OK OK, CI VADO DA SOLA, VA BENE?

Quest'anno, per la prima volta nella mia carriera, non sono stata nominata commissaria agli Esami di Stato.

La cosa mi ha gettata nella prostrazione più totale, come potete vedere.

primo giorno di mare

E pensare che sarei potuta essere in riunione con la commissione, stabilire calendari e terze prove, correggere le terze prove, passare tra i banchi il giorno dell'esame a consolare e dare pacche sulle spalle, a passare i bigliettini della prova di matematica, a circuire con le sottili armi della diplomazia ("oh, non rompere, metti sto cacchio di voto in più, che ti costa?") il commissario esterno stronzo (ce n'è sempre uno).

Invece no. Mi tocca soffrire. Affrontare la solitudine e il silenzio della mia spiaggia preferita.

diciassette giugno
Ok, ci vado da sola, prima che mi ci mandiate. Ciao, vado a farmi la borsa del mare.

LA LUPA DI MARE

Tanti anni fa due tra i miei amici di sempre, appassionati di mare ed esperti velisti, decisero di farmi il battesimo della vela. Il fatto che scelsero un giorno in pieno inverno la dice lunga sul livello di sadismo di queste due emerite facce di merda.

Io ero a digiuno di qualunque tipo di nozioni velistiche, eppure il loro piccolo briefing prima della partenza si limitò a raccomandazioni tipo: “Mettiti una giacca a vento impermeabile.” Punto.
Io ero così felice che mi bastò per sentirmi provetta marinaia e zompai allegra allegra dal molo sulla barchetta.

Ovviamente, non era mia intenzione fare la passeggera: volevo rendermi conto, imparare, collaborare. Perciò, la prima cosa che chiesi fu: “A che serve questa corda?”

Mai mai mai dare della “corda” a qualcosa appartenga ad una barca,  soprattutto in presenza di esperti navigatori. Assistereste a scene isteriche tipo “AAAAAGGGGHHHHHH! Corda  no, non si può sentire! Oddiomiooooo!”. Potete chiamarla, drizza, scotta, o come cazzo volete voi, ma non corda. L’unica cosa che può essere chiamata corda è quella della campanella ed è lunga 15 centimetri, mi spiegarono.

Dopo avermi presa per il culo per 5 minuti buoni, furono così generosi da spiegarmi il perché: ogni pezzo di “corda” ha un suo nome specifico perché  nelle manovre in mare è molto più agevole e rapido dare gli ordini.

Vabbè, insomma. Finalmente accesero i motori e lasciammo la banchina.
Non dimenticherò mai la sensazione di pace che si prova quando, usciti dal porto, i motori vengono spenti e si affida la rotta al vento. L’unico rumore, allora, è quello delle vele che sbattono contro l’aria. Che pace! Che meraviglia!

Seduta sul bordo della barca stavo appunto riflettendo sul senso di quiete e sul rapporto tra uomo e natura, quando i due disgraziati mi ordinarono: “Ora punta i piedi e afferrati bene”.
Non feci in tempo ad eseguire il comando che la barca s’inclinò di lato, talmente tanto che le vele lambivano quasi le onde.

Ovviamente, essendo dotata di spirito d’adattamento, indiscutibile coraggio e prontezza di spirito, non feci una piega. Con ineffabile understatement, mi limitai soltanto a far notare ai miei compagni l’evento in corso:
“AIUTO!!! CHE CAZZO STA SUCCEDENDO! STIAMO AFFONDANDO!  STIAMO AFFONDANDO! MADONNA SANTA BENEDETTA. NON VOGLIO MORIREEEEEEE! AIUTOOOOOOO! MAMMAAAAAA!”.
Al primo barlume di lucidità mi girai a guardare i Grandi Bastardi. Ridevano talmente tanto da non riuscire a parlare.
Quella fu la mia prima bolina.

Nonostante l’esordio non proprio degno, devo dire che il resto della giornata andò molto meglio. Ad un certo punto cominciai persino a divertirmi.  
Da allora, a parte qualche uscita sui laserini in qualche villaggio turistico, non mi è più capitato di andare in barca a vela.
 
Ci riprovo domani, per una decina di giorni di crociera tra le isole greche. L’amico skipper e sua moglie alle manovre, Polpie in cambusa o al fiocco. Io non ho trovato ancora un ruolo ma, da alcuni segnali che ho percepito, ho il vago sospetto che mi faranno fare il mozzo,  sempre che non sia impegnata a piangere alla prima bolina.
 
Che il cielo m’assista.

Ironie

“Ciao, Rosetta, t’ho portato della stoffa: vorrei farmi un vestito”
“Ah, vediamo…nero!"
“Sì”
“Una roba elegante?”
“No, per tutti i giorni”
“Mh mh. Allora, come lo facciamo?”
“Una roba semplice, ecco. Lungo fino ai piedi”
“Semplice, da tutti i giorni, ma nero  e lungo. Mah, come dici tu. Lo facciamo un po’ scollato?”
“Nooooo, per carità. Lo voglio accollato, accollatissimo!”
“Ah. Beh, allora potremmo fare uno scollo all’americana e lasciare le spalle nude”
“Nooooo. Voglio le maniche lunghe”
“Lunghe.  Cioè lunghe nel senso di lunghe? Fino alle mani?”
“Lunghe, Rosè. E mettimi pure un bell’elastico ai polsi, così le maniche non scivolano su”
“Vabbè, come dici tu. Almeno facciamolo un po’ sfiancato, magari attillato, così almeno mettiamo in risalto un po’ di forme!”
“Nooooooo, per caritadiddio! Una cosa larga, larghissima, e lunga, tanto da coprirmi bene!”
 “Ummadonna, ma se volevi un burqua lo potevi dire!”
Lei scherzava.
Lei.

PEACE AND LOVE

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Festa paesana nella piccola contrada.

Profumo di salsiccia alla brace e di vino fatto in casa, dignitosissimo.

Un’orchestrina suona la pizzica sulla piazzetta della minuscola chiesa. All’inizio non si alza nessuno a ballare se non qualche bambina e un paio di vecchiette. Poi arriva un anziano signore, curvo come solo chi ha passato la gioventù a zappare, si regge in piedi a stento ma la pizzica la deve ballare, come se fosse parte del proprio DNA e al DNA non si comanda. Accenna a qualche passetto, piano, senza strafare, e sorride a qualche signorina facendo con la mano grossa un cenno d’invito. Vieni, vieni, è facile, sembra dire. E a poco a poco l’aia si riempie di persone. Dopo i primi passi di danza vedi sui loro volti  l’estraneazione, negli occhi la fascinazione collettiva indotta da questa danza pagana fatta di grazia impudente e ritmo ipnotico. Riconosci i vecchi contadini che erano già vecchi quando eri piccola e i giovani nipoti tornati dalla svizzera per la festa; ragazze tue coetanee con le quali andavi all’asilo, ormai madri di figli grandi; turisti stranieri capitati lì per caso e villeggianti affezionati che vengono dalla città. Sono lì a ballare e  a dare la propria personale interpretazione della pizzica, ché la pizzica è bella perché è di tutti e nessuno lo sa (ecco, magari il signore tedesco aveva un po’ troppo in mente le danze bavaresi, ma era tanto carino lo stesso).

C’è l’allegria delle cose semplici. La musica è fatta sempre dai soliti due accordi eppure va bene così, non potrebbe essere altrimenti. Il ritmo aumenta ad ogni brano, fino alla catarsi del pezzo finale dove tutti si abbracciano esausti, con la nuova complicità che si instaura tra iniziati.

Dicono che la pizzica oggi abbia perso la sua connotazione terapeutica a favore di quella ludica, ma io non ci credo, non l’ha persa.  Perché stasera io mi sento davvero in pace col mondo.

Incontri

Il mondo dei blog viene spesso demonizzato, le conoscenze virtuali stigmatizzate come qualcosa di superficiale e osceno e gli incontri devirtualizzati degli azzardi imprudenti.

Può essere vero. Chi lo sa.

Però la mia esperienza fino ad ora è di tutt’altra natura. Forse perché nel tempo avviene una selezione naturale, forse perché attraverso quella finestra lì alla fine arrivi a conoscere alcuni aspetti della persona reale che si nasconde dietro un avatar, un nick, una maschera. E operi una scelta, a volte difficile nella vita reale, orientando i tuoi interessi solo verso le persone (o le maschere) che più ti aggradano.

Puoi anche decidere un giorno di aprire la tua casa a delle persone che hai incontrato nella vita reale solo per mezzora, ma che nella rete di relazioni intessute in web hanno una loro precisa collocazione, tra i preferiti.

In fondo, ho spiegato oggi a mia madre per la quale il PC è l’invenzione più misteriosa del secolo assieme al telefonino, è come quando avevo i famosi amici di penna che poi magari d’estate si materializzavano davanti alla porta di casa e venivano accolti con allegria e da lei nutriti tutti a botta di orecchiette con le polpette, non senza una punta di divertimento.

Pertanto, ecco arrivarti a casa un trio di  sconosciuti per un invito a pranzo. Il Salypimienta, allertato a dovere, si è preparato con un suo menù a base di mare.

L’atmosfera è rilassata, si chiacchiera, si beve, è come se ci si conoscesse da tanto. Il Polpetta è a suo agio, nonostante questo sia solo il mio mondo. E’ naturale chiedere a loro di mandare a quel paese il campeggio e trattenersi qui da noi. Il posto c’è per tutti.

Loro sono persone garbate, hanno voglia di stare ma temono di essere inopportune. Si convincono e rimangono.

E si rivelano persone straordinarie. Ci avevo azzeccato. Cade la maschera, cade l’avatar, cade tutto, ma sotto è tutto uguale, non ci sono menzogne, il virtuale e il reale coincidono perfettamente. Quelle qualità che mi avevano attirato nel blog non solo si confermano ma vengono superate dalla realtà. Lei è davvero pagurosa e intrigante, con uno sguardo che ti scava dentro, L’Amicadelcuore è una delizia dal sorriso meraviglioso, Lui ha i tratti mediterranei, ciglia lunghissime ed ha un modo di fare che te lo rendono simpatico al primo “ciao”.

Tre giorni di mare, cibo, vino e allegria con tre persone davvero deliziose. 

L’estate non poteva concludersi meglio.

Vederli andar via è stato triste (non per i miei bicchieri, che stanno ancora brindando tra di loro per la fine dello sterminio).

I particolari? Sapete a chi chiederli.

SIGNORI SI NASCE…

Quando arriva l’alta stagione il Polpetta dice che aprono le gabbie. Approfittando dei prezzi stracciati di certe mete (una settimana a sharm costa meno di un weekend in un qualsiasi italico luogo di villeggiatura) orde di gente si ammassano negli aeroporti e affollano gli aerei italiani, in ciabatte mutandoni e canottiera, o quasi.

Molta di questa gente non è abituata a volare e fin qui niente di strano. Il problema è che tanta non ha neanche nessuna voglia di imparare a stare in un aereo e non capisce che bisogna fare quello che ti si dice di fare, se non vuoi causare problemi a te e agli altri.

 

Un giorno, per esempio, mi trovavo su un volo low cost, tratta Bari – Londra. A bordo, sparsa per tutto l’aereo, c’era una comitiva di primati di Bari vecchia (da dove provengono certi folkloristici calciatori, e ho detto tutto). Il portellone non era stato neanche chiuso che hanno cominciato a tirar fuori generi di conforto e a scambiarsi convenevoli nel loro elegantissimo patois.

 

“Ualiò, ce wì la mozzarell?” (caro giovane, desideri una mozzarella?)

 

“A mozzarell dangill a sor-t! Dò teng nu f-lòun pa mortadell j u pruvlòun, ca fesh r-sushtà i muurt!” (la mozzarella di cui sopra sei liberissimo di offrirlo alla tua germana, perché si dà il caso che io qui possa disporre di un succulento filoncino di mortadella e provolone, talmente fragrante da essere in grado di riportare in vita coloro che non sono più).

 

Subito dopo, nel preciso momento in cui l’aereo staccava le ruote da terra, in fase di massima accelerazione e poi di massima pendenza, uno di questi energumeni si alza per prendere la borsa frigo dalla cappelliera, rischiando di far male a sé, cosa di cui il mondo avrebbe ringraziato il caso, ma soprattutto gli altri.

 

Assistente di volo, con voce incredula: “Sit down, please!”

 

Energumeno di Bari Vecchia, appeso alla cappelliera aperta come se fosse uno ski-lift: “Ce cazz vol kess!” (quali esigenze sta estrinsecando codesta fanciulla?)

 

Gli altri passeggeri: “Ha detto di stare seduto!”

 

EdBV: “Asptass!” (che attenda)

 

AV: “Sit down, now!”

 

EdBV: “Le muert ca tin, statt citt!” (taci  e, se ti risulta difficile, fallo per amore dei tuoi defunti)

 

La hostess è costretta a slacciarsi le cinture e arrancare faticosamente in salita verso l’umanoide.

 

AV: “Ehi, man! Sit down… NOW! …And fuck you!” (e questa è stata la prima volta che ho beccato  un’assistente di volo a mugugnare una parolaccia)

 

Non parliamo poi dei cellulari.

Il divieto d’usarli viene preso come il semaforo rosso a Napoli, un consiglio e basta. Molti pensano che siano le solite regolette cacacazzo messe lì proprio per essere infrante senza problema. Spesso certi esemplari di caproni si spingono oltre i confini dell’umana decenza per difendere il loro sacrosanto diritto ad usare il loro telefono a bordo. A volte il Polpetta ha dovuto alzarsi dal suo posto ai comandi dell’aeroplano per esercitare l’autorità di pubblico ufficiale minacciando di sporgere denuncia, con conseguenti strascichi penali. Solo così le belve diventano gattini ammansiti.

Un giorno il cafone di turno reagì apostrofando l’assistente di volo con “che cazzo vuoi, brutta troia!”

Che maleducazione!

Che poi più tardi, a cena, l’assistente abbia commentato l’accaduto con queste parole “…perché, comandante, e mica uno mi può dare della brutta troia così… Oddio…troia forse un pochino, MA BRUTTA PROPRIO NO!” non è che stemperi la gravità dell’episodio.

E qui, a pensarci bene, tanto tranquilla non sto.

A CASA

Ma perché poi andate sempre in Grecia? E poi, solo per 6 giorni ne è valsa la pena?

Risposte:
1.   Perché non riusciamo a stare lontani dal mediterraneo in estate.
2. Perché quando ti arrampichi con la moto su per le strade si sentono i profumi di salvia, mirto, rosmarino.
3. Per la gentilezza di questa gente. La signora Janet a fiskardo e la signora Agheliki a aghia efimia, che ci ha fatto usare casa sua come courtesy room l’ultimo giorno. Per Panayotis il salumiere che mi ha cercata per due giorni perché pensava che avessi perso un pezzo di cellulare nel suo negozio.
4. Per la verandina sul mare.
5. Per il mare di cristallo e i colori che tolgono il fiato.
6. Per lo tzaziki e la taramosalata, il souvlaki e il gyro pita, lo yogurt col miele e i gelati nirvana (un nome una promessa).
7. Per un fascino antico che rimescola i nostri ricordi ancestrali: lì ha avuto inizio tutto.

E per tutte queste altre ragioni:

la nostra casetta a fiskardoLa nostra casetta tra gli ulivi a Fiskardo
myrtosLa spiaggia di Myrtos

priscilla la cavallaPriscilla la cavalla
the long and winding roadThe long and winding road (l’importante è non soffrire di vertigini)

la nostra casa ad aghia efimiaLa nostra casetta ad Aghia Efimia

tramonto a myrtosTramonto a Myrtos l’ultimo giorno

Io dico che ne è valsa la pena.

girano, ah se girano!

E anche quest anno, come una mannaia che piomba sul capocollo, è giunta la famosa comunicazione:

“…al personale di volo non saranno concesse ferie dal 15 giugno al 30 settembre”.

(Polpetta non ti arrabbiare. Sì, hai ragione, è antisindacale. Però, dai, augurare loro che gli si ammuffisca il pisello…Come? La cacarella? Anche quella? Cosa? Sodomizzàti da chi? Ah, da Mike Tyson? Ah, però)

E anche quest’estate dovremo rinunciare alle nostre vacanze di rito in Grecia.

La Grecia in moto. Poche cose ficcate nei bauletti e via al traghetto. La nostra meta ruota sempre intorno alle isole ionie e soprattutto Itaca.

Itaca è il luogo che ci riconcilia con l’universo. E’ il fulcro della nostra geografia sentimentale. Lì abbiamo fatto le vacanze migliori. Lì è stata la mia prima volta in moto. Nel senso che ho fatto il primo viaggio in moto, che avete capito?

Itaca e il suo mare limpido e il senso di libertà

Itaca e il profumo di timo e di fiori in riva al mare.

Itaca e il porto di Frikes e quello di Kioni.

E gli inglesi che stanno comprando tutto e speculando su tutto, che stanno colorando le casette dei colori più improbabili e trasformando la costa in topolinia.

Itaca ci manca da tanto ormai. Voglio rivederla, prima di non riconoscerla più.


Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

 

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

 

Costantinos Kavafis

Back home!

E va bene, eccomi qui. Sono stata cazziata da un po’ di gente per la mia latitanza post-ritorno. Il fatto è che ho sempre del pudore nel raccontare di un viaggio o nel farne vedere i documenti fotografici perché ho timore di ammorbare il prossimo al quale molto probabilmente dei tuoi filmini e dei tuoi resoconti delle vacanze non importa un beato niente.

 

Ma insomma, me lo avete chiesto voi. Mentre voi eravate a casa mia a fare bagordi io ero in quel di Punta Cana, Repubblica Dominicana.

passeggiata

 

Bilancio del viaggio positivo, nonostante alcuni imprevisti:

 

  1. La coppia che doveva viaggiare con noi (un collega del Purpu con consorte) si accorge di essere senza passaporto, cioè lei si accorge di avere il passaporto scaduto 2 giorni prima della partenza. ‘azzi suoi, penso io. Smuovendo mari e monti e conoscenze altolocate in questura riesce a rinnovarlo in un giorno.
  2. Sempre a loro l’Alitalia (“che diolaabbiaingloria” e “che vengachiusaapiùpresto” sono le attestazioni di stima del Purpu) riesce a perdere la valigia in un volo interno su Malpensa. La stessa valigia arriverà a Punta Cana il giorno prima del nostro rientro, nonostante il Polp avesse attivato le sue non poche conoscenze aeroportuali. Pertanto, siccome, non so perché, la pulzella in questione, contrariamente a quanto avrei fatto io, non ha voluto comprarsi niente da mettersi addosso, le ho dovuto prestare i miei vestiti. Ma essendo, la ragazza, più alta e più magra di me si è dovuta accontentare solo di un paio di pantaloni capri e di alcune magliette, tié.
  3. L’amico del Purpu ha perso il visto d’ingresso nella Repubblica Dominicana. Pertanto all’arrivo il Purpu, essendo l’unico a parlare uno spagnolo decoroso, ha dovuto darsi da fare per risolvere la faccenda.
  4. L’amico del Purpu, avendo dei problemi di salute, deve seguire un’alimentazione molto particolare, con dei prodotti specifici, che la moglie si era portata dietro. Sta di fatto che invece ha fatto il porco per i primi 5 giorni ed è stato malissimo gli altri 2 più durante tutto il viaggio.
  5. Tutte le volte che arrivavano in spiaggia il cielo si annuvolava. Quando se ne andavano a fare una passeggiata, tornava il sole.
  6. Di solito (ma ora io non voglio far invidia a nessuno), grazie ad una forma di cortesia tra colleghi, il Purpo ed io godiamo del privilegio di un upgrading e di essere ospitati in business, sempre che ci siano posti ancora liberi. Fino adesso ci era sempre andata bene. Indovinate questa volta?
  7. Ah, non vi ho detto come si è presentata lei all’aeroporto, quando siamo partiti. Era molto sciccosa ma più adatta ad una passeggiata in via Montenapoleone che ad un volo intercontinentale: camicia di seta, cappottino trequarti bonton beige sfiancato, borsa pitonata vernice bordeaux, pantaloni neri effetto raso, scarpine nere griffate. Io mi sono guardata: pantaloni da danza moderna freddy, abbigliamento a cipolla (maglietta, camicia, maglione), giacca a vento leggera. A vederci insieme sembravamo sciùra con cameriera al seguito. La cameriera ero io.

 

La conclusione di quanto ai punti 1-5 è che forse è meglio se io e il Purpu continuiamo a viaggiare da soli, come abbiamo sempre fatto.

 sdom04

Passiamo all’isola.

 

 

Bella è bella, la Repubblica Dominicana.

spiaggia dominicana 1

In realtà se avessimo potuto scegliere non sarebbe stata una meta prioritaria. Avendo organizzato il tutto tre giorni prima di partire, abbiamo dovuto accontentarci di quello che era rimasto.

Però ora sono molto contenta di esserci andata.

Non solo perché ho visto un posto dove la natura è stata generosissima. I luoghi sono appunto quelli che uno si aspetta: vegetazione lussureggiante, spiagge bianche, palme, frutta buonissima e mare incantevole.

spiaggia 2


Ma anche perché ho appreso delle cose.

 

Prima di tutto che anche quest’isola è stata invasa dagli americani che miravano a salvaguardare i loro interessi economici sull’isola.

 

Poi che questo posto è stato, nel corso dei secoli, un crocevia di razze diverse che si sono mescolate tra di loro dando origine all’attuale gente dominicana che è di una bellezza impressionante. Uno dei simboli della Repubblica Dominicana è una bambolina senza volto, perché non si possono attribuire ad esso dei caratteri specifici.

 

Anche lì ci saranno a breve le elezioni. Anche lì la gente si lamenta del costo della vita. Però la cosa che mi ha colpito di più è che il parametro non è il chilo di pane ma un platano (cioè una banana). L’autista dell’autobus ci diceva scandalizzato che ormai una banana costa 17 pesos.

 

Però la loro campagna elettorale ha toni meno sontuosi dei nostri e in fondo non si prendono troppo sul serio: l’anima latina emerge felicemente anche nei momenti più imbarazzanti. Per radio un giorno seguivo un dibattito tra gli esponenti dei due partiti concorrenti. Ad un certo punto uno dei due, volendo offendere l’altro, lo apostrofa dicendo “Tu eres un alquimista!” . Viene fuori che voleva dire “arrivista”. Si sono talmente schiantati tutti dalle risate, moderatore compreso, che alla fine il dibattito politico ha assunto toni molto più rilassati e quasi conviviali.

 

Il clima sta cambiando anche lì. Il mese più stabile dell’anno, febbraio, è caratterizzato ormai da cambiamenti repentini di tempo, piogge improvvise e annuvolamenti imprevedibili. I dominicani non sanno cosa pensare, ma non possono far altro che tirare avanti, sperando che il turismo non venga eccessivamente turbato dal global warming.

 

Nonostante il turismo abbia di molto innalzato i livelli di occupazione della gente, il paese comunque è ancora molto povero. Dovunque ci sono bambini che ti vengono intorno a chiederti qualche soldo, ma mai per elemosina, si badi bene. Si offrono per qualche commissione o di farti le treccine.

Ma un giorno io mi sono sentita una turista stronza.

Era il giorno dell’escursione all’Isla de Catalina. Al ritorno, scesi dalle lance, abbiamo trovato ad attenderci un gruppo di bambini con in mano delle bottiglie di plastica piene di acqua. Ci vengono addosso, offrendo di fare qualcosa che non capisco bene. Le altre persone che erano con me si infilano subito sul pulmanino che era ad attenderci. Io mi attardo a fare un cambio pantaloni e, prima di poterlo impedire, mi ritrovo con tre bambini intorno che mi versano l’acqua sui piedi e uno che con le manine accenna a lavarmeli. “No, no, no es necesàrio!” dico col mio fantasioso spagnolo. Porca miseria, l’acqua va bene, ma quelle manine così piccole a lavarmi i piedi mi fanno impressione. No, bambino, penso, tu dovresti essere a scuola a quest’ora. Alzati, tirati su, dai. È troppo presto per imparare cos’è l’umiliazione. È tempo di giochi e di tabelline per te.

Ho sottratto dunque i piedi a quelle manine e vergognandomi sono salita confusa sul bus, mentre il Purpu distribuiva monetine da un euro (molto apprezzato l’euro da quelle parti) a tutti i bambini.

Insieme alle palme e alle spiagge da sogno, questa è l’immagine che mi è rimasta impressa da questo viaggio.Insieme a quella del vecchietto

Ahi, Maria!

che cantava solitario in una stradina secondaria del villaggio medievale di Casa de Campo. Aveva lo sguardo truce ma la voce dolce e cantava l’amore per una certa Maria.