La piccoletta di casa, l’ultima nipotina, è stata battezzata domenica scorsa.
Il parroco, don Dino, è meglio conosciuto come “don Din Don”, per la mania di mettersi a suonare le campane con accanimento feroce, per minuti interi, una volta terminata la messa. In effetti, il tipo è un po’ matto, per gli standard eccelsiastici.
Arriviamo in chiesa e ci sediamo ai nostri posti. Io, la madrina, e il padrino ci sediamo in terza fila. Mio fratello e mia cognata in prima fila, con la piccoletta. La navata è piena di fedeli. Noi ci sentiamo un po’ outsiders, vista la scarsa frequentazione di luoghi sacri e ci impegniamo tutti per evitare di fare la figura dei deficienti.
Polpetta si ricorda di avere la macchina in sosta vietata e si allontana per spostarla. Nel frattempo i cerimonieri della chiesa vengono da me e dal padrino e ci dicono che il nostro ruolo impone lo spostamento in primissima fila. Torna il Polpie e, dimenticando di trovarsi in chiesa, commenta il cambio di posto con un “Minchia, t’hanno fatto l’upgrade!”. Mia madre lo fulmina. Cominciamo bene.
Al momento della comunione noto con piacere che don Din Don si fa aiutare da una donna di mezza età nella distribuzione delle ostie ai fedeli. Purtroppo sento la necessità di esprimere la mia soddisfazione da protofemmnista alla mia vicina, la madrina della famiglia affianco “Ma che bello che don Din Don faccia distribuire le ostie alle donne. Chissà che grane col Vaticano!”. Le mi osserva con infinita misericordia prima di rispondermi con “Eh, da mò!” (che tradotto sarebbe “deiciente, dov’eri fino adesso? guarda che sono anni che le donne possono distribuire le ostie”). Vabbè.
Arriva il momento. Oltre alla piccolina ci sono altri due bambini. Ci mettono tutti schierati di fronte all’altare, in piedi. L’atmosfera è gioiosa. Padre Din Don è un giocherellone, secondo me sarebbe stato un perfetto pastore di chiese battista ad Harlem. Prende il primo bambino “Ecco a voi Donato! Guardate che bello!” E lo alza verso il cielo.
La mamma della piccolina comincia a sudare freddo. E’ sicura che sta per fare la classica figura di merda e che la bambina scatenerà l’inferno appena il prete gliela toglierà dalle braccia.
“Questa è la seconda bambina. E’ o non è un angioletto?”, dice prendendo la seconda.
“E questa è l’ultima! Si chiama Elena!”. E’ lei. Le hanno appena tolto il cappellino e ha i capelli biondi tutti arruffati. Gli occhioni sono più azzurri del solito. Le guance sono appena rosate. Devo dire che è bellissima, da mangiarsela di baci. Contrariamente alle previsioni, sembra che la situazione la diverta e degna la platea di uno dei suoi migliori sorrisi. Scrosciano gli applausi e gli “oh, com’è bella!”.
Grati per lo scampato pericolo, restiamo in attesa di sviluppi. Non sappiamo bene cosa fare e non perdiamo d’occhio le altre famiglie, che sembrano più disinvolte nel districarsi per i complessi rituali imposti da Padre Din Don.
Ogni tanto, fanno capolino incuriositi gli altri bambini della nostra famiglia, i tre cuginetti della piccolina. Padre Din Don li invita davanti insieme a noi, ne prende uno per mano e lo porta con lui sull’altare. Gli porge il microfono.
“Come ti chiami?”
“Federico e sono il cugino di quattro anni”
“Allora, Federico. Ora dobbiamo dire il Padrenostro. Lo sai, tu, il Padrenostro?”
Silenzio. La mamma di Federico-il-Cugino-di-Quattro-Anni si nasconde dietro ad una colonna.
“Uhm… no. Però so quella dell’Uomo Tigre, se vuoi!”
No, non ci hanno cacciato.