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Oggi a tavola col polpetta è venuta fuori una di quelle questioni che di solito ci impegnano per tutta la durata di un pranzo in avventurose elucubrazioni pseudoscientifiche.
Azzannando una forchettata di rigatoni al sugo, polpetta mi fa:
“Ma hai notato che la forma della pasta influisce anche sul sapore? Cioè io credo che se al posto dei rigatoni ci fossero degli spaghetti, il gusto sarebbe diverso, eppure marca e impasto sono gli stessi!”
"Sai" dico io esternando una brillante intuizione "forse non è il sapore che cambia, ma la nostra percezione di esso”
“Sicuramente" incalza lui, che vuole vederci chiaro "però in che modo, e perché?”
“’azz" penso io "e mò?”
Insomma, per farla breve, alla fine dell’impegnativa conversazione le opzioni sulle quali si è ristretto il campo di indagine sono le seguenti:
- varia il tempo di permanenza in bocca e quindi varia la percezione del sapore
- varia la superficie esterna e la capacità o meno della stessa di trattenere il condimento
- è solo un fatto si simpatia per una determinata forma di pasta che influisce psicologicamente sulla nostra percezione, un po’ come quando ai bambini fai mangiare la pasta a forma di stelline o paperini.
- chi se ne frega, e passami la coppa ché me la finisco!