VOTATE LA RISPOSTA

Circa un mesetto fa ero spanciollata sulla panchina sotto al portico a bermi una birrozza fredda in attesa che si riscaldassero le polpette  che mi ero fatta per cena, quando vedo arrivare un macchinone decappottabile. Ne scende una signora dal vago aspetto straniero. Senza neanche salutare comincia a parlarmi in inglese, chiedendomi indicazioni stradali per raggiungere il trullo B&B che avevano prenotato per le vacanze. Vincendo la tentazione luciferina di fingere di non parlare inglese (e che cacchio, cosa dai per scontato? Chiedi, prima, no? vabbè) mi interesso al loro caso umano. Sono una coppia di tedeschi di mezza età, arrivati proprio quella sera per la vacanze. Solo che io non ho mai sentito parlare del B&B né conosco la strada indicata sull’indirizzo, perciò entro in casa e telefono. La proprietaria mi dice di farli aspettare lì ché li verrà a prendere al più presto, circa 20 minuti.
Hanno l’aria stanca e li invito a mettersi comodi sotto al mio porticato. Mi rispondono che preferiscono rimanersene in macchina. Nel mio cortile. Tanto hanno la decappottabile e possono guardare le stelle.
Dovendo fare i conti con la stranezza della situazione, cioè loro in macchina ad un paio di metri di distanza da me che sono in poltrona a bere birra e troppo imbarazzata per apparecchiare e mangiare proprio davanti a loro, cerco di ovviare offrendo loro una bella birra ghiacciata. Sono tedeschi, apprezzeranno, mi dico, anzi, probabilmente mi diranno batti cinque sorella!
Invece lui, trafiggendomi con un’occhiatina un filo canzonatoria risponde:
 
“Non possiamo, dobbiamo guidare. Sai da noi non si usa bere se poi devi guidare”
Caro, penso, ora te ne vai affanculo te e tutta la razza tua.
 
Poi, guardando con sospetto casa mia, mi fa:
 
“Ma cos’è, un albergo questo?”
“No” rispondo
“Neanche un ristorante?”
“Ma no, perché?”
“Mah, è così grande… e poi, visto che volevi darci da bere ho pensato che ci volessi al tuo ristorante…”
“Ma no, stavo solo cercando di essere gentile”
E uno.
 
Ad agosto ho incontrato per la prima volta una coppia di deliziosi cinquantenni belgi, amici di una mia amica toscana che mi ha chiesto di aiutarli a cercare un trullo con uliveto. I due m’hanno fatto subito simpatia. Mi hanno raccontato che l’anno prossimo vanno in pensione (e qui tralascio i sentimenti di invidia verso un paese dove è ancora possibile andare in pensione, a cinquant’anni, poi, ma vabbè) e hanno deciso di ripartire daccapo inventandosi una vita nuova. Innamoratisi della puglia l’anno scorso quando sono venuti in vacanza, hanno pensato di darsi alla produzione di olio e aprire un B&B. Questa la premessa.
Siccome parlano solo fiammingo e appena un po’ d’inglese, li ho portati in giro presso le varie agenzie immobiliari e ho fatto loro da interprete, fino a quando non ho trovato un agente immobiliare che parlava inglese e li ho mollati a lui. Il secondo giorno il belga mi sorprende con una domanda:
“Senti, ma tu non ci conoscevi fino a ieri eppure stai facendo tutto questo per noi. Perché lo fai?”
Mi sento presa completamente contropiede, ci deve essere per forza un motivo, se me lo chiede. E qual è? E come si fa a trovare un motivo ad un comportamento che per te rientra nella normalità?  Mica lo so. Non ci ho mai pensato. E infatti faccio la mia figura da beota balbettando semplicemente
“I don’t know”. Non lo so.
E due.
 
Allora sorgono spontanee le seguenti domande:
 

  1. Sono io troppo gentile per gli standard nordeuropei?
  2. Siamo noi Italiani ad essere troppo gentili per gli standard nordeuropei?
  3. Sono i nordeuropei ad essere poco gentili?
  4. O stiamo perdendo tutti il senso umano della solidarietà, per cui il semplice dare una mano a chi ne ha bisogno  (che si tratti di una birra fredda o un servizio di interpretariato) risulta un comportamento fuori dalla norma che richiede una spiegazione?

 
Mia nipote di dieci anni mi ha detto che vale la numero 3.

IDER,AIDER,NIDER,NAIDER… LET’S CALL THE WHOLE THING OFF

Per tutta una serie di circostanze legate ai miei studi e alle mie esperienze di lavoro precedenti all’insegnamento, mi ritrovo a parlare un inglese dal vago accento americano. Cioè, se parlo senza pensare mi viene quello.
 
Ecco, non ci sarebbe niente di male se non fosse che periodicamente mi tocca incassare qualche commento da parte di alcune colleghe “puriste”. Anni fa, quando insegnavo in un’altra scuola, una collega, nata a Bristol da emigrati italiani, mi chiese inorridita: “Ma è questo che insegni ai ragazzi? Questo è  AMERICANO! Tu devi insegnare l’INGLESE e sforzarti di parlare con accento british!”
Piccata dalla sua scarsa delicatezza, le risposi sottolineando che, primo, quando mi sono laureata nessuno ha avuto da ridire sul mio accento; secondo, quando ho sostenuto l’esame per l’abilitazione la  commissione mi ha ritenuta ADDIRITTURA idonea all’insegnamento; terzo, a differenza sua,  l’inglese che io parlo me lo sono conquistato attraverso studio, permanenze all’estero e lavoro in aziende americane e che, quarto, lei non doveva permettersi di sputare sopra ai miei sacrifici per una sua fissazione; quinto,  l’americano è la lingua di internet e comunque con una sua dignità.
Naturalmente, non la convinsi affatto, anche se non fece più commenti del genere.
Quell’evento, mi disturba ammetterlo, un po’ mi ha destabilizzato. Da allora, ogni tanto mi chiedo se non debba sforzarmi di modificare il mio accento quando insegno, soprattutto adesso che lavoro anche al linguistico con un lettore madrelingua very british. Per ora ho deciso di fottermene e fare quello che mi viene meglio, ma notare ogni tanto i sopraccigli alzati di qualche "pasionaria" della Union Jack riesce ancora a darmi una punta di fastidio.

paradossi

“In che condizioni era il corpo?” (deficiente, dopo 42 giorni in un pozzo come vuoi che stia?!)
“E la mamma come sta?” (come tua madre, pezzo d’animale)
 
In questi giorni tristi  l’unica frase eticamente sensata è provenuta dai carcerati:
 
“Lasciatelo a noi!”

Il Cortile della mia scuola

Da sempre, con la sua placida imponenza, assiste allo scorrere di generazioni di studenti, diversi eppure sempre uguali, ascolta indulgente i loro schiamazzi, solidarizza coi loro piccoli grandi drammi.
Guardiano silenzioso del loro passaggio all’età adulta, simbolo totemico del loro processo di crescita, perfetto con la sua simbologia assiale proiettata verso l’alto ma con radici ben salde nella concretezza della terra.
Ecco, a me pare che mai come in questo luogo lui acquisti un senso.

olivetree

AH, che dolor!

Essere tornata single (almeno temporaneamente) si è rivelata  un’esperienza piuttosto istruttiva.
Ero abituata al zitellaggio temporaneo, ma si trattava di pochi giorni.
Ora sono due mesi a botta. Sufficienti per capire come funziona la faccenda delle donne sole, anzi, che rimangono sole.
Il primo shock è re-imparare a risolvere tutti i piccoli e grandi grattacapi della gestione della casa, dalle bollette al lavandino che si ottura, dall’armadio che si rompe ai sacchi di croccantini canini da caricarsi in spalla, dalle decisioni importanti a quelle meno, tutto è affar tuo.
E poi c’è la parte affettivo-sociale.
Ho capito cosa succede alle donne che, per esempio, divorziano o si separano dopo lunghi anni di vita di coppia. Dopo anni di matrimonio inevitabilmente si finisce per stare con altre coppie. Bene, quando una donna rimane sola, le coppie continuano a frequentarsi tra di loro ma lei non è più titolata per esserci. Per carità, alle ricorrenze viene regolarmente invitata, ma nelle attività comuni, le uscite del weekend, eccetera no. Ma non lo fanno intenzionalmente, per loro è naturale e normale così. Con la donna rimasta sola rimangono sempre molto affettuosi e carini.
Questa situazione, perciò, la conduce pian piano verso la rivelazione della  perdita di individualità che si verifica quando si è parte di una coppia molto affiatata, quando si viene percepiti  come un due, non come un uno.
Adesso occorre fare un distinguo tra la donna sola a tempo indeterminato e quella a tempo determinato. Nel primo caso, una può cambiare frequentazioni, darsi una risistematina, rimettersi sul mercato e  zoccoleggiare: insomma, bene o male trova sempre le porte aperte dappertutto.
Ma nel caso della donna sola a tempo determinato (che da ora in poi, per brevità, classificheremo come Donna STD), è come essere collocate in stand-by, o come essere ibernate in attesa di tempi migliori. Per esempio, se la Donna STD invita a cena gli amici accoppiati, può capitare  che la risposta sia: ma no, dai, LUI  non c’è, rimandiamo a quando torna. E non è da imputare neanche alla scarsa reputazione come cuoca, visto che la risposta vale anche con il barbecue. La Donna STD in questo caso non deve pensare a quando era una giovane fringuella e a casa sua era un viavai continuo di gente, piena di musica e casino a tutte le ore. Com’è possibile, potrebbe chiedersi, che allora sì e adesso no? Allora era naturale e adesso pare strano? La DonnaSTD potrebbe rimanerne disorientata.
Quando è stato che ho cominciato a delegare al noi come coppia la rappresentazione del me individuo? potrebbe chiedersi. E' perché diamo l’idea del team affiatato e indissolubile? potrebbe azzardare. Omioddio, ho perso carisma? potrebbe ipotizzare. O mi trovo davanti ad una mentalità un po' strana? potrebbe sperare.
 
A quel punto, per rincuorarsi un po',  la Donna STD non deve far altro che dirigere lo sguardo verso i mozziconi nel caminetto, le bottiglie vuote nel lavandino e i cartoni vuoti e unti delle pizze, e ringraziarsi per aver sempre conservato un angolino per se stessa, popolato da un paio di amiche di sempre e da pochi vecchi compagni di liceo. Con loro lei ci è sempre uscita da sola (lui ha sempre capito e ha lasciato fare) e quindi ora non vedono la differenza. E adesso ci pensano loro a metterle sottosopra la casa e a rintronarla di cazzate.
Meno male.

DOTTE DISQUISIZIONI (MANDATE I BIMBI A NANNA)

 
Chattare con la xan è un’esperienza che può assumere dei contorni surreali, se non si tengono i sensi allertati. Basta una svista di un secondo e ti ritrovi nella cacca.
 
L’altra sera, a conclusione di un interessante scambio di vedute a proposito di alcuni romanzieri israeliani,  le scrivo che stavo per andarmi a  mettere il pigiama addosso e il bite in bocca (ogni tanto digrigno i denti di notte) e poi a nanna.
Lei mi dà della troia.
Io di default prima le do del puttanone e poi le chiedo perché. Mi ha spiegato che bite in francese significa “cazzo”. Di lì poi a darmi la buonanotte con
“Vatti a mettere il bite in bocca”
è stato un attimo. Solo che non ha scritto "bite", ma la sua traduzione, dal francese.
Sto meditando vendetta.

 
Curiosità dottamente filologica: dalle mie parti “cazzo” vuole ANCHE significare l’atto di chiudere la mandibola, l’occlusione dentale, il masticare. Non è raro, infatti, sentire qualche vecchietto lamentare in dialetto: “non posso mangiare il torrone perché non ho il cazzo buono” senza timore di causare ilarità.
Ricapitolando:
“Bite” in inglese vuol dire morso.
“Bite” in francese vuol dire cazzo.
“Cazzo” da noi vuol dire morso e cazzo, praticamente riassumendo con una sola parola il senso francese e quello inglese. Devo solo capire che giri tortuosi hanno portato a questi incroci.
Mi gira la testa.

PEACE AND LOVE

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Festa paesana nella piccola contrada.

Profumo di salsiccia alla brace e di vino fatto in casa, dignitosissimo.

Un’orchestrina suona la pizzica sulla piazzetta della minuscola chiesa. All’inizio non si alza nessuno a ballare se non qualche bambina e un paio di vecchiette. Poi arriva un anziano signore, curvo come solo chi ha passato la gioventù a zappare, si regge in piedi a stento ma la pizzica la deve ballare, come se fosse parte del proprio DNA e al DNA non si comanda. Accenna a qualche passetto, piano, senza strafare, e sorride a qualche signorina facendo con la mano grossa un cenno d’invito. Vieni, vieni, è facile, sembra dire. E a poco a poco l’aia si riempie di persone. Dopo i primi passi di danza vedi sui loro volti  l’estraneazione, negli occhi la fascinazione collettiva indotta da questa danza pagana fatta di grazia impudente e ritmo ipnotico. Riconosci i vecchi contadini che erano già vecchi quando eri piccola e i giovani nipoti tornati dalla svizzera per la festa; ragazze tue coetanee con le quali andavi all’asilo, ormai madri di figli grandi; turisti stranieri capitati lì per caso e villeggianti affezionati che vengono dalla città. Sono lì a ballare e  a dare la propria personale interpretazione della pizzica, ché la pizzica è bella perché è di tutti e nessuno lo sa (ecco, magari il signore tedesco aveva un po’ troppo in mente le danze bavaresi, ma era tanto carino lo stesso).

C’è l’allegria delle cose semplici. La musica è fatta sempre dai soliti due accordi eppure va bene così, non potrebbe essere altrimenti. Il ritmo aumenta ad ogni brano, fino alla catarsi del pezzo finale dove tutti si abbracciano esausti, con la nuova complicità che si instaura tra iniziati.

Dicono che la pizzica oggi abbia perso la sua connotazione terapeutica a favore di quella ludica, ma io non ci credo, non l’ha persa.  Perché stasera io mi sento davvero in pace col mondo.

E PASSO PER UNA TOSTA

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Voi direte che sono sentimentale.

Che sono una vecchia babbiona smollicciata.

Che sono ormai andata.

Però, che vi devo dire, quando ho lurkato sul gruppo che la mia classe preferita ha aperto su FB e ho visto che l’immagine scelta per rappresentarli era una foto allegrissima (scattata durante il viaggio distruzione) con tutti loro assiepati intorno a me, ecco, il cuore mi si è intenerito di brutto.

PROF IN STEREOFONIA

Hai capito questi?
Prima mi danno dell’antica e poi passano i pomeriggi con me a chattare su facebook.

Oggi per esempio chattavo contemporaneamente con due studenti, balzando come una pazza dal sacro al profano e viceversa.
Una mi raccontava gli ultimi spetteguless su Madamefigà e con l’altro ci dicevamo quanto ci piace l’Antologia di Spoon River.
Questi mi stanno facendo diventare scema.

DEL PERCHE’ NON VORREI ESSERE ALTRO CHE UNA PROF

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La mia classe più bella in assoluto è quella del terzo liceo classico (che corrisponde al quinto anno).

Io quando sono lì da loro sono felice.

Sono scema? Forse.

Li amo come fossero miei. Ognuno ha una sua storia e prima o poi finisci per conoscerle tutte, le loro storie. C’è chi ha i genitori divorziati, c’è chi ha perso il papà e chi la mamma, c’è chi ha l’anoressia, c’è chi è povero, c’è chi non ha niente ed è felice e chi ha tutto e non lo è, c’è chi ha tutto ed è felice, c’è chi si è visto soffiare la ragazza dal compagno di banco,  c’è la violinista e c’è la pianista, c’è il campione di pallamano, c’è il trombeur de femmes, c’è la verginella piangente e c’è la maddalena lussuriosa e scollata, c’è quello che "prof.ma lei se l’è mai fatta una canna secondo me sì", c’è quella che guarda sempre come sono vestita e il giorno dopo mi copia, c’è quella che "prof.come sono infelice il mio ragazzo mi ha lasciato e s’è messo con quella troia di mia cugina" e poi a sera mi manda un sms  con su scritto "grazie prof. le voglio bene" e io le voglio  bene di più  perché mi ha risparmiato le siglette  TVB LVB TVTB eccecc che io non sopporto.

L’armonia che c’è fra noi è tangibile perché la puoi leggere sulle loro facce quando siamo insieme. Hanno  fiducia in me, e mi fa quasi paura. Si lasciano guidare nei meandri insidiosi della letteratura in lingua straniera e mostrano curiosità. Sono intelligenti e per questo non perdonano la stupidità e l’inefficienza. Lavorare da loro è una sfida perenne perché hanno appreso fin troppo bene che il sapere non è mai a compartimenti stagni ma ha una natura che vaga attraverso vari mondi e percorre tutte le discipline. E allora ti puoi pure permettere le avventure più inusuali e  godere come una caimana mentre discutono e si azzuffano per cercare i collegamenti tra einstein e la pittura cubista, per esempio. O attraversare le letterature e i miti  per scoprire che l’impianto psichico degli uomini dev’essere un po’ uguale dappertutto, se si producono sempre gli stessi archetipi, come abbiamo fatto oggi partendo dalla semplice  parola “wood”. Le lezioni possono prendere le pieghe più inaspettate e fare percorsi che non avevo programmato. Bellissimo.

L’altra sera mi hanno invitata a cena per vedere le foto degli states e qualcuno ha buttato lì che non ce la fa più a darmi del lei e che gli viene spontaneo darmi del tu. Il primo istinto è stato quello di dirgli ma certo, che aspetti?, dammi pure del tu e chiamami per nome.

Ma io non colgo lo spunto e non li invito a passare al tu, sorrido e faccio finta di niente mentre penso che tra pochi mesi, dopo la maturità (io la chiamo ancora così), potranno pure chiamarmi per nome, se vorranno. Ora è ancora troppo presto, devo ancora essere la loro prof.. Se diventassi troppo amica smetterei di essere una buona prof. e io li amo troppo per far loro questo. Sbaglio? Chissà.

Intanto già mi prenotano per il prossimo viaggio distruzione

Che faccio, cI vado?