Non credo morirò mai di morte naturale

Ah, ma ve l’ho raccontata quella di Pasquetta? No?!
 
E’ che siamo stati in campagna a casa di amici di amici, no? E questi qui hanno due passioni: l’orto e i loro due cani. Fin qui ci siete, si?
La logistica della loro splendida casetta-trullo vuole che lo spazio vitale per queste due passioni sia unico, cioè un unico giardino, grande per carità, ma mai troppo grande per due simpatici setterini e una piccola piantagione di peperoni.

Ma, come vedrete, ci sono dei sistemi per circoscrivere la zona riservata all’una e all’altra delle due passioni.
 
“Bello, come si chiama?”, chiedo alla padrona di casa, indicando il più carino dei due cani.
“E’ femmina e si chiama Lulù” risponde la cara conoscente, prima di affrettarsi verso il barbecue.
 
Rimasta sola, naturalmente sento che devo andare ad accarezzare Lulù. La chiamo e lei arriva e si ferma poco prima di un filo colorato, quasi invisibile, tra me e lei.
 
Lulù ha un muso troppo simpatico e scodinzola, la bastarda, ma non si muove di un millimetro. Perchè lei è intelligente. Lei.

Per vincere la sua diffidenza e conquistare la sua fiducia, mi avvicino con estrema lentezza. M’inginocchio per essere all'altezza dei suoi occhi (ok ok, il primo che dice che non ce n’era bisogno lo metto sulla graticola). Stabilito il contatto visivo, allungo il braccio per toccarla e  comincio ad accarezzarla. Mentre lo faccio mi chino sempre più verso di lei. E' fatta: il contatto, che dico, l'idillio è stabilito. Per un attimo sono convinta che Lulù mi sorrida, persino. Mi avvicino ancora. Il mio busto (leggi tette) toccano il filo.
 
Era elettrificato, ça va sans dire.
 
Io urlo.

Lulù guaisce.

Per una frazione di secondo rimaniamo attaccate, io trasmetto la corrente a lei, ma in quell’istante penso che sia il contrario.
“Ma di che cazzo è fatto sto cane di merda!”, ho il tempo di pensare prima di afferrare il senso di quella scarica elettrica e decidere che sto morendo di una morte stronza e per niente eroica.
 
Accorrono tutti. La padrona del cane, ignorandomi del tutto, mi scavalca per andare a consolare Lulù (nel frattempo asserragliatasi nella cuccia), lamentando che, poverina, chissà come sarà rimasta traumatizzata e chissà quanto ci metterà prima di rimettere il naso fuori. Tutti dicono povera Lulù e nessuno si cura di me. Solo Polpetta capisce che sono davvero K.0., forse più per la sorpresa che per la scossa, e mi chiede se sto bene.
 
Ferita nella dignità, mi alzo pulendomi le gambe dalla terra e gli rispondo:

sì, certo che sapevo che c’era il filo (non m’ha creduto),
sì, sono stata sbadata (m’ha creduto),
no, che non mi sono spaventata (non m’ha creduto),
no, non mi sono fatta niente (m’ha creduto) e che,
no, che non era forte la scossa (indeciso).
 
Era forte, cazzo.

Per l’Appunto

Mi hanno vista procedere nel corridoio con la stampella. Tre classi intere mi si sono riversate addosso, sorpresi di vedermi così conciata. Chi mi portava la cartella, chi la borsa, chi si è offerto di darmi il braccio per aiutarmi con le scale. Il momento di tenerezza si è infranto quasi subito, quando mi hanno chiesto cosa mi fosse successo. All’inizio ho detto che ero caduta durante il superG femminile a Vancouver, ma chissà perché non mi hanno creduto.
Poi ho detto la verità: mi sono fatta male cercando di prendere una palla corta di rovescio mentre giocavo a tennis. Naturalmente ho omesso i dettagli trascurabili.
 
“Professoressa” m’hanno sfottuta “ormai ha una cera età…! La prossima volta, se proprio vuole giocare a tennis, si dia alla wii”
 
AAAAAAGGGGGGGGGHHHHHHHHHHHHHHH!

Se sapessero, quei bastardi!

 

POST-TRAUMATICO

 
 
Da 10 anni, cioè dal giorno in cui sono diventata la signora Polpetta Volante, ogni anno di questi tempi mi tocca affrontare La Prova.
 
La Prova consiste nell’attraversare indenne e fisicamente e psicologicamente la notte della vigilia di Natale, quando tutta la famiglia del Polpetta Volante (25 persone ma anche più) si ritrova attorno alla spettacolare tavolata natalizia, nota per le coreografie tardobarocche che cambiano ogni anno.
 
A non cambiare mai è il menù, ahimé. Rape lesse, capitone arrosto e salmone bollito.
Non c’è niente che mi disgusti di più delle rape lesse (a parte il fegato di maiale) ma nessuno se n’è mai accorto, forse per la nonscialàns con la quale schivo la coppa fumante passandola velocemente al vicino di tavola. Perciò io digiuno. E mentre digiuno bevo.
Nessun conforto neanche dal piatto successivo: il capitone arrosto. A me l’idea di cibarmi di un animale che striscia all’inizio faceva ribrezzo. Posso mangiare un animale che cammina, che nuota, che saltella, che vola, che fa bungee jumping, ma non che striscia. Perciò digiunavo anche qui. Ma da qualche anno questo animale è diventato per me edibile (ma giusto un assaggino). Non escludo che l’upgrading sia dovuto alla fame nera. E mentre faccio l’upgrading bevo.
Poi è la volta del salmone bollito. Ma io dico: con tutti i pesci del mediterraneo perché ostinarsi col salmone. Bollito, poi? Prendi un dentice, gli butti addosso un po’ di olive, pomodorini, filo d’olio e lo butti in forno. E che sarà mai? No. Salmone. E allora mi faccio un sorso di vino.
 
Insomma. Tra una rapa e un capitone si arriva fino a quasi mezzanotte. Poi parte la miniprocessione per portare le statuine di gesù bambino in tutti i presepi sparsi per la casa. La famiglia del Polpetta prende questo momento molto ma molto sul serio. Tutti vengono dotati di candela e tutti debbono mettersi in fila dietro all’unica bambina della famigghia, che, incoraggiata dal fatto che da lì a poco potrà  tuffarsi di testa nella montagnola di regali a lei destinati, regge con molta perizia  il cuscinino  coi gesùbambini da sistemare. In effetti, se uno non  è abituato, questo rituale può avere un suo fascino. Di tempi antichi, di infanzia e, perchè no, anche di un recupero di tradizioni e di spiritualità, in mezzo al gran mangiare.
Io, però,  opto per un certo understatement e mi colloco sempre nelle retrovie. Ma una volta questa postazione, che io consideravo strategica, rivelò tutta la sua insidia. Confidando nel fatto che tutti erano assorti in altri più mistici pensieri, non credetti di essere udita mentre intonavo tra me e me Brigittebardòbardò, sculettando lieve come una sciampista mentre fa il trenino al matrimonio di sua cugina (con tutto il rispetto per sciampiste e cugine).
Io ci rimediai una figuraccia ma, per non aggravare la mia già precaria situazione di eretica e dissacratrice, ritenni controproducente fornire le attenuanti: abuso di alcol dovuto alla fame nera.
Voi mi rapelessate?
E io vi brigittobardò!
Hic!

IL GELATO E’ PERICOLOSO

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Ma si può farsi scappare la vaschetta del gelato mentre la si ripone nel frigo, chinarsi per raccoglierla urlando “porca troia!”, rialzarsi, sbattere violentemente il cranio contro lo sportelletto aperto del freezer e ricadere per terra per il rimbalzo, per giunta ricoperta di gelato al cioccolato (che spreco, mannaggia)?

Si può si può: trauma cranico lieve, dice il referto.

Quando mi hanno dimessa dal pronto soccorso hanno lasciato al polpetta un elenco di cose da osservare su di me per le prossime 24 ore (tipo se vomito, se do i numeri, ecc. ecc.).

Lui ha preso in mano il foglio e ha detto “Ah, praticamente è come una check list. Ce la posso fare.”

 

Amici miei, io per adesso ragiono abbastanza. Ma se nei prossimi giorni doveste veder comparire sul mio blog minchiate solenni peggiori di quelle che già leggete abitualmente, sappiate che non sono io: è la botta in testa.

Primavera

Lo so, ultimamente sto diventando un po’ pigra nella pubblicazione dei post.
Però, che ci volete fare, sarà la primavera, sarà il primo sole, le prime belle giornate a mare:

mare a primavera
insomma, comincio a trascorrere più tempo all’aperto.
Per dare una mano al metabolismo ho anche dato il via ad un rigoroso programmino di jogging per le stradine di campagna dietro casa mia

walking

primavera in campagna

Lo so a cosa state pensando: a tutti quei post sullo sport e catastrofi allo stesso collegate. Ma qui non ci sono istruttori incazzati, né discese ghiacciate, né piscine pericolose, né campi da tennis in cemento.
Solo un po’ di erbetta, va là.

kATIKA E LO SPORT – 4a ED ULTIMA PUNTATA


In questa saga dolorosa che è stata la mia vita da sportiva poteva mancare lui? Nooo! Stavo per dimenticarmene, ma un improvvisa fitta alla spalla, me lo ha fatto ricordare, ed ecco a voi:

LO SCI

 

Cominciai ad andare in settimana bianca già grande, verso i 17 anni.

Ero in piena tempesta ormonale. Mi sentivo bruttina (e a ragione, stando alle foto di allora) con i miei occhialoni e il capello da pecora incazzata.

Ogni anno m’innamoravo segretamente del maestro di sci. Me ne innamoravo anche se era brutto. Praticamente mi sono innamorata di tutti i maestri di sci della val di fassa. Forse perché erano giovani e abbronzati, forse per il look da gran paraculi a cui contribuivano quegli occhiali da sole con le montature talmente colorate da essere fosforescenti e le lenti a specchio iridescente, sarà perché mi son sempre piaciuti gli uomini che hanno da insegnarmi qualcosa, fatto sta che più mi piacevano e più mi fantozzizzavo.

Per me, creatura di mare, la montagna rimaneva un mistero. Sconosciuta e imperscrutabile. Bella e terribile, scrigno di chissà quali pericoli.

Quando, scesa dall’impianto di risalita mi ritrovavo a guardare la pista che si tuffava nell’abisso, un attimo prima che disperazione mi cogliesse mi chiedevo:”ma che cazzo ci faccio qui?”

Avendo dalla nascita un serio problema riguardante il mio rapporto col vuoto, l’ansia cominciava subito, già dalla funivia o dalla seggiovia. Solo lo skilift non mi terrorizzava. Insomma, sentivo che la montagna non mi apparteneva e io non appartenevo a lei, che non era quello il mio posto.

Le crisi di panico arrivavano all’improvviso, per una discesa ghiacciata, per un burrone a fianco. E puntualmente il maestro smadonnando come solo i montanari sanno fare, risaliva il monte a scaletta per prendermi a cavalluccio e portarmi giù, tra le pernacchie  di tutti i compagni di corso e l’invidia delle compagne.

Quando poi capitavo sulle piste giuste (poca pendenza, niente burroni a vista, niente ghiaccio) prendevo coraggio mi mettevo giù a uovo e andavo. Nelle orecchie l’urlo del maestro “Vai pian, demòniiiiii!”

Un giorno c’era nebbia e non vidi un dosso. Ci volai sopra manco fossi a ai campionati di Lake Placid e atterrai rovinosamente di spalla: lussazione all’articolazione scapolo-omerale.

Da allora soffrii di lussazioni recidivanti, che imparai a mettere a posto da sola, ormai, finché la spalla non cominciò a lussarsi anche di notte mentre dormivo ("Agh! scusami, caro, mi si è smontata la spalla, non è che mi daresti una mano a rimontarmela un attimino?") O anche mentre ero in mezzo al mare (lì, niente dignità, lì erano urla disumane fino a quando non arrivavano i soccorsi: non è il proprio facile riuscire a mantenere la faccia fuori dall’acqua mentre un braccio ti galleggia per i fatti suoi, inerte, in preda ad un dolore boia).

Per fortuna, anni dopo, la clinica di Bologna presso la quale ero in lista d’attesa pose fine all’agonia con un intervento in artroscopia.

 

E con questo sono finite le mie esperienze con lo sport, ci potete scommettere.

KATIKA E LO SPORT – nuoto 2

Era l’epoca di Marcello Guarducci e Novella Calligaris. Forse qualcuno di voi, qualche quarantenne, li ricorderà. Erano i miti del nuoto italiano. Guarducci era il Rosolino di oggi, anzi, molto di più.

Un bel giorno ce lo vedemmo arrivare alla nostra piscina per una manifestazione.
Doveva premiare i vincitori delle gare di nuoto nelle quali fui inserita anch’io, ma solo per far numero (ovviamente).

Eravamo tutte innamorate di Marcello Guarducci. Tutte avevamo le sue foto nel diario e i suoi poster appesi in camera.

Io le capovolte non le ho mai sapute fare bene. Mi hanno sempre messo un’ansia!! Quella per il dorso, poi, era un disastro.

E lo fu.

La giuria e Guarducci erano dall’altra parte della piscina, dalla parte dove avvenivano le capovolte.

Iniziò la gara di dorso. Guardavo la riga sul soffitto e pensavo: "Almeno una medaglia la voglio, cazzo, cazzissimo! Solo per guardarlo da vicino per un attimo!"

E ci davo dentro con le bracciate.Spataplanf. Spataplanf. Spataplanf. Spata-pata-pataplanf!Ciaf ciaf!

Toccai il bordo. Dovevo fare la virata e tornare.

Affondai.

Bevvi.

Annaspai.

Dalla giuria si precipitarono verso di me, per trarmi in salvo.

Guarducci, mi dissero, fu il primo a scattare.

Ma mi ripresi con una botta di orgoglio disperato e arrivai alla fine.


La più solenne figura di merda della mia vita. La madre di tutte le figure di merda. Sotto l’occhio delle TV locali. Sotto l’occhio di tutto il parentado e del mio mito Marcello.

 

Però…

Eravamo solo in quattro a gareggiare in quella batteria e una si fece venire un crampo verso il finale. Vinsi la medaglia di bronzo.

E Marcello lo vidi da vicino quando mi mise la medaglia al collo.

Ne aspirai il profumo quando mi diede il bacino. Era bello come il sole.

 

KATIKA E LO SPORT – Puntata3

Puntate precedenti:

Puntata 1 – L’equitazione

Puntata 2 – Il tennis

                              

IL NUOTO

Nella pausa tra tennis uno e tennis due mi sono data anche al nuoto.

All’epoca facevo il 4 liceo scientifico e il nuoto coinvolse molti compagni di scuola. Il cazzeggio cominciava già nel pullman che portava alla piscina in un paese vicino.

Durante il tragitto succedeva di tutto: scherzi, goliardate e, soprattutto,  le gare di palloncini con le bigbabol alla fragola. Ne masticavamo in quantità industriali. Un giorno me ne misi in bocca tre e feci la madre di tutti i palloncini, solo che mi scoppiò in faccia e sui capelli, che portavo – come al solito – lunghi. Chi ha avuto a che fare con le bigbabol sa che quella era la più grande delle sciagure, perché una volta sui capelli, la bigbabol non lasciava scampo. La dovetti lasciare appiccicata sulla chioma e mettere la cuffia per fare lezione. Il caldo umido, il sudore, la fisica e la chimica congiurarono alla fusione tra la bigbabol (già fusa con i miei capelli) e la cuffietta da nuoto. Insomma, dovetti correre alla reception per farmi tagliare il ciuffo su cui bigbabol e cuffietta si erano cementificati.


Un giorno il maestro decise che eravamo pronti per i tuffi dal trampolino di 4 metri.

“A te è andato in corto il cervello!” pensai “buttaci tua sorella da  lassù!”

Ci affidò al maestro di tuffi. Era un friulano enorme, ombroso e barbuto.

Ci mise in fila sul trampolino e ruggì “Ora tuffatevi, come viene!”. Io mi feci invisibile e, man mano che avanzava la fila, indietreggiavo di una o due postazioni, nella speranza di farla franca. Visto il successo dell’operazione, incrementai la portata dell’arretramento fino a raggiungere l’ultima postazione e mantenerla. Mi sentii tanto furba! Andò bene fin quasi alla fine dell’ora.

 

Fu un attimo.

Mi sentii prendere per i polsi e sollevare da terra.

Vidi le mie gambe agitarsi scompostamente nel vuoto.

Vidi l’acqua sotto di me, lontanissima. Un miraggio. L’inferno.

Sentii la mia voce dire cose che voi umani…

Sentii che mollava la presa.

Precipitai.

L’impatto di schiena e culo. Da quattro metri.

Secondo voi su quel trampolino sono più salita?

Secondo voi sono più salita su qualunque altro trampolino in vita mia?

E purtroppo non è ancora tutto…