Se una prof. deve essere bastarda che lo sia fino in fondo ovvero “‘ngul ai Maya”

Sequenza 1
Interno notte. Prof. davanti al pc acceso. Compare la finestrella della chat su FB.

“Profy!”
“(Ahia, quando mi chiamano profy vogliono sempre qualcosa) Ma ciao!”
“Come va? Disturbo?”
“Va esattamente come stamattina a scuola, cioè bene”
“Senta, profy, non è che domani invece che interrogare può spiegare? Guardi che dalla sua risposta dipende la felicità di 24 persone”
“Mai mai e poi mai! ve l’avevo detto che da domani avrei interrogato! Non cominciate a farmi agitare”
“Profy! (cuoricini-cuoricini-cuoricini)”
“Eh”
“Lo sa che i Maya dicono che a dicembre 2012 forse smetteremo di esistere?(faccina che piange)”
“E noi proprio ai Maya dobbiamo credere? (cerco un emoticon con il dito medio alzato ma non lo trovo)”
“Ha ragione, però metta che sia vero. I Maya non erano così sprovveduti, sa? Si rende conto che io a dicembre 2012 avrò appena compiuto 18 anni? In una prospettiva più ampia, che cosa vuole che sia per lei una interrogazione rimandata!”
“Metti che invece il mondo continui ad esistere, cosa nella quale io credo, cosa ce ne facciamo di una diciottenne ignorante come una bestia? Eccomunque effeucicappa the Maya”
“Effeu…? ah, ho capito. Vabbè… insomma… è un no, allora”
“No, no e poi no. Enne O. Cioè N.O.”

Sequenza 2
Corridoio di un liceo classico

Durante la ricreazione due prof., una d’inglese e l’altra di filosofia, si avviano alla macchinetta del caffè. Quella d’inglese riferisce della simpatica chat della sera prima. A quella di filosofia cominciano a brillare gli occhi. Quella d’inglese conosce quella luce inquietante. Chissà dove le porterà (firulì firulà).

Sequenza 3
Interno classe liceo. Le due prof. devono fare una lezione CLIL* e danno il via alle interrogazioni.
Ai ragazzi all’inizio non piacevano le verifiche CLIL, ma poi hanno capito che una sola prova rimediano due voti. E siccome tra i vari topics di filosofia c’è Shopenhauer, è stato così che alla simpatica studentessa viene chiesto di illustrare il “Velo di Maya”.

Com’è andata? All’inizio pensava scherzassero e mancava poco dicesse “Ah, ah, che-spiritosa-batti-cinque-sista’!”. Poi ha capito che si faceva anche sul serio, volendo. E ha accettato la sfida, probabilmente chiedendosi come mai la filosofia non sia ancora riuscita a spiegare l’origine di tali abissi di stronzaggine in prof. dall’aspetto innocuo.
Ha fatto una magnifica interrogazione e ha preso voto altissimo, naturalmente, perché le due prof. sapevano perfettamente con chi avevano a che fare.

* (Content and Language Integrated Learning)

Maschi (naaa) e femmine (ohyeah)

Ho appena trascorso una settimana in Olanda con un collega e cinque studenti (un maschio e quattro femmine, tutti di terza liceo), in visita ad una scuola di lì. I ragazzi erano ospitati dalle famiglie degli studenti olandesi.
Come al solito l’esperienza è stata illuminante. Perché? Ecco alcuni esempi riportati in maniera acritica. A voi le conclusioni.

Scena 1: Caffetteria.Coffee break delle 11. Ragazzo olandese si struscia con una mia studentessa, la quale sembra gradire. Il mio collega la prende in giro ricordandole “Ehi, tu, ma non sei fidanzata?”. Lei arrossisce e noi ridiamo. Il ragazzo olandese mi chiede di tradurre ed io, correttamente, traduco. Lui chiede conferma alla mia studentessa che, con grandissima faccia di kiulo e occhietto ammiccante, si affretta a precisare “Yes, it is true, but not this week!”

Scena 2: Ultima sera. Tutti gli studenti decidono di andare in discoteca. Tranne una. Una delle mie. Il giorno dopo scopro perché. Era l’unica ad essere ospitata da uno studente di sesso opposto. Bello. Come il sole. Uno spettacolo della natura (ecco qui non riesco proprio ad essere acritica). Quando le ho chiesto come avesse trascorso la serata mi ha risposto “Lui non aveva voglia di uscire così siamo stati in camera sua a vedere un film con altri due suoi amici. Prof., erano più fighi di lui!”

Scena 3: Questa scena avviene il primo giorno. L’unico mio studente maschio viene ospitato in una famiglia molto sorridente e molto simpatica formata da genitori, due figlie femmine (bbbone) e un maschio. Siccome quest’ultimo si alza alle cinque e mezza tutti i giorni per consegnare i giornali, suo papà, preoccupato che la levataccia del figlio arrechi disturbo all’ospite, propone al mio studente di dormire con le ragazze invece che col ragazzo.
Secondo voi cos’ha risposto?

Madrina per caso

La piccoletta di casa, l’ultima nipotina, è stata battezzata domenica scorsa.

Il parroco, don Dino, è meglio conosciuto come “don Din Don”, per la mania di mettersi a suonare le campane con accanimento feroce, per minuti interi, una volta terminata la messa. In effetti, il tipo è un po’ matto, per gli standard eccelsiastici.

Arriviamo in chiesa e ci sediamo ai nostri posti. Io, la madrina, e il padrino ci sediamo in terza fila. Mio fratello e mia cognata in prima fila, con la piccoletta. La navata è piena di fedeli. Noi ci sentiamo un po’ outsiders, vista la scarsa frequentazione di luoghi sacri e ci impegniamo tutti per evitare di fare la figura dei deficienti.

Polpetta si ricorda di avere la macchina in sosta vietata e si allontana per spostarla. Nel frattempo i cerimonieri della chiesa vengono da me e dal padrino e ci dicono che il nostro ruolo impone lo spostamento in primissima fila. Torna il Polpie e, dimenticando di trovarsi in chiesa, commenta il cambio di posto con un “Minchia, t’hanno fatto l’upgrade!”. Mia madre lo fulmina. Cominciamo bene.

Al momento della comunione noto con piacere che don Din Don si fa aiutare da una donna di mezza età nella distribuzione delle ostie ai fedeli. Purtroppo sento la necessità di esprimere la mia soddisfazione da protofemmnista alla mia vicina, la madrina della famiglia affianco “Ma che bello che don Din Don faccia distribuire le ostie alle donne. Chissà che grane col Vaticano!”. Le mi osserva con infinita misericordia prima di rispondermi con “Eh, da mò!” (che tradotto sarebbe “deiciente, dov’eri fino adesso? guarda che sono anni che le donne possono distribuire le ostie”). Vabbè.

Arriva il momento. Oltre alla piccolina ci sono altri due bambini. Ci mettono tutti schierati di fronte all’altare, in piedi. L’atmosfera è gioiosa. Padre Din Don è un giocherellone, secondo me sarebbe stato un perfetto pastore di chiese battista ad Harlem. Prende il primo bambino “Ecco a voi Donato! Guardate che bello!” E lo alza verso il cielo.
La mamma della piccolina comincia a sudare freddo. E’ sicura che sta per fare la classica figura di merda e che la bambina scatenerà l’inferno appena il prete gliela toglierà dalle braccia.

“Questa è la seconda bambina. E’ o non è un angioletto?”, dice prendendo la seconda.

“E questa è l’ultima! Si chiama Elena!”. E’ lei. Le hanno appena tolto il cappellino e ha i capelli biondi tutti arruffati. Gli occhioni sono più azzurri del solito. Le guance sono appena rosate. Devo dire che è bellissima, da mangiarsela di baci. Contrariamente alle previsioni, sembra che la situazione la diverta e degna la platea di uno dei suoi migliori sorrisi. Scrosciano gli applausi e gli “oh, com’è bella!”.

Grati per lo scampato pericolo, restiamo in attesa di sviluppi. Non sappiamo bene cosa fare e non perdiamo d’occhio le altre famiglie, che sembrano più disinvolte nel districarsi per i complessi rituali imposti da Padre Din Don.

Ogni tanto, fanno capolino incuriositi gli altri bambini della nostra famiglia, i tre cuginetti della piccolina. Padre Din Don li invita davanti insieme a noi, ne prende uno per mano e lo porta con lui sull’altare. Gli porge il microfono.

“Come ti chiami?”

“Federico e sono il cugino di quattro anni”

“Allora, Federico. Ora dobbiamo dire il Padrenostro. Lo sai, tu, il Padrenostro?”

Silenzio. La mamma di Federico-il-Cugino-di-Quattro-Anni si nasconde dietro ad una colonna.

“Uhm… no. Però so quella dell’Uomo Tigre, se vuoi!”

No, non ci hanno cacciato.

Seriously

Polpetta Volante se ne lamentava da tempo. E l’articolo di oggi sull’Espresso rende pubblica una situazione che noi, che la viviamo dall’interno, conosciamo bene.
Ora vi racconto due cose che vi faranno capire quanto l’italietta berlusconiana abbia penetrato il tessuto di questo paese. Perchè anche nel campo dell’aviazione ci sono decisioni folli alternate a siparietti che sarebbero comici se non fossero grotteschi. Ecco quanto succede nella compagnia del Polpie.
Italietta n.1: sindacati e padroni che se ne vanno a braccetto dopo aver inculato i dipendenti. A sangue. Significa che gli stipendi sono stati ridotti del 28%. È tanto, il 28%. Significa, e questa é la cosa veramente folle, che non c’e’ piú il limite massimo di 19 ore consecutive di lavoro (che pure era al limite di ogni umana sopportazione) e che ci potranno essere ai comandi del vostro aereo piloti con anche 30 ore di lavoro sulle spalle, senza mai chiudere occhio. Capito l’antifona? Io queste cose le so. Le vivo. Ho visto il Polpie tornare a casa dopo essere rimasto sveglio a forza di red bull. E quando e’ successo c’era ancora il limite delle 19 ore.
L’ho sentito lamentarsi per alberghi fatiscenti, con gli scarafaggi, rumorosi. E tutto questo e’ riportato correttamente dall’articolo dell’Espresso. Per non parlare dei terrificanti lunch box. Tutti pensano che i piloti mangino cose diverse da quelle propinate ai passeggeri. No. Mangiano le stesse cose. Per chi non ha l’espresso sottomano ecco cosa dice una nutrizionista dell’Istituto Nazionale dei Tumori:questo cibo “va contro tutte le indicazioni internazionali ed europee circa la prevenzione delle patologie cronico-degenerative”. Significa che mentre i passeggeri mangiano quel cibo una volta ogni tanto, il personale di bordo ne deve fare la sua dieta quotidiana. Polpetta soffre di disturbi al fegato ultimamente.

Italietta n. 2: Ha fatto notizia su tutti i giornali il nuovo corso bandito dalla responsabile dei servizi di bordo (guarda caso moglie scellerata dell’altrettanto scellerato amministratore delegato della compagnia). Il manifesto della nuova scuola di pensiero e’ “il rossetto si vede, il cervello no”. Del resto, si dice che la signora abbia iniziato la sua irrestistibile ascesa facendo la ballerina di “Colpo Grosso”. Pertanto, ha buttato le vecchie rigorose divise a favore di una disegnata da lei, piu’ corta, attillata e dagli spacchi vertiginosi. E la cura dimagrante non e’ solo metaforica ma anche reale. Adoperando un linguaggio altamente professionale e curato ha intimato alle assistenti di non lasciarsi andare a “ginnastica mandibolare”.

Quindi la compagnia del Polpetta avra’ hostess magrissime, strizzate nelle loro divise sexy, e piloti rincoglioniti dalla stanchezza e demotivati ai comandi.

Non e’ follia, questa? Non si stanno travisando completamente le priorita’?

Le meraviglie della lingua

Da qualche parte sul web mi è capitato di imbattermi in una pagina dove qualcuno si è preso la briga di annotare le insegne più buffe viste nei negozi di Napoli. Tipo:

“Sega a due mani e a denti stretti: 50 Euro”
“Da Rosalia: tacchini e polli, a richiesta si aprono le cosce”
“Nuovi arrivi di mutande. Se le provate non le togliete più”
“In questo negozio di quello che c’è non manca niente”

E ora ditemi a quale negozio corrisponde questa insegna:

“Tutto per il vostro uccello”

The Bostonians

Pure io ho “perso la virtù” durante le vacanze (grazie a xan per il gioco di parole).

Allora, comunico ai miei più fedeli lettori che Boston non è un’entità mitologica metà uomo metà materia neuronale che si nasconde dietro l’avatar di Charlie Brown, bensì un essere in carne ed ossa dalle battute sagaci dette con filo di voce e con faccia estremamente seria, esattamente come quando Monti elenca i sacrifici chiesti agli Italiani. Tipo

K: “Ah, guarda qui c’è la base delle Nazioni Unite dove ho lavorato per un po’. Sai, c’erano questi container provenienti dalla Somalia che andavano inventariati. Un giorno ne abbiamo aperto uno e l’abbiamo trovato pieno di preservativi”

B: (con l’aria di chi teorizza sui massimi sistemi, voce monocorde, sguardo perso verso l’orizzonte) “Che poi, ‘sti giapponesi fanno i preservativi con le loro misure e poi li mandano in Africa. Ce credo che poi li rimandano indietro”

Davanti ad una vetrina di Lecce con la scritta Texun.

B: “Ora passa un nordico di qui ti chiede ‘Ah, è così che la scrivete la erre qui?’”

Ecco, cose così, insomma. Che tu ti chiedi “cazzo, ma ha fatto la battuta con quella faccia lì? Cioè, voglio dire, ho capito bene? è una battuta o è una roba serissima che richiede tutta la tua concentrazione (che poi una cosa non esclude necessariamente l’altra)?”

Insomma, un personaggione a cui fa da magnifica controparte la sua Pigrazia. Tanto lui è schivo, quasi (quasi, eh) da sembrare timido, tanto lei è proiettata verso la chiacchiera e la curiosità nei confronti del mondo. La vedi una volta e ti viene spontaneo di raccontarle tutti i fatti tuoi,  sapendo di essere ascoltata.  Che dire,  amici miei,  io li ho invitati pure per l’estate prossima.

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“Piccola Voce” ovvero se oggi avete la capa al gioco questo non è il post per voi

La cittadina di provincia dove insegno è vicino al mare, immersa in distese infinite di uliveti secolari, col centro storico tutto bianco e ben curato, animata da svariate attività culturali, a volte persino prestigiose. Ma ai margini di questo apparente benessere, esiste un sottomondo fatto di case popolari di periferia, dove fino a poco tempo fa si viveva di contrabbando, prostituzione e spaccio.

 

In una di queste case popolari, tanti anni fa, viveva una ragazzina di 15 anni, Nina.

Era bella, Nina. Viso ovale, pelle leggermente abbronzata, denti bianchissimi, capelli lunghi, mossi dal vento, mentre gli occhi guardano lontano: questa è Nina in una delle poche foto che la ritraggono. Le piaceva andare a scuola. Era proprio brava. Sognava di girare il mondo e di lasciare quella casa affollata ed un destino già scritto. Ma quando nasci senza speranza non c’è niente da fare: prima o dopo il destino da cui scappi ti raggiunge e ti riacchiappa, con una terribile zampata.

Arrivarono a casa sua in due. La la picchiarono, la minacciarono, abusarono di lei. I vigliacchi sapevano che era sola in casa e che non avrebbero trovato ostacoli. Volevano costringerla a fare la prostituta, come già avevano fatto con sua sorella maggiore, che batteva il marciapiede da un anno. Invece Nina voleva viaggiare e avere una vita normale, come quella delle sue compagne di scuola.

La picchiarono ancora. Poi la cosparsero di benzina e le diedero fuoco. Voleva essere un avvertimento, volevano farla spaventare, poi l’avrebbero messa sotto la doccia e avrebbero spento le fiamme. Ma quel giorno, in quelle case popolari, l’acqua non c’era.

L’agonia, straziante,  durò 20 giorni. Di lei rimase un filo di voce registrato in ospedale. Il magistrato le chiede i nomi. Lei ne fa due, con un soffio. Il fuoco le ha distrutto l’apparato fonatorio.

Quei due non sono mai stati arrestati.

Gli avvocati difensori argomentarono che “i nomi non si capiscono bene, non sono fatti con voce chiara e forte, sono appena percettibili”

I giudici commentarono che “be’, sì, effettivamente, quei due nomi non sono fatti con voce chiara, e sono appena percettibili”.

 

Nina è di recente entrata nella lista ufficiale delle vittime di mafia. A lei sarà dedicata una piazza e per ricordarla a scuola è venuto un uomo straordinario, un prete antimafia di quelli con le palle, di quelli che badano alle cose essenziali e si rimboccano le maniche. Uno di quelli che strappano i terreni ai boss e ne fanno aziende agricole. Non ha parlato di chiesa o di religione. Ha parlato della nostra umanità al nostro senso umano, con una breve pausa per far cantare uno  dei nostri ragazzi più talentuosi, chitarrista dentro e liceale fuori, che ha scritto per Nina “Piccola Voce”, brano meritevole di platee più vaste.

Poi l’Uomo Straordinario ha continuato a parlare, a braccio, tutto cuore e barricate. Si è rivolto ai genitori di Nina, presenti in sala. Ha ricordato il martirio di altre ragazze, morte per la propria licertà e per il proprio senso di giustizia. Come Rita, che stava rivelando a Borsellino il marcio nella sua famiglia di mafiosi e che si suicidò quando lo ammazzarono. Di lei rimane una lapide senza nome, perchè la famiglia continua ancora oggi  a ripudiarne persino la memoria.

Il linguaggio sfrondato da ogni retorica, i gesti un po’ nevrotici di chi ha già visto troppo e troppo sofferto, la mente liberata da qualunque finalità dottrinale, l’Uomo Straordinario ha toccato delle corde nel profondo. Da lui nessun atteggiamento pontificatorio, nessun assioma, nessuna verità.

Tranne una: che non esiste giustizia senza uguaglianza e che non esiste uguaglianza senza libertà.

Sono uscita da quell’auditorium profondamente turbata.

Colloqui con i genitori, anzi,  incontri scuola-famiglia, come si chiamano adesso.

Sono le sette e mezza, mi sono fatta tutti i genitori che mi sono venuti a trovare, che detto così è da vera porno-prof. ma vabbè sorvoliamo,  e sono nell’atrio a sfumazzare con dei colleghi.

Arriva Collega Simpatica di Educazione Fisica. Sta piangendo. Mi si butta al collo, sempre con le lacrime agli occhi.

“Cacchio hai?”

“E’ venuto il papà di Valentina, sai quella di prima effe, quella che due giorni fa ha avuto un fratellino”

Ora qui occorre una premessa. Il papà di Valentina è una persona sgradevole, un misto di arroganza, supponenza, e abissale ignoranza, il tutto amplificato dall’atteggiamento del parvenue che ha fatto una montagna di soldi con traffici strani e che pensa di poter trattare la gente, compresi i prodessori di sua figlia,  a mocio vileda. Inoltre, avendo sempre parlato dialetto, ha serie difficoltà con l’italiano, nel quale, tuttavia, si ostina a cimentarsi.

“E allora?”

“Gli ho fatto gli auguri per la nascita e gli ho chiesto come sta la moglie”

“Eqquindi?”

“Mi ha risposto che sta bene ma che è  ancora in ospedale,

Vengo ora ora dal suo capezzolo

mi ha detto!”

Un paio di minuti dopo a piangere eravamo in due. Dalle risate.

Se la chiamiamo “La sceriffa” ci sarà un motivo

Mia mamma appartiene ad un’epoca in cui il medico di famiglia era un signore dalla barba bianca, dagli occhialini sul naso e dall’aspetto rassicurante che entrava in casa e salutava le vecchiette di casa (mia madre aveva in casa una mamma ed una zia) con un “Allora, come stanno le mie signorine?”, poi si sedeva in mezzo a loro, le prendeva per mano e si metteva a chiacchierare del più e del meno. Quando poi arrivava alla domanda “Allora, dov’è che ti fa male?” oppure “Ma cos’è che ti senti?” gli anziani di casa manco se lo ricordavano più cos’è che non andava. Stavano già meglio.

Ecco, mia mamma ha ancora quella visione lì della medicina. Continua a sostenere che la prima cura per il malato è l’attenzione, il rapporto umano eccetera e concinua ad aspettarsi esattamente questo ogni volta che la si porta in giro da qualche specialista per i suoi acciacchi. Pretende che prima di arrivare al punto si chiacchieri, si faccia filosofia, si rida, si perda tempo, ci si conosca bene. Non si rende conto che nessuno, neanche i megaprof. che si fanno pagare centinaia di euro a visita, ha più tempo da perdere. E ogni volta torna a casa incazzata.

“Sto grandissimo, grandissimo, grandissimo cornuto!” ha commentato in macchina l’altro giorno, al termine di una visita dall’ortopedico.

“Mamma!”

“Ma ti rendi conto di che cafone che è stato?”

“Ma perché?”

“Quando gli ho detto l’età ha spalancato gli occhi e mi ha detto compimenti-signora-se-li-porta-proprio-bene! Brutto cafone”

“Ma come, mamma, scusa, t’ha fatto un complimento”

“I complimenti così li faccia a quella vecchia ciabatta di sua sorella! Che cazzo spalanchi gli occhi. Se li spalanchi così vuol dire che ti stai stupendo che io non sia già bella e mummificata da un pezzo! Ma che vadaffanchiulo!”

“Mamma, ti rendo conto che trentanni fa mi avresti preso a sberle se avessi detto tutte le parolacce che stai dicendo tu stasera?”

“Ma scusa eh! Ti rendi conto che m’ha pure detto Però-per-l’età-che-ha-le-sue-articolazioni-si-muovono-ancora-benino!?, manco fossi una vecchia di ottant’anni!”

“Mamma, ma tu HAI ottant’anni, anzi, ottantuno, per la precisione”

“Oh cazzo… Vabbè, ma io volevo dire ottant’anni di quarant’anni fa. Gli ottant’anni di adesso sono diversi, è come se fossero tipo 60 anni di quarant’anni fa.”

“Mamma, questa conversazione sta assumendo toni surreali”

“Ma è lui il surreale! Ti rendi conto che quando mi ha dato il referto e io gli ho chiesto cosa fosse la spondilo-quellacosalì, lui m’ha strappato il foglio dalle mani e mi ha detto che non era necessario che mi facessi troppe domande e che dovevo solo prendere le medicine che mi stava prescrivendo? M’ha trattata come fossi una rimbambita! ‘Sto grande, grandissimo, grandissimo…”

“… cornuto, mamma, vabbene, ho capito. Hai ragione tu. Dai, su adesso andiamo in farmacia a comprare le medicine” “Guarda è inutile. Punto primo: le medicine fanno male. Punto secondo: io prendo già le medicine per la pressione e quelle bastano e avanzano. Punto terzo: io non prendo medicine per una cosa che si chiama spondilo-cosa che ignoro totalmente perché non mi è stata spiegata. Punto quarto: i migliori medici siamo noi stessi e io guarirò con la forza di volontà”

Capito come sto messa?