thank you willy, part 2

“Ragazzi, mi dite qual’era la ricetta per essere un tipico soggetto da sonetto, vale a dire una perfetta donna angelicata?”

"Non darl…essere irraggiungibile"

 “Rappresentare la perfezione sia dal punto di vista morale che fisico. Del resto, attraverso la venerazione per la donna il poeta venerava la Madonna”

 "Scemo, quello succedeva in Italia, qualche secolo prima. In Inghilterra, in epoca elisabettiana si passa dal culto della Virgin Mary a quello per la Virgin Queen, cioè Elisabetta"
 
“Buoni, ragazzi. E per quanto riguarda le caratteristiche fisiche?”
 
 “Be, prof., minimo doveva essere eterea, possibilmente bionda”
 
“Procediamo per similitudini, tanto le tradizioni cortesi le conoscete”
 

“La pelle bianca come la neve”
“La bocca rossa come una rosa o il corallo”
“Le guance rosate, come pesche”
“Capelli come oro”
"…o come seta"
“Portamento leggiadro”

 
"Allora, Shakespeare un giorno scrive un sonetto e lo dedica, come molti altri, ad una  Dark Lady".
 
“Ma come prof., pure allora?”

 
“Pure allora cosa?”
 
“C’erano i dark? E che ascoltava pure i Cure?”
 
“Si vabbè, battutona. Dai su, andiamo avanti. In questo sonetto il poeta traccia un profilo  della dama in questione. Vediamo come ce la descrive, questa bonazza"

My mistress' eyes are nothing like the sun;
Gli occhi del la mia donna non sono come il sole;
                                                                                          
Coral is far more red than her lips' red;
I l corallo è assai più rosso del rosso del le sue labbra;
                                                                                          (cominciamo bene, prof)
If snow be white, why then her breasts are dun;
Se la neve è bianca, perché allora i suoi seni sono grigi ;
                                                                                        (bleah! ma dove vuole arrivare?)
If hairs be wires, black wires grow on her head.
Se i capelli sono setole, nere setole crescono sulla sua testa.
                                                                                           (uhuh! Zio willy era in cerca di guai!)

I have seen roses damask'd, red and white,
Ho visto rose damascate, rosse e bianche,
 
But no such roses see I in her cheeks;
Ma tali rose non vedo sulle sue guance;
 
And in some per fumes is there more delight
E in alcuni profumi c’è più delizia
 
Than in the breath that from my mistress reeks.
Che nel fiato che dalla mia donna esala.
                                                                                              (nooo, c’aveva pure la fiatella!ma che schifo!)
 
I love to hear her speak, yet well I know
Amo sentirla  parlare, eppure ben so

That music hath a far more pleasing sound.
Che la musica ha un molto più gradevole suono.
                                                                           (prof. ma che vuol dire, che c'aveva pure la voce da gorilla?)
I grant I never saw a goddess go,

Ammetto che mai vidi una dea camminare,

My mistress, when she walks, treads on the ground.
Ma la mia donna, quando cammina, calca la terra.
                                                                                        (prof, ma questa era un cesso!)
 
And yet, by heaven, I think my love as rare
Eppure, in nome del cielo, penso che il mio amore sia  tanto raro
As any she belied with false compare
Quanto qualsiasi donna falsamente decantata
 
"Ok, ragazzi, ditemi: secondo voi che cosa vuole farci capire il poeta?"
 
“Che c’è speranza per tutte, prof!”

OK, diciamo che hanno saltato dei passaggi importanti e sono arrivati subito alle implicazioni sul piano pratico, ma dopo questo commento non c'era veramente altro da dire. Fine della lezione.

GIULIETTA LA SOVVERSIVA

 
 
Che poi gli studenti pensano che quei due lì sotto al balcone a Verona si stiano solo giurando amore eterno e basta. Romeoromeoperchésseitù Romeo e promesse di eterna devozione al di là del bene e del male e alla faccia di quegli adulti egoisti e rompiballe.. Tutto very very romantic e, soprattutto, affascinante per i ragazzi della loro età.
 
Ecco perché rimangono spiazzati quando si comincia a parlare del linguaggio anticonvenzionale di Juliet.
 
La storia, lì, della rosa che se si chiamasse con un altro nome profumerebbe lo stesso, è un’operazione altamente sovversiva, perché mina dal profondo il concetto di ordine su cui era fondata la visione del mondo nel medioevo. Questioni che vengono studiate dai semiologi e dai linguisti ancora oggi.
 
Scolli il segno dal suo significato? Allora stai introducendo l’elemento dell’anarchia nel linguaggio, squassandolo nel profondo e sovvertendo il pilastro che regola la comunicazione umana, quel patto sottinteso che tutti stipuliamo per rispettare la concordanza tra quella determinata parola e il suo preciso significato.
 
Ora vai a spiegare questo ad una truppa di adolescenti di primo liceo classico. Ti tocca per forza partire da esempi terra terra, per poi condurli dove vuoi tu e come vuoi tu. Ma prima devi fare gli esempi. La vera prof. sa come farli. La vera prof., appunto.
 
“Allora , dico, supponiamo che un bel giorno io decida di non accettare più che questa si chiami penna  e  cominci a chiamarla pulcino o albicocca o martello, perché così mi garba. Così facendo, però, introduco l’elemento dell’anarchia nel linguaggio perché abbatto tutte le regole ferree su cui si poggia. Se tutti facessimo così, come potremmo pensare di comunicare? Se ognuno di noi rifiutasse la convenzione e decidesse autonomamente di abbinare parole e significato in maniera assolutamente fantasiosa, sarebbe molto divertente per un po’, ma poi non ci si capirebbe più!
Immaginate che ora mi rivolga ad uno di voi (e nel frattempo mi avvicino a Mr. Magoo con aria imperiosa) e gli ordini (indico la penna, ma nessuno se ne accorge) DAMMI LA TUA ALBICOCCA! cosa potrà mai pensare io voglia da lui?”
 
 
 
Io dovevo andare a zappare, altro che fare la professoressa! Perché?
 
Perché la lezione è andata a …. (anarchicamente, scegliete voi cosa mettere nello spazio vuoto).

SPEAK AS U EAT, TEACHER

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Buttare uno studente fuori dalla classe quando si fa lezione l’ho sempre considerato un atto di resa ed è per questo che fino ad oggi io non lo avevo mai fatto. Fino ad oggi, appunto.

Ero in una nuova classe,  4 scientifico, ereditata da una prof che è andata via.

 

C’è questo qui, occhi azzurri, lentiggini e la faccia perennemente catalettica (sguardo fisso sul diario e bocca semispalancata). Mai un cenno d’interesse, niente.

 

Oggi durante la spiegazione aveva l’aria più annoiata del solito e alternava sbuffate a occhiate all’orologio. Ma come, penso io, ti sto facendo la madre di tutte le lezioni sul perché il discorso di Marcantonio è considerato un capolavoro di ars oratoria e tu mi palesi così la tua rottura di zebedei?  Ma fai finta, dormi, sonnecchia, disegna, ma non mi puoi fare gli sbadigli addosso senza neanche coprirti con la mano che poi ti vedo anche tutte le otturazioni!

 

Pazienza, mi dico come al solito, la colpa è del professore se lo studente si sta annoiando.

 

Continua a sbuffare. Chiedo ai suoi compagni di analizzare il testo alla ricerca di esempi di ironia e mentre i compagni lavorano, lui guarda l’orologio e sbuffa. Leggo ancora un passaggio ispirata manco lawrence olivier , e lui ancora mi sbuffa in faccia. Katika, mi dico, stai toppando anche adesso, questo qui non ti fila per niente, cacchio  stai perdendo colpi, vecchia mia.

 

Insomma, sarà che ero stanca, sarà che la maleducazione dopo un po’ mi dà sui nervi, fatto sta che ad un certo punto “bruttobastardodentro cafonaccio delle paludi che non sei altro vedi se ti levi dai maroni e vatti a schiantare su una sedia là fuori e portati via quella faccia da sarago dormiente” ho pensato mentre in realtà gli dicevo che non era molto rispettoso sbuffare in faccia ad una persona che sta cercando di lavorare e che, pertanto, gli veniva concesso dalla mia magnanima persona di uscire a far compagnia alla bidella “e te lo dico SENZA ACRIMONIA” aggiungo “davvero, vai pure” sorridendogli amabilmente come Hannibal Lecter due minuti prima che ti si avventi sulla faccia.

 

In passato ho insegnato in classi dove un invito del genere sarebbe stata l’occasione per un’uscita in massa dall’aula. Ma questi sono buoni. Infatti lui, invece di uscire, ha preferito rimanere a dormire al suo banco non dimenticando però di soffocare gli sbadigli e di chiedermi persino scusa. Sarà stato impressionato da quel “senza acrimonia” (chissà come cavolo mi è venuto in mente)?

 

Insomma, mi è andata bene. Però mi sono ripromessa di non farlo mai più. Ricordatemelo ogni tanto, eh?

Altre Perle

Da quando mi sono accorta che vi divertite un sacco con gli strafalcioni dei miei alunni, ho preso l’abitudine di prendere nota. Ve la siete cercata, questa volta. Queste sono di venerdì e di oggi:

"Amleto siccome ragionava alla fine muoiono tutti"

"Cosa dice Romeo a Giulietta nella scena del balcone?" "Giulietta giulietta, quanto sei bbella!"

"Prof. com’è il compito: a domande sfuse?"

"Gentilmente, posso andare al cesso?" "Se me lo chiedi così gentilmente NO!"

Ma la più bella in assoluto secondo me è questa che segue, che contiene un concetto filosofico di inarrivabile sottigliezza:

"EH, ragazzi, chi va con lo zoppo…" "Va più veloce, prof.!"

Lezione semiseria

Giusto per non sembrare una grande stronza, fornisco la risposta al quesito posto al mio studente, come da post “Interrogazione”.

La faccenda è molto semplice.

Si è notato che in molte tragedie shakespeariane le virtù private, cioè quelle umane (generosità, modestia, ecc) non coincidono con quelle pubbliche (leadership, capacità decisionale). Cioè, a volte sono proprio le qualità  di un personaggio a far scatenare la tregenda perché lo rendono inadatto a gestire gli affari di stato, dove sono richiesti atri tipi di caratteristiche.

Mi spiego meglio.

In “Amleto” la tragedia scoppia perché il protagonista è un uomo di grandissime qualità umane. E’ un uomo di pensiero propenso alla speculazione filosofica, potremmo dire un uomo del Rinascimento,  ma è inserito in un contesto politico-sociale, medievale,  che richiede un’azione immediata e violenta per vendicare suo padre e togliere di mezzo quello stronzone di Claudio che nel frattempo si scopa pure sua madre. Se Amleto fosse più caprone e un po’ più selvaggio, ammazzerebbe Claudio senza tante storie ripristinando così lo status quo ante, con buona pace di tutti. Ma non lo fa perché si chiede: ma è giusto riparare un crimine con un altro crimine? Cos’è più giusto: sopportare i dardi e le frecce (col cazzo, se ti arriva un dardo nelle gengive sei morto) o armarsi di tutto punto e affrontare un MARE di guai (e a che minchia mi servono le armi contro il mare?). Allora, si dice Amleto, da qua non ne usciamo. Quasi quasi mi ammazzo. Morire. Che vuoi che sia? Sarà come dormire! Magari mi faccio pure qualche sogno di quelli che dico io. O CAZZO! E che sogni si fanno quando sei morto? O MADONNA!! E se esiste l’aldilà, compreso l’inferno? Porca miseria, neanche questa idea è buona.

E allora che si fa? NIENTE. Perché il pensiero, il ragionamento, paralizza l’azione. Il mondo andrà a puttane perché lui non riuscirà a ripristinare l’ordine non solo in Danimarca, ma nel cosmo intero, del quale la terra è lo specchio.

Il segnale che tale disastro ha dimensioni cosmiche è la strage finale. Muoiono tutti i protagonisti.

 
In Otello, la qualità umana che lo porta alla rovina è la modestia. Tale sua virtù lo fa ritenere indegno, lui moro, dell’amore devoto della bellissima bianchissima Desdemona. Si sente baciato dalla fortuna, quella moglie strepitosa è troppo per lui. Come è possibile, si chiede, che quel bellissimo pezzo di strafiga ami proprio me? In questo contesto si capisce benissimo la facilità con la quale quel figlio di puttana di Iago insinua il tarlo del dubbio nella sua mente.

 

In Macbeth c’è l’ambizione, che dal punto di vista privato può essere un pregio, ma trasportata sul piano pubblico può diventare un’arma di distruzione di massa, soprattutto quando alle spalle c’è  una moglie stronza e più ambiziosa di te che ti soffia sul collo.

 

In conclusione, non sempre le qualità di un uomo nel privato ne fanno poi un buon uomo pubblico, cioè di potere.

 

Dal che si potrebbe anche dedurre che l’uomo pubblico per conservare potere e successo non debba avere qualità umane, ma questo è tutto un altro discorso. Grande Scespir!

Interrogazioni

"Can you talk about the clash between public and private virtues in Shakespeare’s tragedies? " (mi parli dello scontro tra virtù pubbliche e private nelle tragedie shakespeariane?)

Spalanca gli occhi.

 

Mi guarda.

 

Silenzio.

 

La testa gli si infossa lentamente nelle spalle.

 

Silenzio.

 

La schiena scivola lentamente sulla spalliera della sedia.

 

Sposta lo sguardo da me al vuoto.

 

Silenzio.

 

Si mette una mano sulla fronte.

 

E dice:

 

“Maaadò!!’ (O madonnina santa che cazzo di situazione!”)

Oh, my GOD!

Wow! Wow! E doppio Wow!

Voglio annunciare al mondo la soddisfazione che ho avuto oggi in seconda liceo classico.

Interrogo a caso dei poveretti. Premetto che mi fanno sempre un po’ pena quando apro il registro annunciando "Ora si interroga!". Sento il silenzio calare improvvisamente e la tensione di 25 paia di occhi che seguono la mia biro mentre la faccio scorrere sull’elenco di nomi.

E io me la ricordo bene quella sensazione lì, sudore freddo e  mani ghiacciate per la tensione mentre pensi "Se mi interroga mi uccido, cazzo!". Per questo motivo sono sempre rapidissima quando scelgo i condannati. Rapida e, mi illudo, indolore.

Bene, ne pesco a caso un paio. Così, cose se fosse una cosa da poco, uno dei due mi informa che, anche se non era stato da me richiesto, ha voluto imparare a memoria il monologo di Amleto.

"Mi sta prendendo per il culo", penso scettica. "Ah, davvero? Dai, sono tutta orecchi!"

Comincia: "To be or not to be, that is the question. Whether ’tis nobler in the mind to suffer…."etc etc. Continua, fino alla fine. Lo ha imparato tutto, per davvero. Ma non così, tanto per. Lo recita proprio!

Affascinata e senza parole, applaudo, seguita subito da tutta la classe.

Incoraggiata dal successo del compagno, l’altra malcapitata mi annuncia che sì, insomma, siccome a lei è piaciuta da morire la scena del balcone del Romeo and Juliet ha provato a imparare qualcosa. Scopro che ha imparato la parte di Romeo, tutta, e conclude: " …See, how she leans her cheek upon her hand! O, that I were a glove upon that hand, that I might touch that cheek!" Non ci credo, non ci credo. Anche lei la recita, ma così bene da lasciarci tutti senza fiato. Mi confessa che quelle parole che Romeo dedica all’amata le fanno venire la pelle d’oca e la fanno commuovere. Non mente, è emozionata.

Ebbene, io voglio annunciare al mondo che esistono ragazzi così. Umili, semplici e sensibili. Ragazzi che imparano le cose per se stessi e non per farsi belli con il prof. Ragazzi le cui anime vengono raggiunte ancora dalle parole dei grandi del passato.

Sono ancora stordita. E mi sento fortunata.

Grazie, Bardo.

Ma a che cavolo serve spiegare il famoso monologo dell’Amleto ad una platea di studenti di 4 scientifico se questi non aprono mai un giornale, non guardano un notiziario e non sanno un beato cazzo di quello che succede attorno a loro?

L’uomo Amleto si dibatte per trovare una soluzione ai mali della vita, ma questi mali non sono solo i suoi ma quelli di tutti noi, di tutti i tempi, porca miseria. Se non si capisce questo, è come spiegare l’aria fritta.

Lui fa un elenco preciso di questi guai, ed io ho provato ad analizzarli, uno per uno, per dimostrare che ognuno di essi affligge anche il nostro presente.

Comincio ad analizzare "th’oppressor’s wrong" (il torto dell’oppressore). Chiedo loro di farmi un esempio attuale di oppressione. Niente. La Birmania? E che cos’è?  Blocco tutto e parlo della rivolta civile e dei monaci ammazzati a migliaia in quel paese.

Proseguo. Si chiede Amleto: ma è giusto riparare un crimine con un altro crimine? "Ragazzi", incalzo,"cosa ci ricorda?". Niente. Non sanno del dibattito attuale a livello internazionale. Non sanno che se ne è appena discusso alle Nazioni Unite e che l’Italia è stato tra i paesi promotori della campagna per l’abolizione della pena di morte.

Va bè, mi dico, con questi bisogna cominciare proprio da zero. Ringrazio Shakespeare per avermi fatto scoprire il loro disimpegno verso le questioni del mondo e mi rimbocco idealmente le maniche per dare il mio microscopico contributo a fare di questi zucconi degli esseri sensibili, pensanti e impegnati.

Cominceremo con l’abbattere la rassegnazione e l’indifferenza.

Prossima lezione, tema del giorno: che cosa ti fa indignare di più tra le notizie di cronaca nazionale e internazionale?

Il Bardo comprenderà. Chissà, forse, il suo bellissimo monologo lo ricorderanno meglio, dopo.

 

 

Ah, l’amore

Lezione sul Romeo and Juliet.

"Ragazzi oggi si parla d’amore. Quello totale, assoluto, ideale. Anzi, quale idea dell’amore avete voi?". Le ragazze intervengono, i ragazzi mi guardano perplessi. Ce n’è uno che dal primo giorno ostenta totale indifferenza per tutto quello che avviene in classe. Lo chiamerò il Duro.

Inizia la lezione. Il Duro è sempre lì, con lo sguardo fisso nel vuoto o sul muro di fronte a lui.

Piano piano entriamo nel vivo della storia. Sento che riescono a percepire il senso della tragedia che si avvicina, così in contrasto con la leggerezza e l’innocenza dei due giovanissimi amanti. Capiscono che quello che causa il nostro disagio è il senso dell’ingiustizia, perchè noi spettatori sappiamo qual’è la verità, sappiamo che la pozione non era veleno, che Giulietta non è morta, ma non possiamo fare niente, non possiamo avvertire Romeo mentre si avvicina alla tomba, non possiamo impedirne il suicidio, siamo solo degli spettatori e siamo impotenti. Un minuto solo, bastava che Romeo avesse esitato un solo minuto e sarebbero vissuti per sempre nell’amore. Ma Romeo è giovane ed irruente e, per quanto ne sa, Giulietta è morta. E a noi non resta altro che la pietà per la giovinezza che muore innocente, non contaminata dalla bruttura del mondo adulto. Non resta altro che ricordare la bellezza dei loro dialoghi, lì sotto a quel famoso balcone, la poesia delle metafore in stile cortese di Romeo e il linguaggio moderno e rivoluzionario di Giulietta, quel suo gettare i panni da donna-angelo e dire la sua. E la ricorderemo così, bellissima, sul balcone mentre chiede a Romeo: "Chi sei, tu, uomo, che inciampi nei miei pensieri più segreti?".

E’ un attimo. Il Duro distoglie lo sguardo dal muro e punta i suoi occhi (sono lucidi!) nei miei. Mi dicono "Bruttastronza, mi hai fregato!". I miei gli rispondono: "Certo che ti ho fregato, bruttobastardo!".

Sarà amore.