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Oggi leggevamo di Tess of the D’Ubervilles che rimane incinta (“she finds herself pregnant” dice il riassunto della trama)  quando una delle mie alunne osserva che la parola "pregnant" non se la scorderà più per via di un episodio successo durante lo stage negli States.

Durante una escursione, non ricordo più dove, a questa mia ragazza scappava la pipì. L’unico luogo nelle vicinanze era un ristorante dall’aria molto pretenziosa e pieno di gente seduta ai tavoli a lume di candela. Io le suggerisco di provare a chiedere la cortesia di usare il bagno. Lei, scettica, mi chiede:


“prof, è un posto sciccoso, e se non mi fanno andare?”

“senti, se ti fanno storie … dì che sei incinta”

“ah, e come si dice incinta?”

“pregnant.”

“ok. grazie, prof., ci provo”

 

Prima che io potessi far niente per impedirlo, lei entra nel locale urlando I AM PREGNANT!!! I  AM PREGNANT!  THE TOILET, PLEASE! lasciando nello stupore commensali e  camerieri.

Il manuale del saggio docente prevede che in questi casi la prof. si eclissi immediatamente e vada a gettarsi per terra a ridere scompostamente lontano da occhi indiscreti, cosa che io ho diligentemente fatto.

(Categoria: “io questi non li conosco”)

WE’LL NEVER FORGET YOU

Eccoci qui, reduci da un viaggio ancora piu’ massacrante di quello dell’andata, causa pulmino con turbina scassata che ha impiegato esattamente il doppio del tempo a portarci a casa.

Io ho dormito ininterrottamente da ieri pomeriggio fino a mezzogiorno e poi ancora oggi pomeriggio. E conto di ributtarmi sul divano a completare l’opera fino a quando non avro’ recuperato tutto il sonno perso in questi 15 giorni.

Mi e’ sembrato strano risvegliarmi senza i ragazzi, oggi. Non sentire le loro voci in corridoio “Sandra, mi presti la piastra per i capelli???” “Apri, sono io! Dove hai messo il bagnoschiuma?” “Dove è Rita? Mi ha lasciata fuori in mutande e si è portata via le chiavi. Mo’ che torna io l’AMMAZZOOOOO!”

princeton universityUno dei giardini interni della Princeton University


Ritrovarli poi nella Dining Hall a pranzo, ormai rassegnati al menù deprimente a base di roba fritta e bisunta, sentirli chiamarmi “Prof., è sola? Venga, si sieda qui con noi!” e ascoltare le loro chiacchiere, fitte di nuove scoperte e di pettegolezzi di corridoio.

Mi sembrerà strano non portarli più in giro alla scoperta di realtà nuove e vederli a bocca aperta, lassù a Top of the Rock in cima al Rockfeller Center o sotto all’Empire. O guardarli mentre si accalcano per chiedere l’autografo alla star dello show a Broadway, o mentre mi fanno infilare in quei maledetti simulatori di volo del museo dello spazio a Washington, dove, peraltro, mi hanno fatto fare per ben due volte a tradimento il giro della morte a testa in giù, gli stronzoni (hanno perciò scoperto che anche la loro prof. dice le parolacce, eccome, e che varietà!).

E poi la sera. Quelle nottate fitte di chiacchierate, stesi sul prato di fronte alla residenza, senza mai sentirmi un’intrusa, perché mi hanno sempre voluta con loro, come una di loro. E vai, con tutti i pettegolezzi succulenti, chi si fidanza con chi, chi tromba con chi, chi si lascia con chi. Cavoli, i ragazzi hanno orecchie e occhi dappertutto, sapevano tutte le tresche, soprattutto quelle tra gli animatori americani e qualche tour leader italiano (goduria).

 

princeton universityPrinceton University

Per non parlare dei soprannomi affibbiati agli antipatici. La Nazista era il capo dei Counsellors, una ragazzetta arrogante e maleducata con cui ho litigato subito perché mi trattava malissimo, solo perché era nervosa. “I don’t like the way you talk to me, you’re really rude. I won’t stand it any longer!” le ho solo ditto, e lei si è messa a piangere in maniera isterica e non mi ha più rivolto la parola. Non è mai venuta a chiedermi scusa, come gli altri counsellors speravano. Sì e solo vendicata come poteva. Da qui “la Nazista”.

Il Cerbero era la prof. di Milano, quella col caschetto biondo e il sopracciglio alzato che mi trattava da piccola fiammiferaia. La cretina, però, dalla fiammiferaia è stata tratta in salvo ben due volte in occasione di visite ad un centro commerciale grande quanto una metropoli, nel quale si è regolarmente persa. Quando l’ho trovata era in preda ad una crisi di pianto perché da ore non incontrava nessuno del gruppo e non riusciva a trovare il luogo dell’appuntamento con gli altri, nonostante la piantina in mano. E poi c’è quella dell’ultimo giorno a NY. Il programma prevedeva qualche ora nei paraggi della 5th. Ma lei è una figa, lei è una che i programmi fatti dagli altri non li rispetta mica, figuriamoci. E per fare la figa, nonostante il divieto assoluto dei counsellors, si è trascinata 20 ragazzi in metropolitana fino a Little Italy (perché la polla non sa che ormai little italy non esiste più, se non qualche ristorante a Mulberry Street). Naturalmente è riuscita a perdersi anche lì. Si è presentata all’appuntamento al pullman solo 3 ore dopo, creando dei disagi pazzeschi a tutta l’organizzazione. Che poi perdersi a manhattan non è possibile anche volendolo, essendo le strade e le avenues disposte in maniera talmente razionale che puoi anche non aver bisogno della piantina.

Poi c’era la Salamandra. La prof. aspirante (in senso che aspira ad esserlo e che aspira i suoni) pratese (ma calabrese dentro). Una di quelle che “so tutto io perché sono furba”. Ne ha combinata una dopo l’altra.

Il Patatone era il panzone con i capelli a spada e la passione per i Pearl Jam. I suoi studenti erano il suo ritratto. La mattina dopo che uno dei suoi mi manda letteralmente affanculo, si avvicina al mio tavolo a mensa e mi fa: “senti, se vieni con me andiamo al tavolo dei ragazzi e così ti faccio chiedere scusa!”. Trattengo a stento la risata che sento sta per percuotermi il petto e lo mando gentilmente a cagare, a modo mio “senti, andarmi a prendere le scuse non mi interessa per niente, voglio solo che la smettano di schiamazzare in piena notte”. “va bene, ora mi sentono”. Lo hanno sentito così bene che l’ultimo giorno hanno devastato il college (e pagato i danni, i polli).

Il  Cafone era chiamato così per il look canottiera, bermuda, camperos. Intanto il cafone la notte lasciava i suoi ragazzi incustoditi al college per andarsene al pub con la nazista. Bevi di qua e bevi di là, ci è scappata pure la trombata. Che coppia.

Ma, a parte i pettegolezzi, la cosa più bella di tutte è il rapporto che si è creato tra i ragazzi e tra loro e i counsellors. Questi ultimi ci hanno detto che essere assegnati al nostro pullman durante le escusioni era considerato un premio, perchè eravamo garanzia di puntualità e divertimento. Effettivamente, i miei studenti sono gli unici, insieme a quelli di Valentina, a non aver mai dato problemi.


Torno da questa esperienza con questa grande soddisfazione: i miei ragazzi mi hanno fatto fare una gran bella figura, sono stati bravi. Non è un caso se il viaggio-premio lo hanno vinto loro, ho pensato orgogliosamente io, mentre tutti gli altri hanno pagato fior di quattrini per essere lì.  Non c’è da meravigliarsi se lacrime sincere hanno solcato i volti dei vari Justin, Collen, Stephanie, Rodney, mentre li abbracciavano stretti stretti sussurrando commossi  "we’ll never forget you!"


A me rimane questo biglietto in mano, consegnatomi all’arrivo da due delle mie ragazze. "lo legga a casa prof., ci vergogniamo."
Due pagine a quadretti fitte fitte, scritte in  aereo.  Due semplici paginette  che contengono un affetto infinito e  una gratitudine esagerata che so di non meritare ma che mi fanno scendere questi lacrimoni mentre le leggo e rileggo.

E siccome sto diventando sentimentale, ora posto e me ne torno a dormire. Ecco.


wow!

Emozioni forti per  me, questi ultimi due giorni.
Scrivo frettolosamente dal PC del capo americano qui, percio’ forse salteranno delle virgole e delle maiuscole.
Ieri pomeriggio siamo andati a Baltimora. In quanto citta’ di mare mi ha fatto subito simpatia, che ci volete fare. Poi c’era questa baia piena di gente e di locali all’aperto con musica dal vivo, per non parlare del Crab Cake, specialita’ del posto a base di granchio di cui mi sono doverosamente sfondata.

A sera siamo poi andati a Washington e oggi l’abbiamo girata un po’. E’ stato il giorno della memoria per me. Non so neanche io cosa ho provato. Rivedere la citta’ dove 20 anni fa ho studiato per 3 mesi, alla Georgetown University, mi ha fatto uno strano effetto, soprattutto perche’ ero in compagnia di gente che vent’anni fa non era neanche nata. Un senso di nostalgia si mescolava col senso del tempo che passa e ad un vago senso di estraneita’ per una citta’ che, al di la’ dei luoghi classici, stentavo a riconoscere. Tante cose ho trovato cambiate. Pero’ sono tornata via da li’ senza aver potuto rivedere il posto che secondo me e’ il piu’ bello in assoluto, il quartiere di Georgetown, appunto, luogo dei ricordi piu’ belli. Ci tornero’ un giorno con calma.

washington

Per i ragazzi invece e’ stata davvero dura perche’ faceva il classico caldo umidissimo di Washington. Si trascinavano da un monumento all’altro invocando pieta’. Ma ora sono tutti spalmati sul prato del college a chiacchierare e a schitarrare.

Peccato che non ho tempo, avrei tante cose da dire. Ma non ho davvero un attimo neanche per me.

Domani trascorreremo tutta la giornata a Manhattan. Dopodomani e’ il giorno del rientro. Prevedo grandi pianti, perche’ tra i miei ragazzi e quelli dello staff americano (di poco piu’ grandi di loro e davvero bravi) si e’ creato un bel feeling.


A presto.

Sono fiera dei miei ragazzi. A detta di tutti i Counsellors sono i migliori come comportamento e puntualita’. Infatti sono diventati i cocchi di tutto lo staff americano.

 Purtroppo qui stiamo assistendo ad esempi di grande cafonaggine da parte gruppi di ragazzini viziati che credono di poter trattare tutti a pesci in faccia. Stanotte alle due mi sono permessa di riprenderne alcuni che urlavano come ossessi sotto la mia finestra e mi sono beccata un “mavaffanculo!”. Naturalmente ho riportato la cosa nel corso del briefing quotidiano con gli altri tour leaders chiedendo che venissero individuati e richiamati all’ordine. Mentre parlavo, proprio quello che poi si e’ scoperto essere il loro professore commentava ai suoi vicini “ma figuriamoci, sara’ stato il suo stesso nanetto a mandarla a cagare!” (riferendosi a Tommaso, il ragazzo piu’ simpatico del mio gruppo, che, tra l’altro e’ sempre pronto a dare una mano ai ragazzi dello staff locale quando li vede fare lavori di bassa manovalanza, come trasportare pacchi , casse, ecc. ecc.).

 

Ecco, sta succedendo questo: siccome i miei ragazzi sono sempre puntuali e non danno mai problemi, anzi, sono sempre pronti a dare una mano agli organizzatori, si stanno tirando addosso l’invidia di alcuni professori, che, ogni volta che succede qualcosa (furto di alcolici dal bar, baccano infarnale nei corridoi, mobili e divani trasportati in corridoio, atti vandalici) provano sempre a dare la colpa a loro, venendo poi smentiti ogni volta dalle circostanze.

 E allora parliamo di questi professori, fulgido esempio di educatori di sta cippa.


C’e’ quella col caschetto, la tipica sciura milanese, sempre col sopracciglio alzato che mi tratta come la piccola fiammiferaia. Un giorno che avevamo un’escursione a NY eravamo divisi in due gruppi. Un gruppo andava per musei e l’altro alla statua della liberta’. Io fui assegnata al tour di musei mentre lei alla statua. Siccome era prevista pioggia le sciura si sistemo’ le cose per benino, decidendo per tutti e proponendo agli organizzatori di mandare me a girare sotto la pioggia e lei al museo. Lei la sera prima mi venne a chiedere se fossi daccordo con il cambio, dando per scontato che lo fossi, perche’ lei-sciura io-fiammiferaia. Naturalmente le risposi di no, anche perche’ avevo appuntamento con la mia amica americana, e da allora a stento mi rivolge la parola. Sta sui nervi agli organizzatori perche’ non le va mai bene niente ed ha un modo sprezzante di rivolgersi agli altri.

 

C’e’ quella che sa tutto lei e che fa figure di merda in continuazione. Ieri c’era il Talent Show. Cioe’ i ragazzi dovevano andare sul palco e cantare, suonare, recitare, a seconda di quello che sapevano fare. Mentre tutti hanno preso la cosa con leggerezza, come andava presa, lei non ha dormito per due notti per scrivere le parti di grease ai suoi ragazzi, naturalmente facendo  enorme pubblicita’ alla cosa. Per farla breve, hanno fatto una figura di merda colossale, perche’ non si ricordavano niente e non sono riusciti a finire neanche la scena per scappare dietro le quinte.

Si spaccia per pratese e parla con evidente accento toscano, ma in mezzo alle aspirate ne ho individuate alcune che sono di chiara matrice calabrese. E dillo di dove sei! Di che ti vergogni?

Giorni fa ha illuso le sue alunne dicendo che le avrebbe fatte andare a Broadway in limousine, visto che costano poco. Naturalmente non glielo hanno fatto fare! Vi imagínate che sarebbe succeso se tutti i 450 ospiti stranieri del college avessero fatto la stessa richiesta?

 
C’e’ il cazzone giovane (quello che oggi diceva che non poteva assolutamente essere stato uno dei suoi a mandarmi affanculo) che e’ un idiota perso, bambinone viziato con la panzona, l’ipod sempre nelle orecchie e i capelli a spada. Da quando lo conosco non ha fatto altro che rintronarmi i maroni con la storia che voleva andare a vedere i Pearl Jam al Madison invece che stare dietro ai ragazzi “cazzo ci sono i PEARL JAM e noi che cazzo facciamo? Cazzo dai, andiamo a vedere il musical!!??!! Ma come si fa, cazzo. Ma Diobon, ma portateci a vedere i Pearl Jam, cosa cazzo me ne faccio del musical? “

Per farla breve, ha lasciato i suoi al Broadway e se ne e’ andato a vedere i PJ per davvero.

C’e’ il preside di Verona (falso come le labbra della parietti) che si e’ portato dietro uno stuolo di ragazzine antipaticissime, con la puzza sotto al naso e leghiste fino al midollo. Mi diceva Tommaso ieri “prof. non ho mai visto delle troie simili” “me perche’ dici cosi’, tommy ? La danno a tutti ? » « no, prof. sono proprio troie nell’anima’’ . E ha detto tutto. Ieri al talent show hanno fatto la danza dei maori, e pure il preside  si agitava sul palco mezzo nudo. Mah.
 

Insomma, guardo certi esempi di educatori e non mi stupisco piu’ della maleducazione dei loro studenti.

Per fortuna, la maggior parte della gente e’ trattabile. Io, per esempio, sono sempre in giro con valentina e altre 3 o 4 persone tra le piu’ simpatiche. Anche tra i ragazzi ve ne sono di carini e simpatici, solo che, come al solito, saltano agli occhi (e ai nervi) quelli che vorresti vedere cionchi per terra con le gambe spezzate.

P.S. : ora che stiamo per andar via chi ti arriva al campus??????? un’orda di giocatori di pallacanestro da tutto il new Jersey per un summer camp. Ditemi se non e’ un’ingiustizia. Io a colazione stamattina mi sono innamorata di uno di colore che sembra Denzel. Denzel Washington. Nel pieno del suo fulgore giovanile tipo "Molto rumore per nulla", l’avete visto?


NUOVO CEPPO ETNICO INDIVIDUATO IN QUEL DI PRINCETON

A proposito di studenti stranieri, facevo cenno in altri post ad un folto gruppo di studenti che provengono dal Kzakistan e dall’ Azerbajan e che vengono spesso abbinati a noi italiani durante le escursioni.

Allora, il problema che si presenta ogni volta e’ come chiamarli. Mentre per quelli del Kazakistan non ci sono problemi e vengono chiamati, appunto, “i Kazaki”, per quelli dell’Azerbajan le cose si fanno piu’ complicate. Come li chiami? Azerbajanesi? Azerbajanetti? Azerbajanani? “Quelli dell’Azerbajan”? E’ chiaro che ognuna di queste soluzioni e’ improponibile in un contesto, come le escursioni, dove la velocita’ delle informazioni e’ fondamentale.

Il problema e’ stato risolto a livello off-records, ovviamente, dagli stessi ragazzi italiani che, tenendo conto dei loro tratti somatici, hanno coniato il termine “GIAPPONERI”.

Intanto io ai miei ho detto di non chiamarli cosi’ neanche quando parlano tra di loro, non sia mai dovesse suonare poco ratially correct.


Mamma mia!

Grande giornata, ieri! Siamo stai a Broadway a vedere Mamma Mia, con le musiche degli Abba. Non e’ un gruppo che in passato ha suscitato molto la mia curiosita’, pero’ il musical e’ veramente meraviglioso. E che ve lo dico a fare!  E’ esattamente quello che ti aspetti da un Broadway show: musiche, colori, luci, coreografie, scenografie, tutto a livelli top. La trama e’ molto semplice. La storia si svolge su un’isola greca dove una ragazza in procinto di sposarsi cerca di scoprire chi, dei tre fidanzati che sua madre aveva avuto contemporáneamente in passato, e’ il suo vero padre.

Apro una parentesi per chiedervi di cercare di immaginare che faccia hanno fatto i ragazzi Kazachi, il cui professore sta cercando di convertire all’islam tutti i tour leader maschi italiani ponendo l’accento sulla ricerca della verginita’ femminile a tutti i costi. Chiudo la parentesi.

 

Insomma, arrivano questi tre candidati e si scopre che uno e’ nel frattempo diventato gay (pensate ai Kazaki), l’altro e’ un tipo all’Indiana Jones che non rinuncerebbe mai alla sua  liberta’ e l’altro e’ l’unico che abbia mai amato la madre. Poi ci sono le due amiche della mamma, che sono le caratteriste della commedia, essendo molto buffe: una e’  straricca con tre divorzi alle spalle e l’altra e’ un tipo mascolino. Inutile dirvi che ci sara’ l’happy ending e che tutti si sposeranno con tutte, tranne la figlia e il suo fidanzato che decidono di rinviare il matrimonio per mettersi lo zaino in spalla e girare il mondo.

Alla fine dello spettacolo tutto il cast compare sul palcosenico e balla sulle musiche piu’ conosciute degli Abba, trascinandosi dietro tutto il pubblico.  

Insomma, la trama e’ un po’ naif, ma e’ esattamente quello che ti aspetti da uno spettacolo del genere, incentrato tutto sulle musiche. Ai ragazzi e’ piaciuto tantissimo. Altri gruppi sono andati a vedere il Fantasma dell’Opera e altri Grease, ma a quanto pare, noi sismo quelli che si sono divertiti di piu’.

broadwayBROADWAY – (Chi sono io?)


Peccato per questa stramaledetta aria condizionata sparata a mille (sul mio collo) senza la quale gli Americans non sanno vivere e che mi ha causato il mal di gola di stamattina.

PERLE DI SHOPPING

 

Che i ragazzi di oggi fossero attenti a quello che mettono addosso era risaputo, ma che fossero cosi’ maledettamente shopping addicted io francamente non me lo aspettavo.

 

Il giorno del MOMA, dopo la visita la museo, avevamo mezzora di tempo prima dell’appuntamento al pullman. Naturalmente li porto sulla 5th Avenue, che e’ li’ dietro. Per loro e’ la prima volta in assoluto. Bene, invece di guardarsi attorno e rendersi conto di dove sono, capire l’atmosfera del luogo, osservare la gente intorno godersi lo spettacolo di questa metropoli cosi’ diversa, loro cosa fanno?  Da cosa vengono maggiormente attratti? Dal negozio della Disney. Alcuni ci si ficcano dentro fino allo scadere del tempo, altri, sensibili ai miei rimbrotti, mi seguono  alla scoperta di questa citta’. Ho giusto il tempo di mostrare loro la Trump Tower e la sua hall di marmo rosa (da cui rimangono visibilmente colpiti) che dobbiamo rientrare.

 

Comunque, a proposito di shopping, grazie a loro sto mettendo le dovute toppe alla mia conclamata  ignoranza  in materia. Per chi, come me, necessita di aggiornamento, questi sono gli articoli fetish senza i quali l’adolescente italiano non puo’ ripresentarsi in patria.

 

Il “famoso” braccialetto di Tiffany’s: e’ una catenina da polso da cui pende un unico cuoricino con su scritto, appunto, “Tiffany’s”. Le piu’  arzille comprano anche la collanina che e’ fatta secondo lo stesso principio (catenina e cuoricino). Il costo del braccialetto si aggira sui 150 $.

 

Qualunque cosa abbia la scritta Abercombie & Fitch. Il negozio sulla quinta strada e’ stato letteralmente saccheggiato dai ragazzi (milanesi in testa).

 

La borsa di tela di Ralph Lauren. Dev’essere grande e con il ricamo del giocatore di polo bene in vista. La piu’ gettonata, quella per la quale sono in corso delle guerre sotterranee cruentissime tra le ragazze, e’ quella di tela beige con ricamo rosso. Molto bella. Ci sto facendo un pensierino anch’io, anche perche’ costa solo 40$ (con i saldi).

 

Ovviamente, magliette, cappellini e qualunque altro gadget di Hard Rock Café’. Ci siamo stati giusto ieri sera a cena in quello su Times Square.

 

Vogliamo lasciare da parte Tommy? Tommy chi? Ma Tommy Hilfiger! Anche lui va molto forte.

 

(Solo per adulte)

 

Ora, voi ragazze in ascolto, voi che non vi siete perse una puntata di Sex & the City state un po’ a sentire. Sono entrata nel santuario di Sarah Jessica Parker: il negozio di Manolo Blanhik. Se non mi ci avesse portata la mia amica newyorkese Yvette non lo avrei mai scovato. Infatti e’ situato in una traversa della 5th Avenue, di fronte all’uscita laterale del MOMA. E’ piccolissimo, ha una porticina, una piccola vetrina, e, molto schiccissimamente,  nessun’insegna ma solo una piccola targhetta dorata, come quella degli uffici. Entri ed e’ tutta un’atmosfera ovattata, moquette giallina e scarpe, scarpe e scarpe meravigliose, da vere autentiche femmine. Insomma non per me. Io sui tacchi non sapro’ mai camminare. Ma che meraviglia di scarpe, ragazze. E che prezzi! Quelle che piacevano a me costavano 580$ ed erano le piu’ economiche, altrimenti la media e’ sui 750-800$.  Yvette continuava a ripetermi “dimmi quali ti piacciono e appena arrivano i saldi te le compro e te le spedisco!”. Ma io non ce l’ho il coraggio di comprarmele, nemmeno a saldo. 

 

A proposito di acquisti, approfittando dei prezzi convenienti, vorrei comprarmi una bella macchina fotografica digitale seria, con uno bello zoom, ecc. ecc. Qualcuno mi sa dare una dritta, che non ci capisco niente? Naturalmente dev’essere maneggevole, altrimenti fa la fine di quella professionale analogica giurassica che ha il polpetta (chiusa nell’armadio da secoli).