Maschi (naaa) e femmine (ohyeah)

Ho appena trascorso una settimana in Olanda con un collega e cinque studenti (un maschio e quattro femmine, tutti di terza liceo), in visita ad una scuola di lì. I ragazzi erano ospitati dalle famiglie degli studenti olandesi.
Come al solito l’esperienza è stata illuminante. Perché? Ecco alcuni esempi riportati in maniera acritica. A voi le conclusioni.

Scena 1: Caffetteria.Coffee break delle 11. Ragazzo olandese si struscia con una mia studentessa, la quale sembra gradire. Il mio collega la prende in giro ricordandole “Ehi, tu, ma non sei fidanzata?”. Lei arrossisce e noi ridiamo. Il ragazzo olandese mi chiede di tradurre ed io, correttamente, traduco. Lui chiede conferma alla mia studentessa che, con grandissima faccia di kiulo e occhietto ammiccante, si affretta a precisare “Yes, it is true, but not this week!”

Scena 2: Ultima sera. Tutti gli studenti decidono di andare in discoteca. Tranne una. Una delle mie. Il giorno dopo scopro perché. Era l’unica ad essere ospitata da uno studente di sesso opposto. Bello. Come il sole. Uno spettacolo della natura (ecco qui non riesco proprio ad essere acritica). Quando le ho chiesto come avesse trascorso la serata mi ha risposto “Lui non aveva voglia di uscire così siamo stati in camera sua a vedere un film con altri due suoi amici. Prof., erano più fighi di lui!”

Scena 3: Questa scena avviene il primo giorno. L’unico mio studente maschio viene ospitato in una famiglia molto sorridente e molto simpatica formata da genitori, due figlie femmine (bbbone) e un maschio. Siccome quest’ultimo si alza alle cinque e mezza tutti i giorni per consegnare i giornali, suo papà, preoccupato che la levataccia del figlio arrechi disturbo all’ospite, propone al mio studente di dormire con le ragazze invece che col ragazzo.
Secondo voi cos’ha risposto?

Gli scambisti

 
Così, con una velata punta di ironica invidia, veniamo chiamati noi prof. che  ci occupiamo di progetti europei e relativi scambi studenteschi.
 
In questi giorni ho fatto la scambista, cioè mi sono occupata 24 ore su 24 di 12 studentesse norvegesi diciottenni e dei loro 4 professori, tutti provenienti da CapoNord. Ovviamente in maniera disinteressata. No, non c'entra niente il fatto che a giugno toccherà a me portare le mie studentesse a CapoNord. No no.
 
Le ragazze erano tutte molto carine e dai lunghi capelli di un biondo che neanche pensavo esistesse in natura. L’unico problema è che ‘sti norvegesi sorridono pochissimo. Sono troppo seri e chiusi.
 
Ieri  abbiamo visitato i dintorni e ci siamo portate dietro alcune nostre studentesse. L’impatto è stato moscio.
 
“Prof., ma queste qui sono senza prisho*" (*termine locale per “senza entusiasmo, simpatia, colore)

 “Bah, se mi fossi fatta un inverno a 40 gradi sotto lo zero senza mai vedere il sole avrei i coglioni girati anch’io!"
 
In realtà ci sono popoli che per educazione sono portati a non esternare mai né entusiasmo né noia. Tipo i Giapponesi, per esempio. E i Norvegesi.  Rimangono lì, così, senza accennare ad alcun cenno di reazione, qualunque cosa tu mostri loro, o qualunque cosa tu possa dire. Ti guardano facendo sì sì con la testa educatamente ma farli sorridere è un’impresa titanica.
L’unico momento in cui i prof. hanno mostrato segni di vita è stato quando su una porta del centro storico hanno un cartello con su scritto

 

FITTA

qui

 

Jens mi chiede “Che significa 'qui'?”
Io rispondo “Here!”
 
A questo punto avviene il miracolo tanto atteso. Ho osservato con crescente meraviglia prima l’angolino del labbro tremare, poi le guance cambiare assestamento e infine uno scoppio di risa (contenute, eh), mentre si davano di gomito ripetendo “Fitta here! Uah uah!”
 
Mi hanno spiegato che “fitta”, scritto proprio così, in norvegese significa passerina, patata, farfallina, insomma quella cosa lì. Grata per tutta la vita al signore che ha messo quel cartello mi sono goduta quel momento, irripetibile.
 
Oggi era prevista la visita alla nostra scuola e uno spettacolo del nostro gruppo teatrale in auditorium. Non è possibile descrivere con pertinenza lessicale assoluta che cosa non è successo quando si è sparsa la notizia che una comitiva di diciottenni norvegesi si aggirava per la scuola. Loro, le ragazze, attraversavano i corridoi come delle dee, calpestando senza pietà un tappeto di mandibole maschili cadute per terra al loro maestoso passaggio. Leggermente imbarazzate, poverine, da quegli sguardi adoranti e increduli, si sono godute sotto sotto il loro momento di gloria.
E lì mi è venuta un’idea.
Sono andata nella mia seconda classico, la classe dove ho gli studenti più svegli e più bravi con l’inglese e ho detto loro
“Ragazzi, queste qui sono un po’ mosce. Ci pensate voi a svegliarmele?”
E’ partita la standing ovation e immediatamente se le sono portate in classe, mentre io andavo a finire di organizzare la conferenza. Sono tornata dopo circa mezzora. Le ragazze finalmente sorridevano.
Morale della favola, stasera i miei ragazzi italiani e le bionde studentesse si sono dati appuntamento per uscire tutti quanti insieme, mentre noi prof. andremo a festeggiare l’avvenuta integrazione tra nord e sud dell’Europa in un nota trattoria della zona dove si mangia e si beve comediocomanda.

Interrogazioni

Secondo  classico.
Argomento: il Romanticismo inglese (in inglese):
 
Studentessa: “Nel periodo del Romanticismo si affermò la convinzione che l’immaginazione, l’emozione, le forze legate alla parte irrazionale della mente umana avessero un ruolo fondamentale nella comprensione della realtà, perchè consentivano all'uomo di andare oltre lo strato superficiale delle cose. Ciò avvenne anche perchè  ci si rese conto che la ragione da sola non era bastata a capire e risolvere i problemi dell’uomo nell’epoca precedente…”
 
La interrompo, colta da improvvisa curiosità. Voglio sapere se, al di là del blablabla, c'è anche capacità di ragionamento.

“Sei d’accordo con questa visione?”
 
“No, prof.”
 
“Cioè non credi che sia vero che cose come intuito, sensazione, emozione, irrazionale, possano a volte offrirci delle chiavi per andare nel profondo delle cose?”
 
“No, prof. io credo che la ragione sia ampiamente sufficiente”
 
“Come mai?”
 
“Il mondo è molto più semplice di come ce lo dipingiamo, prof.”
 
“Quanti anni hai?”
 
“17”
 
“Già, sei molto giovane, in effetti. Ma dimmi non ti è mai capitato di agire d'istinto? O di fare scelte di pancia più che di testa?"

"Non saprei. Ma credo di no"

"TI piace qualcuno in questo momento?”
 
“Avoglia!”
 
“Ed è uno che tu razionalmente ritieni adatto a te? Cioè, prima di dare il permesso al tuo cuore di battere hai atteso l’ok della tua razionalità? Allora sarai riuscita a non soffrire mai per amore!”
 
Dai banchi le voci dei compagni:
“BUAHHHHH. Prof. sono tre anni che muore dietro a uno di quinto anno!”
 
 “Vabbè, prof. che c’entra? Qui si stava parlando di filosofia. Eravamo su un piano puramente teorico”
 
“Credi davvero che sia solo filosofia? E poi la filosofia non riguarda la vita e le esperienze umane?”

“E’ che prof. io credo sempre che alla base di tutte le esperienze ci debba essere la conoscenza, che è una facoltà meramente razionale. Se io una persona non la conosco a fondo non posso perderci la testa.”
 
“Quindi non credi che alla conoscenza si possa giungere, talvolta, anche attraverso dei processi meramente intuitivi? Come la mettiamo, per esempio, con la circostanza che a volte spesso sono stati il motore di scoperte scientifiche o matematiche? Sai che i processi intuitivi sono stati rivalutati da correnti filosofiche, tipo la Gestaldt, nella spiegazione del mondo o delle dinamiche sociali?”
 
“Sarà pure così. Ma per me la realtà è quella che mi appare e che riesco a decifrare razionalmente. Perché mi devo stressare a cercare i significati profondi? Che necessità c’è di vivere perennemente nel dubbio? Distinugere reale da apparente, leggere tra le righe di tutto. Mi rifiuto di credere che il dubbio sia parte integrante della condizione umana. E le ripeto: io sono convinta che la vita e il mondo siano molto più facili di quanto ce li vogliamo dipingere”
 
Lei dubbi non ne ha affatto.

Io sì:  che abbia ragione lei?

thank you willy, part 2

“Ragazzi, mi dite qual’era la ricetta per essere un tipico soggetto da sonetto, vale a dire una perfetta donna angelicata?”

"Non darl…essere irraggiungibile"

 “Rappresentare la perfezione sia dal punto di vista morale che fisico. Del resto, attraverso la venerazione per la donna il poeta venerava la Madonna”

 "Scemo, quello succedeva in Italia, qualche secolo prima. In Inghilterra, in epoca elisabettiana si passa dal culto della Virgin Mary a quello per la Virgin Queen, cioè Elisabetta"
 
“Buoni, ragazzi. E per quanto riguarda le caratteristiche fisiche?”
 
 “Be, prof., minimo doveva essere eterea, possibilmente bionda”
 
“Procediamo per similitudini, tanto le tradizioni cortesi le conoscete”
 

“La pelle bianca come la neve”
“La bocca rossa come una rosa o il corallo”
“Le guance rosate, come pesche”
“Capelli come oro”
"…o come seta"
“Portamento leggiadro”

 
"Allora, Shakespeare un giorno scrive un sonetto e lo dedica, come molti altri, ad una  Dark Lady".
 
“Ma come prof., pure allora?”

 
“Pure allora cosa?”
 
“C’erano i dark? E che ascoltava pure i Cure?”
 
“Si vabbè, battutona. Dai su, andiamo avanti. In questo sonetto il poeta traccia un profilo  della dama in questione. Vediamo come ce la descrive, questa bonazza"

My mistress' eyes are nothing like the sun;
Gli occhi del la mia donna non sono come il sole;
                                                                                          
Coral is far more red than her lips' red;
I l corallo è assai più rosso del rosso del le sue labbra;
                                                                                          (cominciamo bene, prof)
If snow be white, why then her breasts are dun;
Se la neve è bianca, perché allora i suoi seni sono grigi ;
                                                                                        (bleah! ma dove vuole arrivare?)
If hairs be wires, black wires grow on her head.
Se i capelli sono setole, nere setole crescono sulla sua testa.
                                                                                           (uhuh! Zio willy era in cerca di guai!)

I have seen roses damask'd, red and white,
Ho visto rose damascate, rosse e bianche,
 
But no such roses see I in her cheeks;
Ma tali rose non vedo sulle sue guance;
 
And in some per fumes is there more delight
E in alcuni profumi c’è più delizia
 
Than in the breath that from my mistress reeks.
Che nel fiato che dalla mia donna esala.
                                                                                              (nooo, c’aveva pure la fiatella!ma che schifo!)
 
I love to hear her speak, yet well I know
Amo sentirla  parlare, eppure ben so

That music hath a far more pleasing sound.
Che la musica ha un molto più gradevole suono.
                                                                           (prof. ma che vuol dire, che c'aveva pure la voce da gorilla?)
I grant I never saw a goddess go,

Ammetto che mai vidi una dea camminare,

My mistress, when she walks, treads on the ground.
Ma la mia donna, quando cammina, calca la terra.
                                                                                        (prof, ma questa era un cesso!)
 
And yet, by heaven, I think my love as rare
Eppure, in nome del cielo, penso che il mio amore sia  tanto raro
As any she belied with false compare
Quanto qualsiasi donna falsamente decantata
 
"Ok, ragazzi, ditemi: secondo voi che cosa vuole farci capire il poeta?"
 
“Che c’è speranza per tutte, prof!”

OK, diciamo che hanno saltato dei passaggi importanti e sono arrivati subito alle implicazioni sul piano pratico, ma dopo questo commento non c'era veramente altro da dire. Fine della lezione.

MA ‘STI POETI ROMANTICI ERANO DAVVERO COSI’ ROMANTICI?

Dalle interrogazioni di oggi risulta che, per il vecchio S. T. Coleridge, i marinai hanno il pisello grigio. Spiego meglio: il protagonista della famosa  “Rime of the Ancient Mariner”, è un vecchio e misterioso marinaio. Per conferire al personaggio tratti quasi sovrannaturali, il poeta si guarda bene dal farne una descrizione realistica  ma fornisce solo tre particolari: mano scarna, occhi scintillanti e, soprattutto,  barba bianca. Ma, ahimè, grey beard  (corrispondente a  barba bianca in inglese) si presta a scivoloni clamorosi nella pronuncia, da parte degli studenti. Quello interrogato oggi, infatti, ha continuato a parlare di un marinaio con un grey bird, con candida inconsapevolezza.
 
Come se ciò non bastasse, nella stessa ballata c'è pure un albatross, definito dall’incauto poeta come “the bird of good omen”, nella traduzione, ri-ahimé, “uccello del buon auspicio”. Lascio immaginare.
 
 
E siccome non vogliono farci mancare proprio niente, per l'altro grande romantico, Wordsworth, i curatori dei libri di testo pensano bene di includere nella ristretta selezione delle opere “I wandered lonely as a cloud” (meglio conosciuta come “The Daffodils” ). Il momentaccio sopraggiunge laddove l'autore afferma che un poeta, alla vista di quella bella distesa di fiori gialli, “couldn’t be but gay” .
 
Naturalmente prima che la prof. faccia in tempo a fugare qualunque dubbio, c’è sempre  lo sciagurato di turno che, ridacchiando, crede di fare la battuta del secolo, ignaro delle  italiche generazioni di adolescenti come lui che hanno fatto per anni la stessa battuta allo stesso punto:  “Ma-come-li-chiamavano-così-già-da-allora?”, a volte sostituita con "E-per-forza.Uno-che-passa-il-tempo-a-guardare-le-margheritine-che-altro-può-essere?"
 
NO, che non li chiamavano così, NO, che non erano margheritine ma giunchiglie. Non serve a niente rettificare. Il loro bel momento goliardico se lo devono godere tutto. Del resto, mica è colpa loro, o no?

 

ORA CHE MI CACCIANO CE L’AVETE UN LAVORO PER ME, SI?


Tanto per smorzare il tono da librocuore dell’ultimo post e per dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che  quando voglio posso essere una grande bastarda, ora vi racconto questa.
 
In una delle due quinte che mi hanno appioppato quest’anno come pegno per aver ottenuto il classico, c’è una ragazza che viene affettuosamente soprannominata “la Iena” per l’acidità che manifesta nei confronti di compagni e professori. E’ piuttosto brava e credo ci sia del buono in lei, da qualche parte, ma va sgrezzata parecchio.
All’ultimo compito le ho messo 9. Il giorno della consegna è venuto a prenderlo alla cattedra, ha visto il voto ed  è tornata a posto facendo il segno del dito medio ai compagni, avendo cura di sventolarlo  per qualche minuto, pur essendosi accorta che la stavo osservando.
Ora, cara la mia stronzetta, vediamo un po’ dove arrivi, mi sono detta.
 
"Iena, le dico, ma ti sembra il modo di festeggiare?"
 
"Perchè, prof, che sto facendo?"
 
"Come, che stai facendo? Quel dito medio lì ha un messaggio molto chiaro ma è assolutamente fuori registro. Puoi farlo per strada, se vuoi, ma non in classe e di fronte a me."
 
"Embè?"
 
"Come embè! Non devi dirmi niente?"
 
"E che le devo dire?"
 
"Magari puoi fare le tue scuse ai tuoi compagni e a me."
 
"E perché, che ho fatto?"
 
Aridaje!
 
"Ascolta, cara Iena, tu puoi pure studiarmi bene Harold Pinter, sapere  a memoria ‘The Caretaker’ e prendere 9 o 10, ma se non conosci i rudimenti della buona educazione, e parlo dell’ABC, proprio, umanamente dimostri di essere 0, mi spiego?"
 
"Professoressa, io non ho fatto niente di male, facendo quel gesto! Mica era diretto a lei!"
 
Ri-Aridaje
 
Lascio perdere. E’ come combattere contro un muro. Ma che fare? Note non ne metto per principio. Un cazziatone non sarebbe recepito. Perciò lascio stare, sperando che mi capiti l’occasione per farle arrivare il messaggio.
 
Il giorno dopo interrogo.
Tra i malcapitati, estratti a sorte, c’è lei.
Le faccio una domanda e, con l’aria innocente di una santamariagoretti, in attesa della risposta faccio il gesto del dito medio, sorridendo con aria complice alla classe e chiarendo "Non è rivolto a te, sai?". Lei sbianca. E farfuglia al risposta.
Le faccio un’altra domanda e poi ancora il dito medio alzato.
I suoi compagni all’inizio sono sorpresi ma poi cominciano a capire dove voglio arrivare.
Lei cerca d’incassare il colpo come può. E’  intelligente, vedo nei suoi occhi la resa. Decido che può  bastare e smetto di fare la  carogna. Voglio  che renda al massimo per l’interrogazione, che  procede da lì in poi come al solito.

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Sono in attesa di sviluppi.

Che potranno essere due, o mi mandano un ispettore in classe o la iena il dito medio non lo farà più.

PRIORITA’

M’hanno detto che t’hanno vista con tua madre ieri.

Si aggrappava a te mentre la sorreggevi, perchè ormai si sta spegnendo lentamente, inesorabilmente.

M’hanno detto che sei tu, ormai, che ti devi occupare di lei e delle sue flebo, dei tuoi fratelli, di tutto.


M’hanno detto che t’hanno vista piangere in silenzio, mentre prendevi lo zainetto dal motorino.

Da allora ho preso a guardarti di sottecchi.  L’espressione concentrata sul libro, lo sguardo sul quaderno mentre prendi appunti velocemente su tutte le minchiate che dico, mentre il tuo volto in controluce è di una dolcezza inaspettata, perché dovrebbe esserci rabbia  sul tuo viso e invece c’è solo tanta stanchezza.
Eppure, hai ancora la voglia di alzare la mano per  intervenire e rispondere alle mie domande, facendo uno sforzo enorme per parlare in quell’inglese che nessuno ti ha mai insegnato (troppo precariato nella scuola, troppi supplenti si sono succeduti mese dopo mese, per anni,  prima che a settembre diventassi la vostra prima prof. stabile).

Oggi ti ho interrogata. Ti ho messo un po’ più di quanto meritassi in termini strettamente oggettivi.

Io che mi illudo di saper valutare in maniera giusta, oggi ho mandato all’aria tutti i miei bei criteri di obiettività, tutta la teoria. Forse è vero che arriva sempre il momento della parzialità e della soggettività. Forse è vero che non esistono professori totalmente e infallibilmente imparziali.
Ma è la vita vera a reclamare, a volte, uno sconvolgimento delle regole, o, almeno, questa è la giustificazione che mi do.
Eppure sento di non averti regalato niente e forse so anche il perché.
Sento che la felicità di quel nove non la devi alla mia pena per la tua storia, ma ad un ragionamento che ho sentito di pancia prima che di testa.
 
Perché diciottanni sono troppo pochi per reggere sulle spalle il peso che stai portando tu e nello stesso tempo avere ancora voglia di sapere chi era Oliver Twist. E quello che tu sapevi te lo sei conquistato coi denti strappando un po’ di tempo ai tuoi guai e sfruttandolo al massimo.
 
Perché non posso ignorare che a casa ti attendono ogni giorno l’irreparabile e la sofferenza mentre a scuola ritrovi un po’ di te stessa e forse un filo di speranza. E tu la speranza la devi coltivare.
 
Perché ho capito una cosa importante: mai come per te si può dire che studiare significa vivere. E allora che tu possa vivere felice, almeno qui, nella tua scuola, e vaffanculo alla matematica e ai numeri.
 
Che sarò rompicoglioni, ma un cuore tenero ce l’ho pur’io.

PICCOLI LICEALI CRESCONO OVVEROSSIA IL “DURO” INNAMORATO

Se ne sono andati tutti via, all’università, quelli del terzo classico dell’anno scorso. Miriam, il Duro, Anna la Spagnola, il Futuro Dottore che cuce i polli (questa poi ve la racconto), Gatta Ferita (che è rimasta ferita), e tutti gli altri. Sono un po’ in Bocconi, un po’ in Cattolica, chi a Parma, e chi nell’università vicina.
Ma rimangono sempre liceali nell’anima, se sentono ancora certi legami. Sono tornati per qualche giorno. Mi hanno chiamato “Prof, siamo qui, le va di uscire con noi stasera?”
Mollo tutto e vado, naturalmente.
Erano un fiume in piena. Dalla postazione a capotavola, dove mi sono strategicamente collocata per guardarmeli tutti, li osservavo mentre mi raccontavano delle loro nuove vite, sovrapponendo le voci, le esperienze, le novità, i piccoli traumi della lontananza da casa. Li guardavo e mi beavo di loro, amandoli più che mai.
Chi sta imparando a cucinare, chi è pieno di brufoli perché sa fare solo la pasta con la panna (bleah!), chi rimorchia le ragazze solo per impietosirle e convincerle a stirare per lui, chi si perde per Milano e va a lezione in taxi tanto papà c’ha i soldi, chi ha trovato lavoro per mantenersi, chi racconta delle manie di certi baroni universitari, chi piange per un amore finito a causa della distanza.
Il Duro è uno di questi. Mentre gli altri fanno caciara e brindano gli chiedo come va con Valentina, sua compagna di classe con la quale durante gli ultimi mesi di scuola era scoppiato l’amore che strappa i capelli. Valentina è una ragazza molto bella ed è una creatura predisposta all’allegria. Insieme erano strepitosi.
Lui era diventato una mammoletta tenera e disarmante. Un metro e ottanta di felicità e di sorrisi. Una metamorfosi pazzesca. Quando mi raccontava com’era successo che si era accorto di lei e di come fosse scoppiata la passione non credevo davvero che mi stesse raccontando così i fatti suoi, dato il suo caratteraccio. Li immaginavo ancora a sprizzare cuoricini intorno a loro, invece:
 
“Tutto finito, prof.!”

“E tu come stai?”
 
“Di mer…male, prof..”
 
Lei è andata a studiare in una città lontana. Col suo carattere caciarone e gaudente se la starà spassando alla grande, come è pure giusto che sia, e avrà capito che la sua nuova vita non era compatibile con una storia seria dall’altra parte della penisola.
Ma lui sta soffrendo moltissimo. Mi chiede consigli.
“Cosa faccio, prof., la chiamo?”
Mi fa leggere un sms di una liceale che lo sta inseguendo e mi chiede “Prof., io quasi quasi ci sto così la faccio ingelosire!”
Io sono fuori da certe dinamiche da un pezzo, non so che dirgli. Navigo a vista e vado giù d’istinto.
Gli dico che l’arma della gelosia si rivela una buona tattica solo se dall’altra parte c’è ancora tanto sentimento, ma se ne è rimasto poco allora può solo consolidarne la  fine.
Al momento dei saluti, mi sussurra in un orecchio: “Prof, se le capita di parlarle può vedere di riuscire a capire cosa è successo? Perché mi ha mollato?”
Non ho il coraggio di dirgli quello che già so, cioè che i rapporti a distanza alla sua età sono quasi sempre destinati a finire, soprattutto quando c’è di mezzo uno sconvolgimento grande, come una nuova vita da universitari.
Gli ho risposto che proverò a sentirla per fare due chiacchiere, ma niente di più.
E nella foto che hanno pubblicato su fb per celebrare la serata lui ha stampato in faccia quel mezzo sorriso triste, da uomo ferito.

Quasi quasi ora lo chiamo

PER LA SERIE: GRAZIE DI ESISTERE!

Lezione in I classico.

Sto spiegando l’amore cortese e perciò scrivo alla lavagna la traduzione inglese di “donna angelicata”, cioè

 
angel-like woman
 
In quel momento rientra dal bagno colui che, per l’aria vagamente stordita che lo contraddistingue, viene soprannominato Mr.Magoo.
Guarda la lavagna.
“Eh, eh, modestamente, prof.!”  ammicca con l’aria da classico macho italico in costruzione che, mentre s’ammazza di pippe, deve pur cominciare ad inventarsi una reputazione in qualche modo.
 
Solo dopo esserci ricordati del suo nome di battesimo, Angelo, abbiamo finalmente capito il senso del suo commento: nella sua beata inconsapevolezza s’era tradotto la frase con “Ad Angelo piacciono le donne”.
 
Ché noi se non son geni non li vogliamo mica, neh?
 

Giovani Promesse

Oggi la professoressa di lettere di una delle mie due prime classi mi ha fatto leggere un tema che parlava di me.

L’autore del compito, ragazzino di intelligenza prodigiosa e indiscutibile perspicacia, come potrete di qui a poco notare, ha esposto dapprima le caratteristiche fisiche della sua professoressa d’inglese, partendo dall’altezza e finendo con la costituzione fisica. Secondo questo geniale e promettente giovine, io sarei “di altezza media” (DI ALTEZZA MEDIA! CAPITE, RAGAZZI?) attribuendomi 10 cm in più,  avrei 12 anni di meno di quanti io in realtà ne abbia e sarei dotata altresì di un bel fisichetto. Caro, caro, caro, fanciullo. Cresci bene che poi ti sposo.

Il caro letterato in erba si è poi dilungato nel paragonare i miei capelli ad “un manto di nera seta” che mi “ricade sulle spalle, illuminandole”; per questo piccolo poeta pieno di talento i miei occhi “sono dolci e vivaci”e la mia voce “particolarmente soave”; secondo questo piccolo fashion guru io vestirei “in maniera un po’ eccentrica” e il mio “ombretto è sempre intonato al colore dei vestiti, e varia dal viola all’azzurro, dal marrone al verde”.  L’arguto virgulto proiettato verso un futuro di sicuro successo non ha dimenticato di fare menzione della “simpatia e capacità di sdrammatizzare i momenti più tesi”, riuscendo a farli “ridere persino durante le temutissime interrogazioni”.

Caro, caro, caro piccolo amatissimo intelligentissimo ragazzo. Ah!
 
NO! NON SAPEVA, E NEANCHE LONTANAMENTE SOSPETTAVA, CHE LA SUA PROF. DI ITALIANO MI AVREBBE FATTO LEGGERE IL SUO COMPITO!

Anzi, se venisse a sapere come l’ha sputtanato s’incazzerebbe.
 

Ecco.

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Update.

Ok, ok. Ora vi dico la verità. Trattavasi di un compito in classe che aveva l’obiettivo di fare esercitare gli studenti sulle argomentazioni di tipo descrittivo. Ma comunque, il fatto che si tratti per lo più di mero esercizio stilistico nulla toglie al mio indiscutibile fascino.

Tipo quello che sprigiono nei miei eventi di vita mondana, come quello di oggi:

La Raccolta delle castagne 2

La raccolta delle castagne