Eccoci qui, reduci da un viaggio ancora piu’ massacrante di quello dell’andata, causa pulmino con turbina scassata che ha impiegato esattamente il doppio del tempo a portarci a casa.
Io ho dormito ininterrottamente da ieri pomeriggio fino a mezzogiorno e poi ancora oggi pomeriggio. E conto di ributtarmi sul divano a completare l’opera fino a quando non avro’ recuperato tutto il sonno perso in questi 15 giorni.
Mi e’ sembrato strano risvegliarmi senza i ragazzi, oggi. Non sentire le loro voci in corridoio “Sandra, mi presti la piastra per i capelli???” “Apri, sono io! Dove hai messo il bagnoschiuma?” “Dove è Rita? Mi ha lasciata fuori in mutande e si è portata via le chiavi. Mo’ che torna io l’AMMAZZOOOOO!”
Uno dei giardini interni della Princeton University
Ritrovarli poi nella Dining Hall a pranzo, ormai rassegnati al menù deprimente a base di roba fritta e bisunta, sentirli chiamarmi “Prof., è sola? Venga, si sieda qui con noi!” e ascoltare le loro chiacchiere, fitte di nuove scoperte e di pettegolezzi di corridoio.
Mi sembrerà strano non portarli più in giro alla scoperta di realtà nuove e vederli a bocca aperta, lassù a Top of the Rock in cima al Rockfeller Center o sotto all’Empire. O guardarli mentre si accalcano per chiedere l’autografo alla star dello show a Broadway, o mentre mi fanno infilare in quei maledetti simulatori di volo del museo dello spazio a Washington, dove, peraltro, mi hanno fatto fare per ben due volte a tradimento il giro della morte a testa in giù, gli stronzoni (hanno perciò scoperto che anche la loro prof. dice le parolacce, eccome, e che varietà!).
E poi la sera. Quelle nottate fitte di chiacchierate, stesi sul prato di fronte alla residenza, senza mai sentirmi un’intrusa, perché mi hanno sempre voluta con loro, come una di loro. E vai, con tutti i pettegolezzi succulenti, chi si fidanza con chi, chi tromba con chi, chi si lascia con chi. Cavoli, i ragazzi hanno orecchie e occhi dappertutto, sapevano tutte le tresche, soprattutto quelle tra gli animatori americani e qualche tour leader italiano (goduria).
Princeton University
Per non parlare dei soprannomi affibbiati agli antipatici. La Nazista era il capo dei Counsellors, una ragazzetta arrogante e maleducata con cui ho litigato subito perché mi trattava malissimo, solo perché era nervosa. “I don’t like the way you talk to me, you’re really rude. I won’t stand it any longer!” le ho solo ditto, e lei si è messa a piangere in maniera isterica e non mi ha più rivolto la parola. Non è mai venuta a chiedermi scusa, come gli altri counsellors speravano. Sì e solo vendicata come poteva. Da qui “la Nazista”.
Il Cerbero era la prof. di Milano, quella col caschetto biondo e il sopracciglio alzato che mi trattava da piccola fiammiferaia. La cretina, però, dalla fiammiferaia è stata tratta in salvo ben due volte in occasione di visite ad un centro commerciale grande quanto una metropoli, nel quale si è regolarmente persa. Quando l’ho trovata era in preda ad una crisi di pianto perché da ore non incontrava nessuno del gruppo e non riusciva a trovare il luogo dell’appuntamento con gli altri, nonostante la piantina in mano. E poi c’è quella dell’ultimo giorno a NY. Il programma prevedeva qualche ora nei paraggi della 5th. Ma lei è una figa, lei è una che i programmi fatti dagli altri non li rispetta mica, figuriamoci. E per fare la figa, nonostante il divieto assoluto dei counsellors, si è trascinata 20 ragazzi in metropolitana fino a Little Italy (perché la polla non sa che ormai little italy non esiste più, se non qualche ristorante a Mulberry Street). Naturalmente è riuscita a perdersi anche lì. Si è presentata all’appuntamento al pullman solo 3 ore dopo, creando dei disagi pazzeschi a tutta l’organizzazione. Che poi perdersi a manhattan non è possibile anche volendolo, essendo le strade e le avenues disposte in maniera talmente razionale che puoi anche non aver bisogno della piantina.
Poi c’era la Salamandra. La prof. aspirante (in senso che aspira ad esserlo e che aspira i suoni) pratese (ma calabrese dentro). Una di quelle che “so tutto io perché sono furba”. Ne ha combinata una dopo l’altra.
Il Patatone era il panzone con i capelli a spada e la passione per i Pearl Jam. I suoi studenti erano il suo ritratto. La mattina dopo che uno dei suoi mi manda letteralmente affanculo, si avvicina al mio tavolo a mensa e mi fa: “senti, se vieni con me andiamo al tavolo dei ragazzi e così ti faccio chiedere scusa!”. Trattengo a stento la risata che sento sta per percuotermi il petto e lo mando gentilmente a cagare, a modo mio “senti, andarmi a prendere le scuse non mi interessa per niente, voglio solo che la smettano di schiamazzare in piena notte”. “va bene, ora mi sentono”. Lo hanno sentito così bene che l’ultimo giorno hanno devastato il college (e pagato i danni, i polli).
Il Cafone era chiamato così per il look canottiera, bermuda, camperos. Intanto il cafone la notte lasciava i suoi ragazzi incustoditi al college per andarsene al pub con la nazista. Bevi di qua e bevi di là, ci è scappata pure la trombata. Che coppia.
Ma, a parte i pettegolezzi, la cosa più bella di tutte è il rapporto che si è creato tra i ragazzi e tra loro e i counsellors. Questi ultimi ci hanno detto che essere assegnati al nostro pullman durante le escusioni era considerato un premio, perchè eravamo garanzia di puntualità e divertimento. Effettivamente, i miei studenti sono gli unici, insieme a quelli di Valentina, a non aver mai dato problemi.
Torno da questa esperienza con questa grande soddisfazione: i miei ragazzi mi hanno fatto fare una gran bella figura, sono stati bravi. Non è un caso se il viaggio-premio lo hanno vinto loro, ho pensato orgogliosamente io, mentre tutti gli altri hanno pagato fior di quattrini per essere lì. Non c’è da meravigliarsi se lacrime sincere hanno solcato i volti dei vari Justin, Collen, Stephanie, Rodney, mentre li abbracciavano stretti stretti sussurrando commossi "we’ll never forget you!"
A me rimane questo biglietto in mano, consegnatomi all’arrivo da due delle mie ragazze. "lo legga a casa prof., ci vergogniamo."
Due pagine a quadretti fitte fitte, scritte in aereo. Due semplici paginette che contengono un affetto infinito e una gratitudine esagerata che so di non meritare ma che mi fanno scendere questi lacrimoni mentre le leggo e rileggo.
E siccome sto diventando sentimentale, ora posto e me ne torno a dormire. Ecco.