché?

      “Ma scusa, tu mica me l’hai chiesto!”

Ecco, questi sono i momenti in cui poi avviene l’irreparabile, in cui irreprensibili professoresse dalla vita esemplare (più o meno, suvvia, e come siete tignosi!) si trasformano in assassine spietate, colte da raptus improvvisi, incontrollabili.

       Lo salvò la lontananza.

Non era lì. E purtroppo Katika  non possedeva coltellacci da cucina e nemmeno il martello per battere la carne. Non poteva spezzargli le gambe e ballargli il tip tap sul sottopancia. Aveva solo il cellulare e decise di fare di necessità virtù. Non potendo far scorrere il sangue, optò per una ritorsione molto più signorile e dignitosa.  Spense il cellulare. Scomparve dal suo radar, niente tresponder, niente coordinate. Era decisa a non parlargli mai più e a cambiare le chiavi di casa.

Ma lui telefonò a tutte le amiche di lei, fino a quando non riuscì a impietosire  la più tenera di cuore che corse da katika porgendole il suo cellulare acceso “ti prego parlagli, sto male per voi, siete la mia coppia-mito, l’eros archetipale, se mi crollate voi io non crederò più a niente, non avrò più fiducia nella vita! E a quel punto che senso ha continuare a vivere?!” .

Insomma, lo fece per lei. Katika lo perdonò. Fu premiata perché poi effettivamente scoprì che solo di passeggiata si trattò, in quel di Ischia.

    Ma da allora, lui, a scanso di equivoci, anche se lei ormai non glielo chiede più, va in    automatico     e la informa “guarda, sto andando a cena con i colleghi: un primo ufficiale e due assistenti FEMMINE di volo”

SEMEL IN ANNO…

E’ verità universalmente riconosciuta che una professoressa non ancora decrepita e tendente alla peterpanaggine possa trovarsi, in un giorno afoso di fine maggio, nella giusta predisposizione d’animo per girarla a cazzeggio.

Pertanto, giunta alla sesta ora in una classe di 3° liceo classico e avendo trovato i suoi abitanti tutti sudati per il caldone e stanchi morti dalle nottate di studio per le interrogazioni a tappeto, decide di apportare una deviazione al suo solito comportamento.  Come di consueto, viene accolta da cori sommessi e imploranti con i quali si fa appello alla sua magnanimità, che intervenga a placare la sua iperattività didattica e che li lasci lì a fare proprio niente.

“Prof. ma che fa, lezione?” “Prof., non facciamo niente, la prego, ma a lei che fastidio dà se noi dormiamo un po’?” "Prof. per favoooooore!"

Già, perché per loro la sesta ora per principio è da considerarsi una mostruosità aberrante, in quanto la stessa andrebbe meglio spesa, e sicuramente in maniera molto più fruttuosa, in attività correlate alla siesta pre- o postprandiale.

Il rito che va avanti da inizio anno prevede, dunque, che i primi 5 minuti siano dedicati ad un fittizio negoziato riguardo all’uso dell’ora, l’arretramento dalle proprie posizioni da parte dei ragazzi, la mia vittoria e infine la lezione vera e propria, durante la quale, malgrado le premesse, gli studenti lavorano sul serio e senza più battere ciglio.

Oggi è avvenuto il miracolo, perché la loro connaturata fancazzite si è inaspettatamente sovrapposta alla mia pietà nei loro confronti e allora è successo che mi è bastato vederli lì, pallidi e stremati, mi è bastato sentire l’unico ragazzo che è riuscito ad articolare dei suoni chiedermi “Prof., per favore ci lasci stare oggi!” senza convinzione, solo per ottemperare a questa sorta di cerimonia iniziatica, che ho sentito la mia voce pronunciare le seguenti parole: “Ragazzi, sapete che c’è? oggi pure a me non va di fare un beato niente!”

Silenzio. Si guardano incerti. Mi guardano perplessi. Poi vedono la mia faccia di culo, capiscono e parte una ola di festeggiamenti.

Nell’ordine abbiamo: fatto una listening comprehension sul testo di "chasing pavements", deciso del pranzo di classe e accennato qualche passo di salsa (cosa nella quale alcuni di loro eccellono). Del resto avevo o no promesso che avrei ballato il flamenco sul tavolo?. Va bé non sarà stato flamenco ma salsa, non era il 2° ma il 3° classico, non era sul tavolo ma sul pavimento, però volete mettere una vuelta fatta bene?


AUGURI!

Il Polpetta anche quest’anno a Natale lavora (per non perdere l’abitudine)

Io lo seguo. Base: Mar Rosso.

Che volete, vado a fare la brava mogliettina e a tenere la manina a quell’animadiddio per rendergli più lieve la fatica e regalargli la sensazione di un certo calore di famiglia. Che so, magari  mi porto un pò di festoni natalizi e gli addobbo il cockpit, o gli appendo le palle  (che avete capito, manigoldi, quelle  di natale!!) in giro  per  l’aeroplano,  mi posso  vestire  da babbanatala  e passare  con  il caffè, potrei anche cantare qualche canzoncina all’interfono "Cari passeggeri, è la moglie del comandante che vi parla. Forza, tutti in coro You’d better not shout, you’d better not cry ……… Santa Claus is coming to town!!" Qualcosa farò.

Pertanto, miei cari amici della blogosfera, vi abbandono per qualche giorno ma non senza prima augurarvi BUON NATALE con un grosso abbraccio virtuale.

A presto.

Ciao