Piace molto Thomas Hardy ai miei ragazzi, forse per il suo disprezzo per le convenzioni vittoriane e per aver dichiarato guerra al perbenismo del tempo mettendo quel sottotitolo “A Pure Woman” al suo romanzo più conosciuto, Tess, dove narra la storia di una ragazzetta di campagna sedotta e abbandonata che, in virtù del famoso double standard morale del tempo, avrebbe dovuto invece bollare come donna inesorabilmente perduta, una zoccola, insomma.
Quando poi si passa alla lettura di “Jude l’Oscuro”, i miei studenti rimangono folgorati.
Sarà per la sua visione moderna dell’amore a discapito dell’istituzione del matrimonio come convenzione sociale, sarà perché il giovane Jude ispira simpatia per la sua incoscienza e il suo coraggio perché vuole cambiare le regole del tempo, perché è un ragazzo della working class che osa sperare in un futuro diverso sprogrammando tutto il sistema e iscrivendosi ad Oxford, sarà perché si rende conto che il suo matrimonio è una farsa e sceglie la speranza e l’amore, andando contro tutti e tutto. Lui e Sue lasciano i rispettivi coniugi e provano a vivere la loro vita al di là delle convenzioni, ma il tritacarne del compromesso vittoriano li distruggerà. Intorno a loro si creerà vuoto e solitudine, la vita si farà sempre più difficile perché perderanno lavoro e casa, fino alla tragedia finale della morte dei loro figli, uccisi dal fratellino maggiore che poi si suicida lasciando un biglietto “done because we’re too menny” (l’ho fatto perché siamo in troppi”) con quella imperfezione tutta infantile nello spelling che amplifica il nostro orrore.
Hardy avrebbe potuto chiudere il romanzo qui e lasciarci almeno il senso di una tragedia immane che in quanto tale avrebbe proiettato i due poveretti nell’empireo di una dimensione eroica, ma non lo fa. Non vuole renderci niente facile. Perciò continua a raccontarci il dopo, ritraendo impietosamente come finisce la speranza, attraverso il ritorno di Sue da suo marito (simbolo della rinuncia alla sua identità e della sua sconfitta) e la morte di Jude in totale alienata solitudine.
E Hardy racconta tutto con un linguaggio scarnificato, lontano anni luce dal sentimentalismo (un po’ costruito a tavolino, diciamolo) di Dickens. Tommasino Hardy opta, invece, per una sorta di estetica dell’austerità (questa pure piace ai ragazzi), senza tanti gne gne inutili, lasciando parlare i fatti e selezionando le parole in modo tale che ogni scelta semantica sia carica di significato, che ogni dettaglio sia soggetto di una zoomata degna del miglior cinema.
E poi, parlando di outcasts passati e presenti, l’occasione è buona per concludere la faccenda visionando anche un buon film, tipo “Philadelfia” tanto per inventarsi un aggancio col presente.
E’ un po’ datato come film ma a me piace tanto, soprattutto quella scena dove lui, già mezzo morente, si illumina di vita travolto da quell’aria dell’”Andrea Chenier” cantata dalla Callas. Io piango come un vitello ogni volta che la vedo. Pure zio Denzel piange però non lo vuole far vedere e allora se ne va di corsa per tornare a casa, dove si mette a letto e si stringe forte a sua moglie che sta dormendo serena (avete presente, no?)
Boh, che dire, speriamo che anche il film sia di loro gradimento, ché con questi non si sa mai.