Romeo Romeo

A ottobre sono andata Roma a vedere il nuovo musical di David Zard “Romeo e Giulietta”.

Ne rimango talmente affascinata che decido seduta stante di portarci anche i miei studenti. Ne parlo alla preside, che all’inizio mi ha dato della matta: “Non si possono organizzare queste cose su due piedi”, “Non ne abbiamo parlato in collegio docenti”, “Non c’è l’autorizzazione del consiglio d’istituto”, “Bisogna fare il bando di gara alle agenzie”. Poi, siccome in fondo è più matta di me, mi ha dato carta bianca: “Ok, però veditela tu, per tutto.” Che nel suo gergo equivale a “Io il permesso te l’ho dato, ma mo’ so’ cazzi tuoi”.

 Ora non vi sto a raccontare le corse contro il tempo e contro la burocrazia, ché muovere un baraccone scolastico non è cosa semplice. Alla fine siamo partiti. Un fine settimana all’insegna della bellezza. 44 studenti e 2 professoresse. Sabato sera musical e domenica a zonzo per le bellezze di Roma.

 Il musical è stato fantastico. Ai ragazzi è piaciuto tantissimo, ed io mi sono emozionata ancora, più della prima volta. Naturalmente le ragazze sono rimaste affascinate dai giovani talenti sul palco, in particolare da Mercuzio, bel ragazzo piuttosto hot e dalla voce strepitosa.

 Alla fine dello spettacolo è stato impossibile smuovere le studentesse: dovevano assolutamente aspettare gli attori fuori dal teatro per conoscerli e vederli da vicino. E quando sono usciti era tutto uno sfrigolio di flash e di autografi sui diari, di gridolini “Mercuzio, Mercuzio, una foto, una foto!” “Mercuzio, una foto con la nostra prof.!”.

La prof., che queste cose non le ha fatte mai neanche da giovane era imbarazzatissima, ma alla fine s’è fatta fotografare abbracciata a tutti i bonazzi del cast, con un sorriso ebete sulla faccia.

 Mentre ciò avveniva, gli studenti maschi osservavano con una certa commiserazione la scena dall’autobus, parcheggiato più in là, in attesa di ripartire per l’hotel.

 La cosa deve averli indispettiti un po’ perché mentre si camminava verso l’ingresso dell’albergo, la  loro prof. d’inglese ha intercettato la seguente conversazione:

 “Visto come è tardi?”

 “Per forza, abbiamo dovuto aspettare quelle cretine”

 “Ma hai visto come gridavano (falsetto e manine che si agitano) Prepuzio Prepuzio?”

 

Storia di Teresa

A settembre nella mia quarta è arrivata Teresa. “Trasferita da altra città” c’è scritto sul registro. Carina, curata,  abituata a studiare e socievole. Una che prende appunti, che approfondisce, che al primo compito prende 8 e mezzo. Quadro idillico. Ma la sua  grafia così piccola e maniacale mi inquietava un po’, inspiegabilmente.

 L’altro giorno, appena entrata in classe,  mi accorgo che ha un’aria che non mi piace. Ha la testa bassa. Mi avvicino:

“Stai bene?”

Fa così e così con la testa.

”Ma cosa c’è?”

Fa le spallucce. Sguardo sempre basso. Labbra che tremano.

“Hai voglia di parlare con me?”

Accenna ad un sì, con la testa.

Mando la classe in laboratorio, con l’assistente di lingue. Io mi chiudo in classe con lei.

Fa in tempo a dire “Prof. io non ce la faccio più!” prima della crisi di pianto. Trema, è scossa dai singhiozzi.

L’abbraccio, le accarezzo la testa, cerco di placarla.

Poi entro in un incubo.

Da Luglio vive in un istituto, per disposizione del giudice minorile, che ha ordinato l’allontanamento immediato e definitivo dalla famiglia.

“Ma perché?” le chiedo. “Maltrattamenti” mi risponde. Ho timore ad andare avanti ma devo procedere, a piccoli passi. “Da parte di chi?”. “Tutti. Mio padre.  I miei fratelli.”

Devo andare avanti, devo capire fino a che punto.  “Che genere di maltrattamenti?” “Ogni genere…”

Mi racconta che non vuole vedere più nessuno della sua famiglia. Che in istituto sta bene ma si sente sola. Che quando guarda i suoi compagni di scuola con le loro vite normali si sente morire, perché loro tornano a casa e lei deve tornare in un luogo che non è casa. Che è in analisi e che dopo ogni seduta lei è devastata, perché lei vuole dimenticare e invece lo psicologo le sta tirando fuori la merda. Che le hanno proposto di cominciare a trascorrere il finesettimana in una famiglia ma lei non si fida “Se non mi sono potuta fidare della mia, si figuri se mi posso fidare degli estranei”.

 Che cazzo dici in una situazione del genere? Che risposte si aspetta una ragazza di 16 anni con un vissuto del genere? So solo che ad un certo punto abbiamo visto passare una sua compagna disabile, (tetraplegica e non udente) spinta sulla carrozzella dalla prof. di sostegno. Sono stata crudele  e le ho detto “Vedi? Pat non ha un futuro, Tu sì, perché te lo puoi costruire, te lo puoi inventare come vuoi tu. Mattoncino dopo mattoncino, combattendo i tuoi incubi, come stai facendo ora”.  Minchiate. Cazzate. Tali sembravano alle mie orecchie, mentre annaspavo impelagata nell’orrore.

 Dopo sono corsa dalla preside. Volevo sapere se fosse tutto vero. Lei mi ha confermato “Professoressa, in che mondo vive? Sapesse quante situazioni simili ci sono. Persone insospettabili. Ragazzi che non danno segnali. Si figuri che io ho avuto in affido per 5 anni una ragazzina che veniva violentata dal padre dall’età di 9 anni.”

Sì, ma queste cose si leggono sui giornali. Quando ti vengono sbattute in faccia ti sballano un po’.

 Teresa, oltre che con me si è confidata anche con la prof. di francese (divorziata) e con la preside (marito che vive in altra città, come il mio). La preside mi ha detto “Vede, professoressa?  Non è un caso. Ha scelto noi perché sa che siamo donne sole. Rassicuranti.”

 Noi donne sole e rassicuranti, allora, abbiamo deciso di invitarla ogni tanto a pranzo a turno, la domenica. Un cerchio magico. Tradizionalmente, il cerchio è  l’antidoto per il caos. Ma, nonostante il parere favorevole dei suoi psicologi,  temo che questa girandola di domeniche via via in famiglie diverse possa destabilizzarla o crearle delle aspettative che nessuna di noi può  soddisfare. Vedremo.

La gufetta

La mia prima del liceo classico (oggi non esiste più il ginnasio, ma il 1 classico e così via fino al 5°) è una bella classetta, con molte ragazze e tre maschi.

Fanno un casino tremendo, ma lo fanno per il troppo entusiasmo. “Vanno scolarizzati” diciamo con un certo snobismo noi prof. delle superiori quando arrivano i pulcini dalle scuole medie. Arrivano casinisti, non rispettano i tempi e i ruoli, interrompono mentre l’insegnante parla, si parlano addosso, intervengono prima che l’altro abbia finito, sono pronti a voltarla in caciara per un nonnulla. Però è linfa sana, vitale, allegra.

Tra di loro c’è una ragazzina che ci ha lasciato stupefatti. Assomiglia ad un gufo simpatico, con gli occhialini sulla punta del naso ed un leggero tic all’occhio, che strizza di tanto in tanto. C’è un abisso tra lei e i suoi coetanei. Una quattordicenne dai modi di una professoressa quarantenne. Mentre era alle medie ha vinto concorsi letterari e premi di poesia, battendo tutti gli adulti. Appena arrivata da noi si è candidata come rappresentante di classe e d’istituto. La mia collega di Italiano e Greco gongola.

 Il primo giorno di lezione, tanto per fare un po’ di conoscenza, ho chiesto ai ragazzi se e quali libri avessero letto durante l’estate. In mezzo ad un coro di “Twilight”, “Harry Potter” e “FabioVolo” ho sentito “I Miserabili”. Naturalmente era lei. Blocco tutti e le chiedo se davvero avesse letto quel romanzo. Conferma, e quasi scusandosi aggiunge che lo ha letto per metà in francese.

 E’ passato quasi un mese dall’inizio della scuola. Lei è sempre al primo banco. E’ umana, ho scoperto. Chiacchiera con le compagne, fa casino pure lei. Ho tirato un sospiro di sollievo perché non vi ho mai detto cosa ho scoperto su certi  nerd alienati che bazzicano dalle mie parti (post a parte in futuro), quindi questo lato terreno mi ha rassicurato.

 E’ durato poco, però. Ieri, vedendo il testo di “Romeo and Juliet” che mi ero portata dietro dalla classe dell’ora precedente, mi informa: “Bellissima, quell’edizione, prof.. Gli approfondimenti sui personaggi e sulle tematiche sono accattivanti” (dice così, “accattivanti”, non “fighissimi” o “una favola” o “fortissimi”). “Ah,” commento “l’hai letto?”. “Sì, proprio quella versione in originale, ma che fatica”.

I suoi compagni sono stramazzati sui banchi. La sua prof. d’inglese ha reso grazie al cielo per la gioia che la gufetta le darà in futuro. Sperando per lei e le sue relazioni sociali che non diventi mai un genio solitario.

back again?

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E rieccoci qui. Nuovo anno scolastico. Nuovi propositi.

Forse ricomincio a scrivere su questo blog semiabbandonato, chissà.

Devo combattere la nostalgia per i bei tempi di splinder, quando eravamo una comitiva di gente incredibilmente vitale e affiatata. Poi qualcuno è andato via, altri hanno diradato i post, i commenti nei blog sono diminuiti sempre di più.

Ho riflettuto.

Il mio blog mi ha dato tantissimo. Gli amici bloggaroli mi hanno dato tantissimo. Mi hanno tirato su quando ero giù di corda, hanno riso con me per le cazzate, hanno riflettuto con me sui (rari) momenti seri, mi hanno aiutato ad ampliare i miei orizzonti e a vedere gli eventi della mia esperienza umana sotto occhi diversi. Non può andare tutto perso. Qui, a differenza dei social network, ci si conosce e ci si sceglie davvero. Qui si può essere veramente se stessi, se si vuole. Oppure qui si può essere quello che si vorrebbe essere e poi diventarlo davvero.

Io provo a ricominciare a bazzicare questi luoghi. Vediamo.

The horse is deaf

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Le storie di redenzione sono sempre belle. Ma quella del Puledro Impazzito non è una storia di redenzione, ma di discesa negli abissi. I segnali li aveva dati, ricordate? Mi ero illusa sul serio. Va a vedere che succede come in Dangerous Minds, che poi questo alla fine comincia a trovare un senso nella scuola e a darne uno alla sua vita? Da cattivo delinquente diventa bravo? Magari non tutto in una volta, certo, ma passo dopo passo.

Invece  questa è la cronaca di una sconfitta.

Forse ho sopravvalutato le sue capacità di percepire l’essenza delle cose o sottovalutato l’entità del buio che ha dentro.

E’ tornato ad essere lo stronzo di sempre, ma con in più una patina ambigua e anche un po’ codarda.

Abbiamo parlato molto, un giorno. Io gli ho detto che c’ero, che ero dalla sua parte. Lui mi ha guardato con occhi vitrei, da automa, e mi ha fornito rassicurazioni tipo quelle che dai a tua mamma per togliertela dai coglioni “sì sì, prof., devo farcela, ce la metto tutta, vengo a scuola tutti i giorni”.

Il giorno dopo non è venuto a scuola. Poi durante l’intervallo è entrato sgommando in cortile, facendosi vedere anche dalla preside, per frenare all’ultimo momento davanti al bar della scuola. Risultato: ennesima nota e telefonata alla mamma.

Due giorni dopo c’era il compito in classe. Ha l’aria troppo losca. Si fa beccare come un fesso: aveva fotografato il compito con lo smartphone e si era fatto mandare il compito svolto da un compagno (più somaro di lui, tra l’altro). Con la morte nel cuore, applico il regolamento: sequestro il telefono e lo porto in presidenza.

Altra nota.

Oggi, con la prof. di francese, si eclissa durante il trasferimento dalla classe al laboratorio e sparisce per un’ora intera. Altra nota. Lui si giustifica dicendo che non si sentiva bene e che aveva avuto necessità del bagno. Avrei preferito centomila volte uno che ti sfancula dicendo che della tua lezione non gliene fotte un cazzo. Uno così io lo ammirerei pure. Ma così, proprio no.