GREGORY , GREGORY


Non faccio in tempo a leggere un commento molto positivo su una struttura sanitaria del nostro paese che mi ritrovo a fare un’esperienza analoga.
Insomma, vado a portare la mia vecchia in un ospedale pubblico delle vicinanze per una visita specialistica e mi ritrovo in una struttura nuovissima, organizzata intelligentemente così da evitare attese e vagabondaggi inutili per i corridoi, con i pavimenti di marmo lucido e lindo, profumo di pulito e atmosfera rilassata.
Il personale, dall’impiegato allo sportello, alle infermiere per finire al medico specialista, era tutto uno sfavillio di sorrisi, garbo e gentilezza.
Insomma, quasi quasi vien voglia di avere qualcosa, che so, un’erniuccia, una piccola gastritella, una colicuccia da poco per potersi accampare in quest’hotel a 5 stelle e farsi una partita a scopone con il portantino di turno.
La maliarda è uscita dallo studio del medico dicendo "Ma è giovanissimo!!!! E poi assomiglia a Gregory Peck da giovane! Che sguardo! Che modi da gran signore!!!!"
Vuoi mettere? Una mamma che entra in ospedale preoccupata e ne esce felice non è da tutti i giorni.

Viva l’Italia

Oggi ce l’ho con il Ministro dell’Istruzione e con quello della Sanità. In una sola giornata ho dovuto stramaledirli di cuore, tutti e due, uno la mattina e l’altra il pomeriggio.

Mattina

Vado a lezione per la prima volta in una quarta. La classe, nell’ora di lingue, va divisa in due gruppi: uno per inglese e l’altro per francese. "Benissimo", dico alla collega, "me li porto in un’altra aula". Dopo aver girovagato inutilmente con i ragazzi per tutto l’istituto alla ricerca di qualche aula lasciata libera per l’ora di ed. fisica, dietro indicazione della bidella ne trovo una. Non è un’aula, ma il vano dell’uscita di emergenza, dove hanno sistemato dei banchi e delle sedie. Non c’è una lavagna e non c’è una carta geografica. I ragazzi non hanno portato i libri perchè non ce li hanno ancora. "Che faccio in queste due ore?", mi sono chiesta, dato che non sono abituata a pettinare le bambole. "Ragazzi" annuncio "facciamo un po’ di listening comprehension!! Ho con me un bel CD dei Coldplay e il testo con le parole mancanti da aggiungere durante l’ascolto!".  Parte una ola di giubilo. Mando uno studente a prendere il registratore, ma la presa richiede un adattatore. Lo rimando giù a cercarlo ma dopo un bel po’ ritorna dicendo che l’adattatore non c’è. Dentro di me mi sono trasformata nell’Urlo di Munch per lo sforzo di controllare i sentimenti non proprio cordiali nei confronti dei tagli alla scuola e di tutti i governi e i ministri della repubblica italiana dalle origini in poi.

Pomeriggio

Accompagno la genitrice a fare un esame ecodoppler in un centro convenzionato. La segretaria allo sportello è simpatica come un gatto attaccato alle palle (secondo una delicata similitudine del Polpetta). Sforzandoci di interpretare grugniti e alzate di spalle, capiamo che il dottore è arrivato con grande ritardo e che si prevede un’attesa di durata non definibile. 

Dopo un’ora e mezza entriamo nella stanza dell’esame. Arriva un ragazzetto alto e smilzo che non saluta e che ordina a mia madre di prepararsi, senza, peraltro, mai rivolgerle lo sguardo. Ha una fretta che mette l’ansia addosso. Parla velocemente, con tono antipatico. Mia madre cerca di spiegargli che esami ha fatto prima, ma lui la blocca dicendo che gli sta facendo solo perdere tempo perchè ai fini dell’esame tali informazioni non servono. Fa l’ecodoppler in un minuto, dopodicchè si alza ed esce dalla stanza senza salutare. Non mi presta attenzione quando gli chiedo che dobbiamo fare. Dopo un’attesa di 5 minuti entra la segretaria che, sgarbatissima, ci chiede che stiamo a fare ancora lì, visto che l’esame è terminato. "Dovete andarvene!", ci ordina, con aria sprezzante.

Ora, io sono una persona tranquilla, amo il prossimo mio e sono per la pace nel mondo, ma questa qui mi ha fatto veramente incazzare. Le ho fatto vedere le gengive e le ho risposto che se eravamo rimaste lì era perchè il dottorino era uscito dalla stanza senza salutare, senza dirci che l’esame era finito, senza comunicarci l’esito e senza darci istruzioni, non certo per l’atmosfera cordiale. L’ho incenerita con lo sguardo e spero che la mia faccia le abbia trasmesso i sensi della mia più profonda disistima, cioè il vaffanculo gigante che la mia educazione non mi ha permesso di esprimere con tutta la potenza delle mie corde vocali. 

Ora cerco qualcuna delle mie amiche preferite e me ne vado in enoteca a parlare di maschi davanti a un bel calice di vino rosso.